Film

Recensione | Piccole donne

Così com’era per il testo di Collodi adattato recentemente da Garrone, anche Piccole donne è un’opera trasposta sul grande schermo numerose volte ed è diventata un classico intramontabile della letteratura, un romanzo di formazione tra più noti nel suo genere. La storia è quella della famiglia March, la quale deve affrontare tutti i problemi quotidiani legati alla povertà e alla guerra di secessione che ha costretto il padre a unirsi al conflitto. La domanda spesso sorge spontanea per queste trasposizioni gettonate: “C’era bisogno di un ennesimo adattamento”? La risposta è sempre sì, perché anche se la storia di Piccole donne non cambia, lo sguardo con il quale è raccontata, interpretata e mostrata è totalmente diverso. Greta Gerwig, alla sua seconda regia, sceglie un testo tra più importanti nella letteratura americana ma sa perfettamente che quelle vicende, sono affini al suo interesse di raccontare le difficoltà di costruirsi un’identità.

Lady Bird, opera prima della Gerwig, è un film su una giovane donna che fatica a trovare il suo ruolo nella società e sceglie lei stessa il suo nome perché non vuole che altri decidano per lei. Le sorelle March sono anch’esse alla ricerca durante il film delle loro identità fuori dal nido famigliare, chi preferirebbe sposarsi, avere figli e chi invece vorrebbe vivere da sola tramite i suoi guadagni. Questi due opposti rappresentati da Meg (Emma Watson) e Jo (Saoirse Ronan) sono il perfetto esempio di come lo sguardo della regista ami ogni singolo personaggio e trovi un’umanità fortissima in ciascuno di loro, avendo tuttavia forse la sua preferita che corrisponde al suo alter ego, interpretato nuovamente dalla Ronan. Quest’ultima trova il giusto approccio al personaggio, le dona una vitalità incredibile ed è la vera protagonista del film, facendo del rapporto con il suo romanzo, la più importante storia d’amore di quest’ultimo adattamento cinematografico.

Con un testo così potente alle spalle, la Gerwig può ambientare la storia durante la guerra di secessione e parlare a noi nel nostro presente, inoltre la scrittura e il montaggio preferiscono lavorare su flashback e flashforward, trovando nel parallelismo continuo tra adolescenza e vita adulta una riflessione sull’evoluzione del pensiero, di come la coerenza delle nostre azioni, cambi radicalmente perché entrano in gioco nuove paure, stimoli e ostacoli da affrontare. I continui salti temporali e l’estetica dei suoi personaggi tra un’età e un’altra non interessano alla regista, non c’è un impegno nel cambiare quei volti ma nel trovare nella loro esistenza di piccole donne che crescono, l’importanza di raccontare il femminile e il femminismo non solo nell’indipendenza economica della donna, ma nella capacità di prendere autonomamente le proprie decisioni senza degli uomini che impongano il loro volere.

Nelle identità diversissime delle sorelle March, la Gerwig è la perfetta cineasta per narrare queste storie formative come Lady Bird o Piccole donne, perché riesce a trovare tantissimi spunti di riflessione e a metterli in scena in modo abbastanza originale, considerando quanto sia sovrabbondante questo genere cinematografico, lasciandoti con una sensazione di felicità conciliante davvero notevole.

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