Telefilm

Recensione | The office, la magia della risata (anche scomoda).

Disponibile su Prime Video, scritta e ideata da Ricky Gervais, di cui possiamo trovare la serie comica After Life distribuita da Netflix, The Office trasuda irriverenza e comicità. Si tratta dell’adattamento di una serie britannica andata in onda tra il 2001 e il 2003 sulla BBC, anche questa scritta e diretta da Gervais. La serie nella sua versione americana si articola in 9 stagioni ed è stata trasmessa dal 2005 al 2013.

Ho iniziato a vedere The Office perché sentivo il bisogno di una serie che mi facesse ridere (avete presente quei momenti, no?) o quanto meno una serie “leggera” da alternare ad altre che sto seguendo, ben più impegnative. O almeno così pensavo. Perché una verità si cela dietro The Office: non solo è una serie scomoda – cosa che immaginavo – ma questa sua scomodità comporta anche una certa pesantezza. Quindi sì, fa sganasciare dalle risate, lo confermo, ma in certi momenti c’è davvero da prestare attenzione. Per questo motivo mi sento di affiancarla, in qualche modo, ai Simpsons, che amo alla follia e di cui sto facendo proprio in questo periodo un dilazionato rewatch. Non a caso le due serie hanno qualche cosa in comune, prima tra tutti Greg Daniels, scrittore dei Simpsons e adattatore di The Office.

La serie viene definita come un mokumentary. Trovo la parola estremamente corretta, e rimpiango che nella nostra lingua non ce ne sia una che altrettanto direttamente renda quest’idea di comicità voluta, di presa in giro che deve essere tollerata (perché altrimenti, spegnete pure, non fa per voi) dove il politically correct rimane fuori.

La cosa bella di The office, secondo me, tra le altre, è la sua varietà di personalità narrative. Sul set troviamo un infallibile Steve Carell, davvero perfetto per il ruolo, e un giovanissimo John Krasinski, un amore con quei capelli a caschetto.

Ma andiamo con ordine. L’umorismo del capo, Michael Scott, è goffo e spesso becero, si lascia andare a battute razziste e sessiste. Spesso totalmente fuori luogo, sembra l’immagine del 12enne che si crede mr. simpatia ma con il potere di un adulto, o meglio: di un capo ufficio. L’inferno in terra per i suoi sottoposti che dovranno cercare di assecondarlo quanto più possibile, spaventati dal terribile e perenne incubo del licenziamento. Il tratto interessante di Michael è però che tutti questi suoi lati negativi sono accompagnati dalla più sincera ingenuità, per questo non è di certo possibile odiarlo.

P.s. Ma vogliamo parlare di quanto il nome Michael Scott funzioni? Breve, diretto, semplice, è un nome che rimane perfettamente impresso per intero. L’ho memorizzato subito, e come me credo molti. Perfettamente credibile, reale.

Poi c’è Dwight, interpretato da Rainn Wilson, un fissato pazzo pieno di manie tutte sue che pende dalla bocca di Michael. Puro materiale da meme. Un personaggio che se non ci fosse bisognerebbe inventarlo, davvero iconico. Particolarmente divertenti i momenti tra Dwight e Jim Halpert (Krasinski) che, insieme a Pam (Jenna Fisher) si prende gioco della sua credulità.

A proposito di Pam. Intrappolata in una relazione davvero insignificante, aspetta di ufficializzare il matrimonio con il fidanzato da circa 5 anni. Il fidanzato in questione, un ragazzo che fa battute su altre ragazze anche di fronte a Pam e che la dà costantemente per scontata, lo inquadriamo sin dai primi episodi come un tipo estremamente geloso che la tiene sempre sotto controllo, non lasciandole quasi mai la libertà di decidere per se stessa. Insomma, siamo davvero portati a odiarlo e a fare il tifo, invece, per lei e Jim. La loro è una storia davvero ben scritta.

Poi ci sono Angela, una gattara rigida che non cede praticamente mai ai coinvolgimenti del gruppo; Leslie che (rullo di tamburi) ho recentemente scoperto essere un grande fan della serie tv italiana Boris; l’affascinante Oscar; la dolcissima e spesso bersaglio di prese in giro Phyllis e Ryan, l’ultimo arrivato. E tanti altri. Tutti che fanno perfettamente da cornice e quadro al tempo stesso.

Interessante la scelta della ripresa: la candy bag. La premessa della serie è che un’innominata troupe sta girando un documentario sulla filiale di Scranton della Dunder Mifflin. Questo lancia la soluzione che permette ai vari personaggi di “confessarsi” a tu per tu con la camera e quindi con lo spettatore. Probabilmente se la scelta stilistica fosse stata un’altra l’effetto comico non sarebbe stato altrettanto alto. Si ha letteralmente l’impressione di aggirarci per l’ufficio, sbirciare tra le disordinatissime e ravvicinatissime scrivanie, osservare i personaggi sbuffare da dietro le veneziane e poi essere premiati con un angolo di chiacchiera tutto per noi in cui i personaggi si sfogano e si rivelano. Spesso siamo noi infatti i primi a conoscere gli eventi futuri come ad esempio gli scherzi che Jim e Pam pianificano per Dwight, eppure questo non rovina la magia della risata.

Se dobbiamo parlare della trama, be’, c’è davvero poco da dire. La storia è quella di questi dipendenti e del loro capo che affrontano, giorno per giorno, la routine lavorativa. Eppure, nonostante gli spazi di ripresa siano limitati (si svolge quasi tutta indoor) e la tematica possa sembrare ripetitiva o priva di spunti, la serie scorre benissimo grazie alla genialità degli sceneggiatori. La scrittura è tutto in questo telefilm, le interpretazioni, poi, non fanno altro che valorizzarla.

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