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Parliamone | The I-Land: non chiamatelo Lost 2.0

Il 12 settembre Netflix ha pubblicato un po’ in sordina una sua miniserie originale, The I-Land, e se guardando il trailer non avete pensato “questo è Lost 2.0” probabilmente state mentendo o non avete mai visto Lost.

The I-Land però non è Lost e non ha nemmeno la pretesa di esserlo. Sfrutta giusto l’espediente dell’isola deserta e di un gruppo di naufraghi che deve sopravvivere, ma la realtà che si cela dietro quel luogo misterioso, come si vede anche dal poster, è più tecnologica che magica e/o mistica. L’isola infatti è una simulazione in cui i personaggi, privati di ogni ricordo sulla loro vita e detenuti in una prigione di massima sicurezza del Texas, sono costretti a vivere per via di un esperimento a cui loro stessi hanno accettato di partecipare. Lo scopo di questa realtà virtuale è provare come dei criminali, molti dei quali hanno compiuto i reati più efferati – dallo stupro alla sparatoria di massa – possano redimersi e abbandonare i loro istinti violenti. L’idea quindi è molto interessante e presenta anche parecchi spunti di riflessione, che però sono stati analizzati (per non dire relegati) solo nell’ultimo episodio, ma l’esecuzione purtroppo lascia molto a desiderare. Innanzitutto sette episodi sono troppo pochi per un tema di questa portata, soprattutto visto che negli Stati Uniti il dibattito sulla pena di morte e in generale sul sistema giudiziario è sempre molto acceso. Si è rischiato, come poi effettivamente è successo, di buttare in un calderone troppo e lasciarlo sul fuoco a bruciare. Insomma, davvero un peccato.

Altra pecca notevole sono i personaggi. Piatti e a tratti irritanti, i nove passano l’intera durata del primo episodio a cercare la rissa facile o a riprodursi, come se non avessero altre priorità, tipo cercare cibo, acqua o un riparo. C’è qualcuno che si salva, come KC, che ha una storia straziante alle spalle e infatti è quella che viene trattata con più riguardi, ma si tratta comunque di un eccezione. Inoltre, e questa è la parte che proprio non ho digerito, i crimini commessi dai protagonisti sono troppo diversi e nonostante questo vengono trattati allo stesso modo sia nella simulazione che nella vita vera, ad ascoltare le parole del proprietario del penitenziario che li odia tutti indistintamente  e crede che l’esperimento sia uno spreco di tempo e denaro. Insomma, non esiste che uno stupratore seriale sia messo sullo stesso piano di un’infermiera che somministra farmaci letali ai pazienti che glielo richiedevano solo perché vivono in uno stato dove l’eutanasia è illegale. Ci sono crimini e crimini, ma evidentemente non in Texas…

Quindi, tirando le somme, The I-Land è da vedere? Se non avete nient’altro da fare sì, sono solo 7 episodi e si lasciano guardare senza troppe pretese. Ognuno termina con un cliffhanger, quindi tecnicamente saresti invogliato a sapere come continua. L’idea era pure interessante, ma davvero si sono perso lungo la strada della realizzazione. E dire che Netflix ai tempi d’oro ci aveva abituato fin troppo bene a serie di qualità…

Questo è tutto. Prima di lasciarvi, però, vi invito a mettere mi piace a Parole Pelate, se non lo avete fatto, e poi a passare dalle nostre pagine affiliate. Infine un grande grazie alla nostra Amigdala per la grafica.

Ringraziamo: Serie Tv News | Because i love films and Tv series | Film & Serie TV | La dura vita di una fangirl | I love telefilm & film ∞ | Telefilm obsession: the planet of happiness | Serie tv Concept | Serie TV: la mia droga

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