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Sapevatelo | Mindhunter – La Shahrazād dei Serial Killer

Mindhunter, la serie crime thriller ideata da Joe Penhall, prodotta dallo stesso Penhall, David Fincher, e Charlize Theron ha debuttato con la sua seconda stagione su Netflix il 16 Agosto di quest’anno. Basata sul libro Mindhunter: La storia vera del primo cacciatore di serial killer americano (Mind Hunter: Inside FBI’s Elite Serial Crime Unit), scritto da Mark Olshaker e John E. Douglas, parla della vera esperienza di Douglas come ex agente dell’FBI e ideatore del primo criminal profiling.

Jonathan Groff, insieme a Darren Criss, sono gli ex membri di Glee che meglio si sono distinti sul piccolo schermo e non me ne stupisco. Groff senza ricci e repertorio canoro dei Queen, convince ancora in una serie singolare nel suo genere.
Di crime ne sono stati prodotti tanti negli anni, da Criminal minds che ha confermato che i personaggi dei profiler dell’FBI Jason Gideon e David Rossi erano basati su Douglas, alla serie francese Profiling, incentrata sui casi della criminologa Chloé Saint-Laurent affrontati con un approccio molto empatico con gli assassini.

La prima stagione, ambientata alla fine degli anni ’70, si incentra sulla missione dell’agente Ford, Douglas, di individuare un nuovo modo per catalogare e analizzare i killer, arrivando al moderno metodo del profiling: esaminando le scene del crimine e creando dei profili degli aggressori, si possono descrivere poi le loro abitudini per predire le loro mosse future. Deriso e non ascoltato da molti colleghi della stessa FBI e dalla polizia locale, trova l’appoggio nell’agente Bill Tench (basato su Robert Ressler) del reparto scienze comportamentali e nella professoressa Wendy Carr (basato su Ann Wolbert Burgess), che abbandona Boston per restare a Quantico e sfruttare le sue conoscente psicologiche per questo progetto. Dalla seconda stagione, dopo alcuni piccoli successi, e l’aver messo in pratica questo nuovo approccio grazie alle interviste con “famosi” assassini come Kemper III e Mason, raggiungono una prima vera conquista con il caso del mostro di Atlanta.

Mindhunter però non ci mostra né la prospettiva della vittima e neppure quella dell’assassino, tutta la storia è affrontata e portata avanti da questa unità speciale dell’FBI, che studia i comportamenti dei serial killer, etichettandoli con questa nuova terminologia, e costruendo una profilazione per creare un nuovo modo di indagare e magari prevenire i crimini. Tutto è tratto da storie vere, effettivamente potrebbero non esserci novità o grandi rivelazioni.
Tuttavia Mindhunter dice più di quanto ci fa vedere. È esattamente come la sua opening, vediamo l’attrezzatura utilizzata dall’agente Holder Ford, Bill Tench e la dottoressa Wendy Car durante le interviste con famosi serial killer, registratore, microfono… ma dietro delle semplici registrazioni, dei discorsi privi di razionalità umana, usciti da menti pericolose e in prigione, ci sono corpi ormai privi di vita, vittime massacrate, violentate, mutilate.
Assistere alle interviste è inquietante quanto vedere quelle pratiche messe in atto sotto i nostri occhi. Non si parla di come i crimini vengono commessi, ci sono fascicoli a riguardo, si vuole sapere il perchè. Gli assassini nascono con menti già “malate”? O le circostante e le situazioni possono contaminare, influenzare la mente di queste persone? E dopo aver dato una risposta a queste domande, arriva la pù angosciante… un atteggiamente deviante può davvero portare in futuro ad un comportamento deviante? C’è qualcosa dentro alcuni di noi, un interruttore che se schiacciato può portarci ad essere dei futuri killer?


È il punto di domanda che si insinua silenziosamente nella seconda stagione anche grazie alla sconvolgente svolta personale dell’agente Tench e di suo figlio, tratta liberamente da un altro fatto di cronoca realmente accaduto che non ha coinvolto, tuttavia nella realtà, Robert Ressler.
Mindhunter è come un lungo film di 19 episodi (10+9 tra prima e seconda stagione). Segue un filo logico a cui si appigliano vari casi di cronaca. Alcuni verranno affrontati dai nostri agenti dell’FBI, altri solo sfiorati. Sembrerebbe confusionaria la successione di eventi, in realtà è un crescendo di consapevolezza. Noi pubblico viviamo la frustiazione di Ford e co., il sapere di sapere qualcosa di più rispetto agli altri, di avere un punto di vista più ampio, di avere i sensi più allerta della polizia locale, ma di non essere accolti come si dovrebbe, di non essere creduti.
Il male è male, il bene è bene. Mindhunter cancella questo confine netto e lo traccia con un tratto più debole. Quindi questa serie mostra la lotta di una piccolissima unità dell’FBI che cerca di farsi notare da un’America ancora troppo bigotta, o un mondo semplicemente non pronto. E lo fa tramite l’iniziale ingenuità e sete di conoscenza dell’agente Holder, che si sentirà quasi ossessionato dalle sue stesse intuizioni, la concretezza di Tench, federale e uomo di famiglia quasi modello, che cerca di dare un parte di sé a tutti e le deduzioni introspettive della dottoressa Carr, che finalmente passa dalla scrivania alle prigioni per osservare meglio da vicino le sue cavie da laboratorio: i criminali.
La seconda stagione, diventa più attiva con un vero caso tra le mani, il mostro di Atlanda e mette al centro anche la vita personale di Tench, anzichè quella di Ford come nella prima stagione, mostrando le influenze di tutto ciò nelle sfere più intime dei protagonisti. Però già dalla precedente, gli autori avevano disseminato qua e là scene ambientate nel Kansas, con personaggi a noi non familiari, che non fanno altro che prepararci alla terza stagione. Sembravano senza una connessione logica con gli eventi narrati, aspettavamo che qualcosa di grosso esplodesse da un momento all’altro, e invece mentre i federali creavano sulla carta un nuovo profiling, Mindhunter ci ha fatto assistere visivamente alla nascita di questo, senza che noi ne dessimo peso.
Mindhunter è uno scorrere continuo, nessun episodio è davvero autoconclusico, è questa la sua carta vincente: raccontarci una lunga storia, forse mille storie, di notti fatte di sangue e violenza, di cui non assisteremo a nulla di tutto ciò, ma ne sentiremo ancora la presenza.

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2 thoughts on “Sapevatelo | Mindhunter – La Shahrazād dei Serial Killer

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