Film

Recensione | L’ufficiale e la spia

Il cinema lavora da sempre sulla percezione che il pubblico possa avere di un determinato luogo, difatti se si vuole stupire lo spettatore si andrà in controtendenza, raccontando scenari e aspetti che non avrebbe immaginato fin da subito. Generalmente si tende a pensare che la belle epoque parigina sia un periodo storico magico, dove artisti di ogni ambito s’incontravano e discutevano dei loro desideri e sentimenti, immersi in un luogo romantico e unico come Parigi. Da Hugo Cabret di Martin Scorsese a Midnight In Paris di Woody Allen, lo sguardo di chi osserva percepisce la belle epoque, come qualcosa di splendido in cui vivere nei suoi sogni, ignaro di tutte le controversie di quel momento storico. L’ufficiale e la spia di Roman Polanski si colloca in una direzione totalmente opposta, spiazzando fin da subito quello sguardo che precedentemente aveva creduto a quella magia, trasportando lo spettatore in una Parigi grigia, sgradevole e colma di odio verso lo straniero.

1895, il capitano ebreo Alfred Dreyfus è arrestato per alto tradimento, colpevole secondo il tribunale di aver consegnato segreti militari a nazioni avversarie. Condannato e imprigionato presso la colonia penale dell’isola del diavolo, l’affare Dreyfus sembra essere risolto, tuttavia il colonnello Picquart non è convinto della sua colpevolezza e scoprirà un complotto figlio dell’antisemitismo. Fin dalle primissime inquadrature, ci appare tutto straniante e quell’odio razziale che imperversa nelle strade, non sembra appartenere a tutto ciò che rappresenta la belle epoque. In tutta l’indagine che il colonnello Picquart svolge, Polanski è molto interessato alla metodologia che circonda i vari reparti in cui opera il protagonista, difatti vedrete moltissimi schedari, documenti, dossier e in special modo come reperirli e come lavorarci sopra.

Oltre a tutto ciò, l’accanimento verso Dreyfus pone un parallelo interessante con le accuse rivolte a Polanski stesso, costruendo quasi involontariamente grazie al soggetto, un percorso di rivalsa sociale duplice, pur ovviamente trattandosi di due processi molto lontani e con diverse importanti differenze. Il trascorso giudiziario del cineasta polacco s’inserisce nel film e contribuisce a rendere memorabile il dramma processuale dell’affare Dreyfus, sapendo dove soffermarsi e cosa lasciare abbozzato, come la storia sentimentale tra il colonnello Picquart e la sua amante, poco significativa per l’economia del personaggio interpretato da Jean Dujardin, attore molto noto per The Artist di Michel Hazanavicius.

Pur avendo in realtà pochissime scene, l’ufficiale Picquart e la presunta spia Dreyfus (Louis Garrel) sono i protagonisti indiscussi di flashback rilevanti e davvero notevoli per come risultano importantissimi nella loro brevità, merito di una sceneggiatura ottima che evidenzia i punti focali della loro relazione professionale e umana. L’ufficiale e la spia di Polanski può contare su tantissimi aspetti riusciti, dalle interpretazioni alla ricostruzione storica, ma è lo sguardo molto coinvolto del regista, sulle similitudini tra il soggetto filmico e la sua vita, a rendere interessante quest’opera.

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