Film

Recensione | The Kissing Booth 2 – Virando Dritto verso il 3

I sequel, è luogo comune oramai, portano più dolori che gioie. Il desiderio di conoscere le risposte alle nostre domande, lasciate in sospeso con la fine del primo film, dura il tempo dei titoli di coda. È per questo che ho aspettato qualche settimana dall’uscita di The kissing booth 2 su Netflix, per vederlo.
Nonostante sia tratto dall’omonimo romanzo di Beth Reekles, la direzione di Vince Marcello, fin dal primo film del 2018, ne prende un po’ le distanze. Infatti, sebbene la critica lo abbia ritenuto troppo stereotipato, I film sono stati un successo di pubblico, ricevendo approvazione proprio perché hanno quel quid in più rispetto ai libri.

Il sequel è piacevole quanto il primo, forse a tratti migliore perché i protagonisti hanno svestito i panni degli adolescenti tutte risse, battutine tra i banchi di scuola, e scherzetti squallidi, e indossato quelli di chi sta vivendo una fase più matura dell’adolescenza. The Kissing booth non brilla per originalità, e come già detto in passato, ha proprio il sapore di quelle commedie anni ‘90, come Tutte le volte che ho scritto ti amo, dove era di vitale importanza dare il primo bacio con sentimento e non per esperimento. Insomma, una rom-com nostalgica e a tratti lontana dall’adolescente di oggi che trova più soddisfazione in prodotti come Élite o Baby e, spero, Skam (forse specchio più realistico di tante realtà). Questa consapevolezza prende ancora di più forma con The Kissing booth 2, dove Elle è meno pasticciona, Lee possessivo e Noah impulsivo. Queste caratterizzazioni stereotipate non avrebbero retto anche nel sequel, che abbandonate le aule di scuola (o quasi), si concentra tutto sulla relazione tra Noah e Elle e quello che ogni loro decisione e di chi sta loro intorno comporta.

Nel primo abbiamo vissuto il sogno e la passione delle prime volte, tutte, nel secondo si torna alla realtà.
Joey King fa sempre un ottimo lavoro sulla sua Elle e soprattutto le lasciano un ampio copione con cui mostrarsi appieno. Nel precedente film era una calamita per le gaffe, dolce, un po’ camionista, affettuosa e piena di idee e desideri. La sua passione per il ballo non viene messa da parte e diventa uno strumento per renderla più attiva nella sua stessa vita. Se da un lato le sue decisioni sembrano sempre dettate dal suggerimento di qualcuno, dall’altro credo che Elle rispecchi bene un adolescente qualunque. Noah è ad Oxford, chiede a Elle di fare domanda anche nella sua università. Se fosse mancata questa richiesta c’era da preoccuparsi già al minuto 3 del film. Il modo quasi passivo con cui Elle accoglie questi suggerimenti, è da interpretare come la classica indecisione di chi non sa bene chi vuole essere e cosa fare dopo il liceo, e perciò intervengono più voci: Noah, il padre di Elle e persino i valutatori dei vari college. Elle fa quello che farebbe chiunque, cerca la sua strada, sballonzolando tra una decisione e l’altra.

Noah, dal canto suo, è più in sé, meno impulsivo, e questo suo nuovo aspetto fa risaltare forse le sue incertezze più profonde, quelle che lo portavano a sfoderare i pugni ad ogni ronzio di zanzara. Il dramma di Noah non è mai stato approfondito, questa superficialità nel non solo tacitamente giustificarlo, e mai davvero condannarlo dopo un’attenta analisi, fa cadere sul film un’ombra, quella che ha sicuramente portato la critica ad accusarlo di aver solo preso è messo senza cognizione di causa tutti i più classici cliché su cosa dovrebbe essere romantico (scazzottate, pettorali, baci rubati, ecc.). Un film non deve solo intrattenere, soprattutto se è rivolto ad un pubblico giovane. Tuttavia tutto quello che fa e dice è in linea con il suo essere un ragazzo fondamentalmente chiuso e sensibile in cerca di amici. Anche se poteva andare a cercarseli un po’ più lontano da Chloe, l’unico vero personaggio stereotipato: la ragazza-modella che potrebbe rubarti il ragazzo, ma guarda caso si scopre avere altri interessi.
Marco invece è il second lead che tutti meritiamo, ma che non troveremo mai. La sua presenza serve a controbilanciare un Noah meno Miss maglietta bagnata e un Lee da faccia da schiaffi.
La sua amicizia con Elle nasce senza malizia e poi sboccia in qualcosa che potrebbe essere di più. Il parallelismo tra relazione sana e tossica è chiaro, nonostante ciò per il secondo termine di paragone sarebbe più appropriata inserire l’amicizia con Lee. Per quanto la loro rappresentazione di amicizia tra uomo e donna sia un esempio sincero, Lee a tratti ricorda per possessività e ottusità il buon vecchio Dawson Leery che mise Joy davanti ad una scelta … Sorvolando sulla sua poca flessibilità nell’accettare che l’amica abbia inviato più domande per il college oltre che a quello che insieme all’età di 1 giorno e due respiri avevano programmato, sigillando il patto con l’intreccio dei loro cordoni ombelicali, risulta asfissiante quando mente a Rachel facendo ricadere la colpa su Elle. Ritengo che Lee, nonostante il sincero affetto per Elle, non riesca a trattarla come un’amica soltanto. I fratelli Flynn hanno un problema di comunicazione fin dal primo film, ma questo resterà il più grande buco di trama.

The Kissing booth 2 è una rappresentazione giusta e non eccessivamente drammatica dei problemi di coppia degli adolescenti. Forse infantile e semplicistica dei rapporti, ma non è detto che un film debba essere per forza un modello, anzi il successo è proprio scaturito dal modo di riflettere la vita di un adolescente tipo con un pizzico di zucchero in più (o di troppo). Elle soffre e non riesce a comunicare con Noah, la lontananza non aiuta, ma soprattutto per capire cosa si vuole dalla coppia bisogna conoscere un minimo se stessi. E sottilmente il film ci spinge verso questo messaggio. La figura sicura di Marco è quella che meglio ci indirizza verso ciò e le sue ultime parole “ne vale la pena”, non sono solo di incoraggiamento per un sequel, ma il messaggio che ogni liceale dovrebbe ripetersi per il futuro una volta lanciato in alto il tocco.

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