Telefilm

Recensione | Luna Nera – Prima Stagione

Il 31 Gennaio è stata rilasciata su Netflix Luna Nera, una serie italiana di genere fanatsy che si ispira alle vicende di stregoneria del nostro paese ed è basata sulla trilogia di romanzi “Le Città Perdute” di Tiziana Triana. La storia narrata è quella di Ade, un’adolescente levatrice che scopre il legame con la stregoneria della sua famiglia, mentre il padre del ragazzo che ama dà la caccia a lei e a sua nonna proprio per la loro  natura di streghe. La serie, composta da sei episodi di durata compresa tra 40 e 50 minuti, è stata girata quasi interamente negli studi di Cinecittà e per le location esterne sono state usate alcune zone tra la provincia di Roma e di Viterbo. Qualcuno sottolineerebbe anche che l’intera produzione è stata curata da donne ma io non lo farò perché non penso che ci sia del merito in questo. Le donne non hanno bisogno della carezza sulla testa e dei croccantini perché sono riuscite a raggiungere quello che semplicemente è il risultato ultimo della carriera che hanno scelto di intraprendere. Non c’è alcun merito nell’aver prodotto una serie, o meglio, non c’è più merito di quello che avrebbe un team di uomini. E siccome, giustamente, non viene mai sottolineato come motivo di vanto il fatto che un prodotto, di qualsiasi natura, sia stato curato e confezionato da un uomo, non vedo perché per le donne si dovrebbe fare diversamente. Certe volte il limite tra supportare le minoranze, o quelle percepite come tali, ed alimentarne involontariamente la ghettizzazione e lo status di diversità rispetto a ciò che la normalità statistica imporrebbe, è piuttosto labile. Chiusa questa divagazione, andiamo a parlare della serie.

Luna Nera è Fantaghirò che incontra Elisa di Rivombrosa. Ma ha anche dei difetti. Battute a parte, la serie è veramente brutta e fatta male sotto ogni punto di vista. Si salvano pochissimi aspetti e più che altro perché, in quel cumulo di difetti, alla fine si è portati a vedere come oro qualcosa che in un altro prodotto di media qualità, sarebbe stato considerato come più che normale. Dispiace perché, dopo Baby e Suburra, questo è il terzo prodotto italiano che approda su Netflix e il tutto risulta un po’ come una grande occasione sprecata. Avrebbe potuto essere un momento storico per le produzioni italiane che stanno finalmente cercando di abbandonare le storie di criminalità organizzata e preti investigatori, ma purtroppo le buone intenzioni non bastano a salvare Luna Nera. Inoltre, è ancora più un peccato perché la serie non è in grado di valorizzare un pezzo importante della nostra storia e del nostro folclore. Spesso, infatti, capita di vedere produzioni americane approcciarsi alla mitologia classica greca e latina con risultati disastrosi, soprattutto dal punto di vista dell’accuratezza storica, ma si tende ad essere indulgenti appunto perché quella non è la loro storia. Luna Nera, invece, è una serie italiana, curata da italiane e tratta da romanzi italiani, per cui è meno facile giustificare questa trattazione superficiale e inconsistente di una tematica così importante che ha un forte collegamento con molti temi che animano ancora oggi il dibattito pubblico.

Partiamo proprio dalla trama. Luna Nera vorrebbe essere una storia di streghe e di sorellanza, condita con l’elemento fanatsy che diventa sempre più predente con il procedere degli episodi, ma nei fatti è solo un Romeo e Giulietta trasportato in un’altra epoca storica, senza che però il diverso contesto culturale riesca ad aggiungere profondità all’amore impossibile di questi due giovani, Ade e Pietro, tenuti lontani da un destino che li spinge ad essere rivali per natura. L’aspetto della sorellanza è molto presente, è vero, ma appare più che altro come un ostacolo a questa storia d’amore e non come un elemento di forza per la protagonista. Tutta la serie vuole raccontare di come le donne unite possano sconfiggere i loro carnefici ma, a conti fatti, sembra solo una continua lotta tra quello che Ade è in realtà e quello che vorrebbe essere, senza che per altro la volontà della protagonista sia mai del tutto chiara. Vuole stare con Pietro, ma vuole anche proteggere le sue sorelle dai Beneandanti senza però sentirsi parte del loro gruppo. E forse questo è proprio il punto più problematico della storia. Se Ade fosse stata divisa tra l’amore per Pietro e quello per le sue sorelle, la storia sarebbe stata molto più carica di emotività, e invece tutto appare vuoto e privo di profondità perché, in fondo, lei non si sente parte della congrega a cui dovrebbe appartenere e ciò che la tiene legata a loro è solo la storia della sua famiglia. Allo stesso modo, risulta abbastanza piatto anche il conflitto interiore di Pietro a cui, in realtà, importa molto poco del fatto che Ade sia o meno una strega, almeno fino a quando suo padre non muore nello scontro finale (sorvoliamo sul palesassimo richiamo visivo al Night King e ai non-morti  presente in quella scena). Il problema di fondo, quindi, è che quelli che sarebbero dovuti essere dilemmi personali, legati al contesto storico del tempo, alla fine si riducono a beghe fra innamorati e lasciano sullo sfondo la tematica della stregoneria e della persecuzione che portò allo sterminio di centinaia se non migliaia di donne.

Non va meglio neanche sotto il comparto tecnico, dove si salvano solo i costumi e la fotografia di alcune scene. La regia è pessima, piena di lunghi primi piani inutili e di un uso smodato dello slowmotion che contribuiscono solo a rallentare il ritmo, e si affianca ad un montaggio mediocre che non rende fluido lo scorrimento delle puntate. Le location scelte per le riprese sono adatte alla storia, ma manca un qualsiasi riferimento che faccia intuire la collocazione geografica. Per quel che ne sappiamo, le vicende potrebbero svolgersi in Francia, in Germania o ad Agrate Brianza. Non c’è nulla che indichi la vicinanza a Roma ed è un gran peccato perché sarebbe stato interessante sentire la presenza della culla della cristianità che si è contrapposta strenuamente alla stregoneria durante il Medioevo. Gli effetti visivi non sono male, ma diventano fastidiosi e posticci quando vengono usati troppo come avviene nel finale di stagione. La vera nota dolente è però la recitazione troppo teatrale, drammatica ed enfatica, anche nelle scene in cui non è richiesto un eccessivo trasporto emotivo. In questo non aiuta neanche la sceneggiatura, sempre troppo pesante e seriosa, che non lascia spazio a momenti di divertimento e distensione. Al netto delle problematiche che circondano i protagonisti, infatti, questa è la loro storia d’amore e non c’è mai un momento di pura leggerezza fra i due. Tutto è cupo, grave e caricato di un’aura quasi lugubre non necessaria. E questo purtroppo ha impatto anche sulle scene in cui veramente servirebbe una certa solennità perché non si discostano molto dal resto della narrazione. L’ultima grande pecca è la colonna sonora. Raramente mi è capitato di sentirne una così sbagliata per un prodotto audiovisivo. Non c’è una canzone una che funzioni nel momento in cui viene usata. Purtroppo è stata fatta la scelta di utilizzare musiche moderne per dare un respiro più internazionale e attuale alla serie, ma la scelta si è rivelata piuttosto infelice perché ciò che si ottiene è una colonna sonora che mal si amalgama alle scene. Credo che non ci sia un aggettivo diverso da “imbarazzante” per descrivere il ballo di Ade e Pietro sulle note di “Somewhere only we know”. Capisco il momento che ricalca la classica scena del prom nei teen drama americani, ma quella canzone ha contribuito solo ad abbattere una già precaria sospensione dell’incredulità.

Nonostante tutti questi difetti, Luna Nera riesce comunque a difendersi bene sulla questione femminista che si lega inequivocabilmente al tema della stregoneria. Intendiamoci, non c’è nulla di particolarmente originale o illuminante ed era il minimo richiesto ad una serie su questa tematica, ma è comunque apprezzabile l’impegno in questo senso, soprattutto perché viene affrontata da diversi punti di vista. Si  tratta la questione della sorellanza, delle donne che imparano a collaborare e a non essere in competizione come invece la società ha sempre insegnato loro, forse perché unite fanno paura. Si parla di discriminazione di genere, incarnata nel personaggio di Cesaria che, nonostante si dimostri una guida perfetta per i Beneandanti, viene comunque messa da parte in favore di Pietro solo perché donna e quindi, sottinteso, inferiore e inadatta ad assumere un ruolo di comando. E si tratta il tema dell’autodeterminazione femminile attraverso Ade che sceglie di seguire la propria natura per scoprire se stessa, piuttosto che diventare la moglie di Pietro o entrare a far parte di una sorellanza a cui sente di non appartenere. Ovviamente tutti queste tematiche sono trattati attraverso metafore e sono contestualizzate, più o meno bene nelle varie storyline, ma sono comunque piuttosto palesi e facili da cogliere anche per chi non è avvezzo ad esse. Piccola menzione anche per il tentativo di inclusività mediante l’inserimento di una coppia LGBTQ che è scontata per Netflix ma non per i prodotti italiani.

Tirando le somme, quindi, Luna Nera non è un buon prodotto ed è un’occasione sprecata ma è anche molto onesta e non si vende per ciò che non è. Bastano cinque minuti del plot per comprendere la qualità della serie e per decidere se proseguire o meno nella visione della stessa, pur essendo consapevoli degli evidenti limiti. Tutto sommato, se guardata con il cervello spento e senza nessuna pretesa di attendibilità storica, è una serie che intrattiene e che si lascia guardare senza problemi.

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