Aria di libri/Libri

Aria di libri | #40 "Cucinare un orso" – di Mikael Niemi

Sono convinta che non esista frase più falsa di “mai giudicare un libro dalla copertina”, almeno per quanto riguarda proprio la letteratura. Lo facciamo tutti. Il fatto è che la copertina, volenti o nolenti, è la prima cosa che vediamo ed è quasi impossibile non lasciarsi condizionare da essa. Difficilmente compriamo o abbiamo voglia di leggere la trama di un libro in apparenza brutto. Non ci ispira, è normale. Altre volte, invece, veniamo ammaliati dall’estetica per poi trovarci ad affrontare una trama per nulla attraente. Quando entro in libreria io ho l’abitudine di lasciar scorrere le dita sui dorsi come se fossero i libri a dover scegliere me e non viceversa. Così è successo con “Cucinare un orso”. La copertina fiabesca e il formato tipico di Iperborea, casa editrice milanese specializzata in letteratura nord-europea, hanno fatto sì che mi innamorassi subito. L’ho comprato quasi senza leggere la trama, anche solo per il gusto di averlo in libreria. L’ho aperto, ho visto che era un giallo ambientato nella Svezia di metà ottocento, ho cominciato a leggerlo. Ho giudicato la copertina, l’ho trovata bella, e il contenuto la rispecchia.

“Cucinare un orso” non è un ricettario di prelibatezze a base di carne di urside, nonostante poi ne cucinino uno per davvero. Si tratta, anzi, di un romanzo ispirato dalla figura di un pastore la cui esistenza si è realmente snodata attraverso i culti religiosi Sami di quelle regioni. Il co-protagonista è Læstadius, fondatore di un movimento rivoluzionario e a tratti malvisto dai conservatori, del quale non è difficile reperire informazioni -seppur scarne- in quanto personaggio storico. Il protagonista è invece Jussi, giovane nomade accudito e cresciuto dal pastore come un figlio, chiamato da tutti “noaidi”, lo sciamano, come termine dispregiativo per le sue abitudini timide e schive. Noaidi, lo sciamano, il diverso, il capro espiatorio. Sarà questa coppia a risolvere il caso di un omicidio inizialmente imputato all’attacco di un orso, mentre la comunità non sembra interessata alla realtà per favorire al contrario la risposta più semplice. Læstadius, esperto botanico, condurrà Jussi sulla via giusta, ma la vita non ha molta bellezza in serbo per il giovane lappone. Non è stata gentile in passato e non lo sarà in futuro.

Il romanzo è ambientato in un’epoca e un ambiente lontani da noi per cultura e tradizione, un periodo storico in cui la Svezia sembra vivere ai margini artici del mondo in senso non letterale ma figurato, in cui sembra isolata da tutto il resto, come se ciò che accade all’infuori di quel gelo non possa influenzare gli accadimenti interni al villaggio.

“Cucinare un orso” non è per tutti: bisogna essere amanti appassionati del genere. Parliamo di un giallo, sì, ma anche di un romanzo storico, e se vogliamo di una guida botanica di tradizione svedese ottocentesca. Ci ritroviamo in un paesaggio sconosciuto e Niemi è la guida perfetta; lo arricchisce di aneddoti evocativi grazie ai quali possiamo partecipare a una vita che non ci appartiene affatto. Sono tanti i termini lasciati in originale, spiegati poi nelle note a piè di pagina. Il romanzo è schietto, pesante, crudo al limite del disgusto. Non c’è nulla che renda meno realistiche le scene davanti alle quali vorremmo chiudere gli occhi: Niemi descrive stupri, omicidi, aggressioni, nudità, povertà e ignoranza in un modo che non può essere dimenticato e non può non farci provare ribrezzo e vergogna; non tenta di indorare la pillola perché niente potrebbe renderla meno amara. Niemi dipinge un’immagine cupa e dalle pennellate violente che incutono timore e angoscia. Tuttavia troviamo tratti gentili nel modo in cui il pastore interagisce con gli altri esseri umani, nell’amore per la conoscenza e la natura, tratti che non riescono comunque a ingentilire il resto in quanto sprazzi luminosi nel buio più totale. Persino l’amore è crudele in quel mondo ghiacciato.

Non vi dipingerò “Cucinare un orso” come un libro semplice da leggere, perché non lo è. Spesso vorrete chiuderlo e lasciarlo sullo scaffale, e una volta fatto non riuscirete a scacciare il gelo. Rimane sottopelle. Ci sono troppe scene difficili da digerire: non perché troppo crude, o troppo macabre, o troppo violente, ma perché brutalmente vere, ritratto di una realtà misera e scomoda. Quando succederà, però, trovate la forza di riaprirlo. Credetemi, ne vale la pena.

La copertina fiabesca nasconde un mondo imperdibile e diverso, tracciato dal talento di un grande autore cresciuto proprio nel rigido ambiente in cui ci trasporta, poco distante dal villaggio in cui Hilda viene uccisa, apparentemente, da un orso affamato.

Il vostro topo da biblioteca,

-V.

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