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Sapevatelo | The Eddy

«New York isn’t my home anymore.»
«Yeah, but it’s
my home.»

[«New York non è più la mia casa.»
«Sì, ma è casa
mia]

La casa di The Eddy è infatti Parigi che, nella sua ordinarietà, esce dall’immaginario cinematografico per rivelarsi disordinata e sordida, ma viva e intima dove si armonizzano il linguaggio della musica jazz e delle parole in francese, inglese e arabo.

Dopo Mozart in the Jungle che, ironia della sorte, era invece ambientata proprio in una New York immersa nella musica classica, mi trovo di nuovo a consigliare una serie pervasa dalla musica di cui racconta.

In The Eddy, il jazz è alla stesso tempo guida e parte della narrazione, ne stabilisce il ritmo, l’atmosfera e l’emotività.

Il titolo The Eddy si riferisce al locale jazz attorno al quale ruotano i personaggi, i due proprietari Elliot (André Holland) e Farid (Tahar Rahim) con cui si intrecciano le relazioni con le loro famiglie tra cui la figlia del primo, Julie (Amandla Stenberg), e la moglie del secondo, Amira (Leïla Bekthi) e anche con i componenti della band che suona dal vivo: la cantante Maja (Joanna Kulig) e i musicisti Jude (Damian Nueva), Katarina (Lada Obadovich) e Jowee (Jowee Omicil), Ludo (Ludovic Louis) e Randy (Randy Kerber) i quali sono musicisti e compositori anche nella vita reale.
La struttura della narrazione di questa mini-serie di 8 episodi, in realtà, suggerisce che il locale stesso sia uno dei personaggi perché ogni episodio è dedicato ad un singolo personaggio, tranne l’ultimo che riporta appunto il titolo della serie, The Eddy.

The Eddy l’ho scoperta per caso nei meandri del catalogo Netflix e quindi priva delle aspettative che impennano a partire dal trailer che presenta la mini-serie come il prodotto di grandi nomi, primo tra tutti il regista premio Oscar Damien Chazelle che dirige i primi due episodi.
The Eddy però con La La Land e Whiplash di Chazelle ha in comune solo il jazz: nessuna patina estetica o perizia tecnica o tantomeno tempistiche cinematografiche a cui siamo abituati, tra il vintage del cinema francese anni Sessanta e la modernità di un film indipendente europeo. Il consiglio è quindi di darvi il tempo di andare oltre la flemma dei primi episodi per lasciarsi trascinare dal ritmo del jazz che scandisce le vite caotiche dei personaggi.

Alla complessità di lunghe riprese e di intrecci di dialoghi trilingue, sottosta l’autenticità della mini-serie, nel bene e nel male, dello sfondo parigino e dei protagonisti con le loro incoerenze e tante manchevolezze nei propri confronti e in quelli degli altri, ma dotati di una resilienza accesa dalla bellezza della musica e del canto, ma anche della lettura, in breve da tutte le forme di espressione.

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