Libri/Telefilm

Recensione | Nevernight: Gli Accadimenti Di Illuminotte (Parte No Spoiler + Parte Spoiler)

Il 3 settembre 2019 è uscita per Oscar Mondadori Vault l’intera trilogia di Nvernight scritta da Jay Kristoff. I libri narrano le gesta di Mia Corvere, una ragazza di sedici anni che mira ad entrare a far parte della Chiesa Rossa, la gilda di assassini più temuta e potente della Repubblica, per vendicare la morte della sua famiglia a cui lei ha assistito sei anni prima. Ma Mia non è sola in questo viaggio verso la vendetta. Al suo fianco ha, infatti, Messer Cortese, un gatto fatto di ombre che si nutre delle sue paure più recondite.

Nevernight è una saga fanatsy che mescola sapientemente elementi provenienti da mondi diversi, come ad esempio una struttura politica che si rifà a quella dell’antica Roma e un’atmosfera tipicamente medievale che si fondono in Godsgrave, una città ispirata dal punto di vista estetico alla nostra bella Venezia, dove l’autore ha soggiornato per un lungo periodo durante la stesura del capitolo conclusivo della serie. Come ha detto lo stesso Jay Kristoff, però, Mia è nata prima della Repubblica perché i lettori si affezionano ai personaggi molto più che alle ambientazioni e non c’è cosa più vera che si possa affermare riguardo a questi libri. Mia Corvere è il centro dell’intera narrazione dalla prima all’ultima riga di questo romanzi. Ogni parola, ogni frase e ogni azione parlano di lei, anche se non sarà la giovane Corvere a narrare la sua impresa. Quel compito spetta a qualcun altro, un narratore (di cui non vi svelerò l’identità) molto presente, a tratti forse invadente, che ci tiene a dire la sua tramite le note a piè di pagina con le quali spesso e volentieri si rivolge direttamente al lettore, raccontando aneddoti più o meno utili all’economia dell’azione in corso di svolgimento in quel momento. Spesso, infatti, quelle aggiunte dal narratore sono informazioni folcloristiche, inserite con l’unico scopo di fornirci una conoscenza più ampia del mondo in cui tutto avviene. Va inoltre detto che l’intero racconto, proprio grazie alla presenza del narratore, è intriso di ironia e di sarcasmo, dosati con grande maestria da Kristoff.

Non aggiungo altro per non fare troppi spoiler ma prima di consigliarvi questa saga, mi sembra doveroso darvi alcuni avvertimenti su cosa troverete tra queste pagine e sul perché potrebbe non essere adatta a tutti. La serie di Nevernight è un bagno di sangue, certe volte letteralmente. Ne scorre così tanto che ad un certo punto vi stupirete quando per più di venti righe di seguito non ne verrà versata nemmeno una goccia. Di conseguenza, se siete facilmente impressionabili, procedete con cautela. E così come non scarseggiano le descrizioni minuziose dei massacri, non mancano neanche i dettagli nelle scene di sesso che risultano quindi piuttosto esplicite, anche se mai volgari. Questo non significa che vi troverete davanti un romanzo erotico o che queste scene siano messe lì a caso per scandalizzare e colpire i lettori, ma non aspettative gente che si tiene per mano e arrossisce perché non è quello che avrete. L’altro avvertimento riguarda il linguaggio utilizzato ma forse è anche superfluo dirvi che, trattandosi di assassini, nessuno in questo libro parla come una nobildonna in visita alla corte di Luigi XV.

Prima di farvi decidere se questa serie faccia o meno per voi (e io mi auguro tanto che scegliate di darle una possibilità), però, vi dico qualcosa che avrei voluto sapere io prima di immergermi in questa lettura: se glielo permetterete, Jay Kristoff vi strapperà il cuore, lo prenderà a calci e lo rimetterà a posto, dandovi giusto il tempo di riprendervi per poi ricominciare tutto da capo. Ma voi lasciatelo fare. Fidatevi e godetevi il viaggio. Anzi, fate questo viaggio insieme a Mia. Non ve ne pentirete.

Questi erano i miei due centesimi spoiler-free sulla saga di Nevernight. Da questo punto in poi parlerò liberamente di tutta la trilogia quindi non proseguite oltre se non avete letto fino all’ultima riga di Alba Oscura.

Credits to @oscarvault on Instagram

Non si può parlare di Nevernight senza partire dalla sua protagonista, centro indiscusso della narrazione. Mia Corvere è tutto quello che avrei potuto chiedere ad una protagonista, se non anche qualcosa di più. Tanto per cominciare non è un’eroina e soprattutto non le interessa esserlo. Mia vuole solo vendetta per la sua famiglia e, più di ogni altra cosa, sarà questo a guidarla fino al suo atto finale. Anche quando accetta il suo ruolo di prescelta, in primis lo fa perché quello è l’unico modo per annientare per sempre Scaeva. Non è la bontà a guidarla così come non è la volontà di ristabilire l’equilibrio fra giorno e notte a muovere la sua mano armata; Mia è animata solo dalla vendetta, dalla rabbia e infine dalla disperazione. Non è un caso che accetti completante il suo destino da martire solo dopo la morte di Ashlinn, l’unica persona che le abbia mai insegnato a sperare, l’unica che le abbia dato qualcosa per cui vivere in un mondo che, fino a quel momento, le aveva dato solo ragioni per cui morire.

“Aveva chiuso la tomba. L’aveva sentita sbattere su tutti i futuri che si era permessa di desiderare. Tutti i finali felici che si era concessa di sognare. Posò la fronte sulla roccia salda ed esalò tutto ciò che restava della speranza dentro di lei. Ora non rimaneva niente. Nulla di nulla.”

Nonostante la vendetta resti sempre il motore delle azioni di Mia, ciò non le impedisce di crescere, di evolversi, di imparare a conoscersi e di maturare. In questo senso è fondamentale il rapporto con Messer Cortese, forse il migliore dell’intera trilogia. L’umbragatto che mangia le paure di Mia è indubbiamente un punto di forza, ma è anche e soprattutto una grossa debolezza. Parafrasando un concetto che traspare da uno dei miei film preferiti (Il Cavaliere Oscuro – Il Ritorno), non c’è niente che spinga verso la vita come la paura della morte. Non temere nulla, nemmeno di perdere la propria vita, non ci rende forti; ci rende deboli perché non ci fornisce un motivo per lottare, non ci dà qualcosa a cui aggrapparci nei momenti più disperati. E, al di là della sconfitta di Scaeva e dell’epilogo della storia che è esattamente quello che ci era stato preannunciato fin dal prologo del primo libro, la vera vittoria di Mia è proprio l’aver imparato a vivere con le proprie paure, l’aver capito che avere qualcosa per cui vivere è molto più importante che avere qualcosa per cui morire. Mia muore con la consapevolezza di aver vissuto per qualcosa che non fosse la sola vendetta. Il Corvo lascia una Repubblica in cenere dietro di sé solo dopo aver capito che c’è speranza e che il suo sacrificio è un modo per alimentarla. C’è speranza per altre ragazzine che non dovranno vedere il padre giustiziato davanti ai loro occhi; c’è speranza per le donne che non saranno più vedove a causa di un sistema ingiusto; c’è speranza per i suoi compagni di battaglia rimasti in vita; c’è speranza per Mercurio e soprattutto c’è speranza per suo fratello Jonner di vivere in un mondo diverso da quello in cui è cresciuta Mia. Perché quando tutto è sangue, il sangue è tutto e Mia Corvere non avrebbe potuto onorare in modo migliore quel motto se non versando il proprio di sangue per permettere a suo fratello di percorrere un cammino diverso, non lastricato di odio e di vendetta.

“Quando tutto è sangue, il sangue è tutto.”

Mia, però, non è solo un ottimo personaggio per questa storia nello specifico, ma lo è in generale. Tolta dal contesto di Nevernight, alla fine lei è un’adolescente arrabbiata, in conflitto con se stessa e con gli altri e alla costante ricerca del suo posto del mondo. Di per sé questo è un tema vecchio come il mondo ma ciò non lo rende più facile da rappresentare, tutt’altro direi. Jay Kristoff, invece, ci riesce in maniera egregia. Prende il classico cliché e lo adatta alla sua storia. Crea una protagonista femminile che non ricalca il classico stereotipo dello strong female character, nonostante fosse facile ricaderci con queste premesse, e riesce a renderla allo stesso tempo femminista e inclusiva, senza che certi messaggi risultino forzati. Mia non sale su un pulpito protestando contro la posizione delle donne all’interno della Repubblica e non vediamo mai nessun altro personaggio femminile lamentarsi della disparità sociale di genere. Piuttosto vediamo Mia discutere di come un particolare insulto generalmente usato per equiparare qualcuno ad una donna, quindi a qualcuno di più debole, sia in realtà per lei un complimento; oppure vediamo Leona, la Dominati del collegio per cui combatte Mia nel secondo volume, farsi largo di prepotenza in un ambiente prettamente maschile, trovandosi costantemente a dover dimostrare di potersi sedere al tavolo con i suoi colleghi uomini, nonostante fra loro non intercorra alcuna differenza oltre quella di genere. Kristoff trova il modo di parlare di femminismo e parità di genere senza uscire mai dalla sua narrazione e senza sembrare mai un manifesto progressista di quarta categoria. Allo stesso modo, in Nevernight si parla di orientamenti sessuali diversi dall’eterosessualità senza che questo risulti un elemento inserito solo per sembrare più inclusivi. Kristoff dipinge una società in cui le relazioni omosessuali sono accettate e non vengono mai discriminate. Lo fa mostrandoci come a nessuno importasse della relazione tra Darius Corvere e il Generale Antonius; facendo dire a Cloud che Mia sarà sempre le benvenuta sulla sua nave a prescindere da chi si porti a letto; evitando qualsiasi commento inappropriato da parte di chiunque sulla relazione tra Mia e Ashlinn e trattando il loro rapporto al pari di quello con Tric. Ovviamente a questo si aggiunge tutto il percorso che Mia compie per avvicinarsi ad Ashlinn durante il quale non viene mai posto l’accento sul fatto che Ashlinn sia una donna e che questo possa essere un problema. Quando Mia si accorge di provare una certa attrazione anche per le forme femminili vive la cosa con naturalezza e quando si rende conto di provare interesse per Ashlinn non si preoccupa mai del fatto che lei sia una ragazza. Mia ha paura di questo legame e dei sentimenti che potrebbe provare Ashlinn perché teme di non potersi fidare di lei, non del fatto che Ashlinn sia una donna.

“No, se Mia era spaventata, non era di desiderare una ragazza. Era di desiderare questa ragazza. Ashlinn Järnheim.”

In definitiva Jay Kristoff è stato capace di raccontare quel difficile periodo di scoperta della sessualità nel modo più inclusivo e paritario possibile, dipingendo l’approccio al sesso, in ogni sua forma, con schiettezza e veridicità. Nel ciclo degli Accadimenti di Illuminotte si parla di una prima volta non esattamente grandiosa e priva di trasporto emotivo, di come una donna posa provare piacere in un rapporto senza per questo sognare il matrimonio, di come sia diverso ma ugualmente appagante un rapporto tra due donne, di come una donna debba sentirsi libera di fare ciò che vuole del proprio corpo senza essere apostrofata come sgualdrina e di come il rapporto con la sessualità dovrebbe essere vissuto in maniera più libera e spontanea, scrollandosi di dosso tutti gli stigmi sociali che si sono accumulati nel corso dei secoli. E la cosa migliore è che tutto questo ci viene mostrato all’interno della storia senza bisogno di alcuna spiegazione. Kristoff ci racconta un mondo in cui tutto questo è già presente, facendoci così notare ancora di più le differenze con la nostra realtà di tutti i giorni.

Credits to @monolimeart on Instagram

Andando oltre il personaggio di Mia è obbligatorio esplorare il suo rapporto con Tric e con Ashlinn, in questa sorta di triangolo amoroso che poi forse tanto triangolo non è. É più che altro una sovrapposizione tra ciò che forse sarebbe potuto essere (Tric( e ciò che in realtà è e sarà (Ashlinn). Devo dare atto a Jay Kristoff del fatto che entrambe le relazioni siano state costruite piuttosto bene e che, nonostante io avessi una netta preferenza per Ashlinn e facessi il tifo per lei e Mia già dal primo libro, mi abbia reso molto complicato mantenere salda la mia posizione. Oggettivamente si deve avere il cuore di pietra, anzi, di necrosso per non tentennare davanti a qualcuno che rinnega la morte, e con essa la sensazione di pace eterna circondato dall’affetto dei propri cari, per tornare dalla ragazza che ama e che alla fine si sacrifica per permetterle di riunirsi con il suo vero amore, scegliendo così di farsi da parte. E io il cuore di necrosso non ce l’ho per cui sì, ho fatto fatica. C’è stato più di un momento durante la lettura di Alba Oscura in cui ho sperato che Kristoff non avesse mai fatto morire Tric e che non avesse mai fatto innamorare Mia di Ashlinn.

«Tu dici che non si mantiene nulla se non si lotta per conservarlo? Io ho affondato le mani nel buio tra le stelle per te, Mia. Ho voltato le spalle alla luce e al calore e ho attraversato l’Abisso per te. Non l’ho fatto per potermi togliere dai piedi educatamente e guardare la ragazza che mi ha ucciso rivendicare la ragazza che amo»

Eppure, nonostante questi sentimenti contrastanti, ragionando a mente lucida sono riuscita a capire perché io sia rimasta comunque Team Ashlinn. Per la verità, la risposta sta già in tutto quello che ho detto fino ad adesso. Tric compie dei gesti davanti a cui è impossibile restare impassibili e non sperare, almeno un attimo, che Mia scelga lui. Ash, invece, non fa nulla. Lei è se stessa in ogni occasione, anche quando questo la porta al gesto estremo di uccidere Tric e quindi a fare qualcosa che potrebbe allontanare Mia per sempre. E paradossalmente, Mia si innamora proprio di questo. Mia è innamora di Ashlinn perché in lei rivede una versione migliore di se stessa: una persona disposta a tutto pur di raggiungere il suo obiettivo di vendetta ma, allo stesso tempo, capace di provare dei sentimenti reali da cui non scappa e che non ha pura di opporsi a lei quando crede che sia giusto farlo. Allo stesso tempo, però, Ashlinn è la prima che davvero spinge Mia ad avere paura e ad affrontarla. Mia sceglie Ashlinn più di una volta e si innamora gradualmente di lei senza che quest’ultima faccia qualcosa per farlo succedere. Ash vuole Mia ma non fa nulla per prendersela se non essere se stessa e farle vedere quello che potrebbero avere insieme. È così sicura dei suoi sentimenti che non si preoccupa di litigare con lei o di perderla per essersi esposta troppo. Quando ne I Grandi Giochi le dice chiaramente quanto tenga a lei e sbatte in faccia a Mia quanto questo sentimento la spaventi, sa benissimo che potrebbe perderla per sempre eppure non si ritrae perché ancora una volta sceglie di essere se stessa e di esporsi per ottenere ciò che vuole. Nonostante venga apostrofata come bugiarda, lei è sincera con Mia come forse solo Messer Cortese è stato. Ashlinn non si nasconde mai con Mia, non le mente e non le inganna; mostra ciò che avrebbe da offrirle, lasciandola libera di scegliere.

«Io non ho alcun diritto su di lei» ringhiò Ashlinn. «Mia non appartiene a me. Appartiene a se stessa. Ma se pensi solo per un secondo che non sia disposta ad immergermi nel sangue per essere colei che sarà al suo fianco quando tutto questo sarà finito, allora sei pazzo. Mi hai capito?»

E Mia lo fa. Sceglie Ashlinn una prima volta quando ha bisogno di desiderare e di sentirsi desiderata a sua volta e poi continua a sceglierla, anche quando potrebbe non farlo, anche sapendo che avere qualcosa da perdere potrebbe essere una debolezza. Quando dopo essere stata con lei la prima volta capisce che niente sarebbe stato più come prima, Mia sceglie di non scappare da quel sentimento ma di viverlo fino in fondo; quando combatte il suo ultimo magni sono quegli occhi color azzurro dei cieli riarsi dai soli che cerca sugli spalti per ricordarsi cosa abbia da perdere; quando è prossima a compiere la sua vendetta contro Scaeva è la promessa di una vita con Ashlinn a farle credere nella possibilità di un futuro; quando potrebbe avere Tric è la consapevolezza di volere Ash e di aver bisogno di lei a fermarla; ed è solo quando Ashlinn muore che Mia si convince a sacrificarsi, spegnendo quella scintilla di speranza che si era accesa in lei. Potrei andare avanti per ore a fare esempi ma la verità è che è già tutto spiegato in quel momento tra Mia e Tric sulla nave, quando la giovane Corvere riesce ad essere finalmente sincera con se stessa. Tric è lì, potrebbe averlo se solo volesse e lei lo vuole, ma sceglie comunque Ashlinn perché capisce che il suo bisogno di stare con Tric durerebbe il tempo di un fuoco di paglia, mentre il desiderio di avere Ash al suo fianco si misura in termini di eternità.

«Perché io ti voglio, Tric. La Dea mi aiuti, io ti voglio. Ma la verità è che, per quanto io ti voglia avere ora, desidero di più avere lei»

A proposito di eternità, so benissimo che la scena finale con loro due insieme n riva ad un lago così immobile da sembrare uno specchio è un momento di puro fanservice ma è anche vero che Mia aveva già scelto Ashlinn in ogni possibile occasione quindi dare ad entrambe quel finale felice non ha tolto nulla a quanto era già stato raccontato prima. Quel momento non stravolge niente; si limita a mostraci qualcosa che, altrimenti, avremmo solo dovuto immaginare. Jay Kristoff ha fatto una scelta quando ha lasciato che Mia andasse da sola da Ashlinn, rinunciando alla rassicurante compagnia di Messer Cortese e di Eclissi, per abbandonarsi completante a lei e ha portato avanti questa scelta fino alla fine.

«Starò con te per sempre», sussurrò Mia.
«Solo per sempre?», mormorò Ashlinn.
Mia sorrise nella luce argentea.
«Per sempre e oltre»

Fino a qui ho parlato solo dei pregi di questa trilogia ma ciò non implica che non abbaia anche dei difetti. Nello specifico io ne ho rilevati un paio.

La prima pecca di Nevernight è sicuramente la scarsa caratterizzazione dei personaggi secondari. Quella che noi leggiamo è la storia della vita e della morte di Mia quindi è normale che il focus sia su di lei, ma è comunque abbastanza assurdo pensare che dopo quasi 1500 pagine sappiamo così poco di chi le è stato intorno. Ad esempio, consociamo le storie dei suoi compagni gladiatii e ciò che li ha condotti alla schiavitù, ma sappiamo molto poco del loro carattere e della loro personalità e ne è una riprova il fatto che le due relazioni che si sviluppano tra Alzaonda e Bryn e tra Cantalame e Sidonius spuntino un po’ dal nulla. Allo stesso modo sappiamo molto poco di Jonnen il cui cambiamento da moccioso fastidioso a fratello alleato di Mia è fin troppo repentino. Gli unici di cui conosciamo qualcosa di più sono Mercurio, essendo lui il narratore della storia e il mentore di Mia; Tric che ha passato molto tempo con la nostra protagonista nella prima parte di Mai Dimenticare; e Ashlinn il cui approfondimento è quasi doveroso in quanto necessario a sviluppare il rapporto con Mia. Anche la caratterizzazione di Scaeva, l’antagonista di Mia e il cattivo della storia, è alquanto fiacca e tutti i colpi di scena che lo riguardano sono facilmente prevedibili, soprattutto quello in cui si scopre che lui è il vero padre del Piccolo Corvo. In ogni caso non me la sento affermare che i personaggi secondari siano anonimi o mal sviluppati, perché ognuno di loro ha un paio di caratteristiche peculiare che lo distinguono dagli altri, ma lo sono comunque troppo poco rispetto al potenziale di partenza. In una saga con una protagonista così sfaccettata e ben delineata e con un worldbuilding così accurato, è davvero un peccato che non sia stata riservata la stessa attenzione anche a tutti gli altri personaggi che popolano la storia.

L’altro difetto, a mio parere, risiede nella battaglia finale di Alba Oscura che risulta quasi troppo frettolosa e caotica. Quando l’ho letta, ricordo di aver pensato. “beh, tutto qui?”. Lo scontro conclusivo tra Mia e Julius Scaeva sembra raccontato con un certo distacco e non l’ho percepito come un finale degno per tutto il percorso che Mia ha compiuto per arrivare fino a lì. Forse il problema è che tutto avviene esattamente come ci saremmo aspettati e questo va in contrasto con quanto presente nei finali dei due libri precedenti, in particolare con quello di Mai Dimenticare pieno di colpi di scena. Il finale di Alba Oscura è proprio quello che ci saremmo aspettati fin dal prologo del primo volume e questo un po’ mi ha delusa. Certo, c’è anche da dire che questo è uno di quei rari casi in cui il finale, inteso proprio come svolgimento degli eventi, è la naturale conclusione di una storia che è stata magistralmente costruita proprio per giungere a quel punto. In fin dei conti, la battaglia epica con Scaeva durante il Verobuio, la distruzione della Repubblica e la morte eroica di Mia sono qualcosa che viene costruito fin dalle prime pagine di Mai Dimenticare quindi sarebbe stato anche difficile creare qualcosa di diverso e inaspettato. Probabilmente il vero problema è che nessun finale avrebbe mai potuto rendere giustizia allo strepitoso viaggio che abbiamo compiuto insieme a Mia, nonostante Jay Kristoff, ancora una volta, ci abbia dato tutto quello che ci aveva promesso.

Credits to @Kiranight_art on Instagram

Potrei andare avanti ore, se non giorni, a parlare di Nevernight e sviscerarne ogni singolo aspetto ma credo che sia giunto il momento di fermarsi qui. Grazie a chiunque sia giunto fino a questo a punto e ricordate:

“Mai tirarsi indietro.
Mai avere paura.
E mai, mai dimenticare”

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Per l’immagine di copertina credits to Oscar Vault

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