Telefilm

Recensione | #freerayshawn

Uscita il 6 aprile 2020 in America, un mese prima della tragica morte di George Floyd, #freerayshawn è una serie tristemente attuale. Composta da 15 episodi, è la storia di un giovane veterano dell’Iraq (Stephan James, protagonista del meraviglioso film Race) che viene incastrato da un poliziotto (Skeet Ulric, nel cast di Riverdale). In un anno in cui l’America ci sta dando prova di quanto il razzismo sia ancora non solo tra le file dei suoi cittadini ma tra le file dei suoi difensori della legge, questa mini serie ci porta l’ingiustizia del colore sotto agli occhi. E quel che è peggio è che sappiamo che la finzione, in questo triste caso, è lo specchio della realtà. Arte che si ispira alla vita, dunque.

La serie inizia in medias res, nel bel mezzo di un inseguimento a conclusione di quella che si scoprirà essere un’imboscata ad opera di una serie di poliziotti bianchi (è proprio il caso di specificare il colore della pelle, visto il senso tutto della serie) durante la quale Rayshawn ha accidentalmente investito uno di questi. Nel corso degli episodi Rayshawn è prigioniero nel proprio appartamento con la famiglia. Non potrà mai uscire, non lo vedremo fuori mai, se non nei flashback che ripercorrono quelle ore prima.

Parallelamente a questo “braccaggio” nei confronti del giovane Rayshawn (in cui i poliziotti sparano all’appartamento noncuranti del fatto che con lui ci siano anche la moglie e il figlio) le tv locali presentano una terrificante lista di nomi di persone che sono state vittime del male più insensato, il razzismo. Una manifestazione a sostegno del protagonista, presente in ciascun episodio, diventa un vero e proprio protagonista della mini serie. Una voce corale che non fa altro che gridare quello che è il titolo della serie stessa, liberate Rayshawn, e che accompagnerà lo spettatore come spettatore a sua volta. Noi che guardiamo da dietro lo schermo, impotenti contro la violenza insensata e mai giustificata, pronti a gridare tra la folla per rivendicare giustizia. Ci troviamo di fronte ad una serie che ben rappresenta le circostanze reali in cui molte persone, specie sul suolo americano, si trovano ad affrontare ogni giorno.

Interverranno la Swat e cecchini selezionati per abbattere la minaccia che rappresenta Rayshawn, una minaccia che altri non è che un uomo spaventato dall’accusa che ha ricevuto, dall’accusa di aver ucciso (un bianco, un poliziotto, ma soprattutto un poliziotto bianco); una minaccia che per la forza dell’ordine più brutale si trasfigura solo ed esclusivamente in un uomo nero che, se sopravvivesse, racconterebbe verità scomode, verità scomode su poliziotti bianchi. Rayshawn sa dal primo momento in cui si chiude la porta dell’appartamento alle spalle di essere dalla parte della ragione, nello stesso momento sa anche di essere un uomo morto, di non potere più riuscire a varcare quella stessa porta appena chiusa. Che per nessuna ragione dei poliziotti bianchi farebbero parlare male un nero di un poliziotto bianco.

L’unico che tenterà di aiutare Rayshawn è Steven Poincy aka Laurence Fishburne – inutili le presentazioni – la cui interpretazione è davvero degna di nota. Riesce a farci entrare nella situazione tanto da spettatore quanto dall’interno. Tanto da poliziotto quanto da membro della comunità nera. E il suo sta, chiaramente, tutto lì. Con alle spalle una storia dura e sulle spalle la morte di un giovane ragazzo nero – uno dei nomi che appariranno nella lista delle tragiche morti per mano della polizia di cui sopra – vuole redimersi, vuole fare quello che è giusto, agire come un vero tutore della legge il che vuol dire, se necessario, andare contro il braccio della legge e battersi fino alla fine per la giustizia.

Una giustizia che, ci insegna tristemente la storia – non solo quella più recente – spesso non è giusta, una giustizia la cui differenza sta tutta, purtroppo, nel colore della loro pelle.

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