Telefilm

Recensione | American Crime Story- L’assassinio di Gianni Versace

 

Miami Beach, 15 luglio 1997. Il famoso stilista italiano Gianni Versace (Edgar Ramirez) viene assassinato con due colpi di pistola, fuori dalla sua abitazione. Il sospettato è Andrew Cunanan (Darren Criss), giovane omosessuale ricercato per altri quattro omicidi. La tragedia scosse la famiglia di Versace, in particolare la sorella Donatella (Penelope Cruz) e il fidanzato Antonio (Ricky Martin), e l’opinione pubblica. Nonostante tale impatto, però, il movente del delitto non fu mai chiarito e tutt’ora il caso Versace rimane nel mistero.

American Crime Story- L’assassinio di Gianni Versace è la seconda stagione della pluripremiata serie TV basata sui casi giudiziari più eclatanti avvenuti negli Stati Uniti. Questa storia, però, possiede una struttura narrativa completamente diversa da Il Caso O.J. Simpson. Se infatti quest’ultima andava ad analizzare dettagliatamente l’intera vicenda giudiziaria del’95, con uno stampo quasi documentaristico, L’assassinio di Gianni Versace adotta un approccio completamente differente. Essa si concentra sulla figura più enigmatica della vicenda: Andrew Cunanan, divenuto, nel 1997, uno dei ricercati più pericolosi degli Stati Uniti. Cunanan venne trovato morto pochi giorni dopo l’omicidio Versace, di conseguenza non ci  fu alcun processo. Lo show si propone di delineare un ritratto psicologico del serial killer, ripercorrendo le tappe più importanti della sua vita e fornendo così una propria interpretazione degli eventi che portarono all’assassinio di Versace. Questa scelta ha fatto storcere il naso a molti spettatori, che si aspettavano una maggior attenzione verso la figura di Versace. Analizzeremo in seguito più nel dettaglio tale critica.

Il primo episodio si apre proprio con l’omicidio. La scena, della durata di sette minuti, costituisce un incipit perfetto. Sulle note di Adagio in G Minor, struggente melodia composta da Tomaso Albinoni, assistiamo alla messa in scena in parallelo di due figure opposte. Gianni Versace, stilista di fama mondiale, si sveglia all’interno della sua immensa e maestosa villa, pronto a cominciare una nuova giornata in compagnia dell’amato Antonio. Andrew Cunanan, ragazzo povero e solo, è pronto a compiere un gesto estremo e terribile.

Chi è Andrew Cunanan? La serie, attraverso una narrazione a ritroso, ci racconta in primis dei suoi precedenti omicidi. Nel 1997, infatti, Cunanan assassinò altri quattro uomini. Jeffrey Trail (Finn Wittrock), ex ufficiale della Marina. David Madson (Cody Fern), architetto e amante di Andrew. Lee Miglin (Mike Farrell), anziano costruttore edile. William Reese (quest’ultimo ucciso nel tentativo di rubare una macchina). Le prime tre vittime di Cunanan avevano qualcosa in comune: erano tutti omosessuali.

Peculiarità molto interessante della serie risiede infatti nel voler approfondire la storia delle vittime del killer, spesso soggetti trascurati dai media. Delle vittime non si parla quasi mai. Gli autori hanno invece deciso di dedicare a ciascuno di loro una puntata, dando così personalità e dignità a esseri umani innocenti, trovatisi purtroppo faccia a faccia con un individuo instabile e violento. Dietro le storie personali di queste persone , fa da sfondo un particolare contesto sociale. E’ il 1997, ma la comunità gay è ancora emarginata e denigrata. Ad esempio, viene narrata la storia di Jeffrey Trail, ufficiale della Marina, ritiratosi perché omosessuale. Un mondo quindi ancora chiuso, che costringe le persone a nascondersi, a non accettarsi. Se si guarda a tale sfondo sociale, non sorprende che la polizia abbia puntato seriamente i riflettori su Cunanan soltanto dopo l’omicidio Versace. La risoluzione dei precedenti delitti fu sbrigativa, superficiale, poiché le vittime erano tutte omosessuali. Proprio come nella stagione precedente, gli autori utilizzano questi delicati e famosi casi per esplorare il contesto sociale nel quale si verificarono. Per analizzare le cause e gli effetti di atti criminali è infatti necessario analizzarne i contesti.

Come già accennato, L’assassinio di Gianni Versace si basa principalmente sulla misteriosa figura dell’omicida, dando poco spazio alle vicende famigliari e professionali dello stilista italiano. Soltanto alcune scene sono infatti dedicate a Versace, in particolare al suo rapporto con la sorella Donatella. Una relazione professionale a volte conflittuale, ma un rapporto affettivo profondo e sincero. Menzione alle ottime interpretazioni di Edgar Martinez e Penelope Cruz. In particolare, quest’ultima ha dato anima e corpo per impersonare il discusso e chiacchieratissimo personaggio di Donatella Versace, regalandoci una performance toccante. Bravo anche Ricky Martin nel ruolo del compagno di lunga data dello stilista, anch’egli discriminato in quanto omosessuale.

Se dunque la serie pone l’attenzione essenzialmente su Cunanan, come mai il titolo L’assassinio di Gianni VersaceAlcuni crederanno ad una mera strategia commerciale, ma credo che il motivo sia molto meno scontato. Per comprenderlo, occorre approfondire la controversa figura del protagonista.

Fin da subito, lo spettatore viene immerso nelle vicende di Andrew Cunanan. Assistiamo ai suoi brutali omicidi, caratterizzati da forte violenza e totale mancanza di pietà, e ci chiediamo perché, che cosa abbia innescato in lui un tale odio . E’ un ragazzo giovane, di bell’aspetto, molto colto e istruito. Di primo impatto, gentile ed educato. Basta però conoscerlo a fondo, come hanno fatto David e Jeff, per comprendere che si tratta in realtà di una persona molto instabile. Possessivo con le persone attorno a lui. Patologicamente bugiardo. Andrew cambia la propria storia personale a seconda della persona con cui sta parlando, inventandosi i racconti più fantasiosi. Ma soprattutto, l’ambizione di Cunanan è essere speciale. L’ossessione di voler primeggiare, di avere tutto senza il minimo sforzo, lo trasformano presto in un vero e proprio narcisista.

Nel penultimo episodio dello show, diretto dall’attore Matt Bomer (White Collar), siamo testimoni dell’infanzia di Cunanan. In particolare, ci si sofferma sulla figura del padre Modesto (Jon Jon Briones). Di origine filippina, Modesto è letteralmente ossessionato dal sogno americano, disposto a tutto per ottenere successo e denaro. “Vivere da re” è il suo obiettivo. Nonostante gli agi in cui la famiglia vive, l’ambiente è alquanto malsano: Modesto è infatti un marito violento e un padre assente. L’unico a cui Modesto sembra prestare attenzione è Andrew, a cui da gli insegnamenti più sbagliati che un genitore possa dare ad un figlio. Non fa che ripetere al figlio che lui è speciale, che deve sempre puntare al massimo, fregandosene dei sentimenti altrui. Per anni Andrew vede il padre come un modello da seguire, l’uomo che vorrebbe un giorno diventare, inconsapevole della sua reale meschinità. Anni dopo, l’FBI irrompe nella loro casa per arrestare Modesto di appropriazione indebita.

L’uomo fugge dunque a Manila, suo paese d’origine, lasciando la famiglia senza un soldo. La consapevolezza che tutto ciò che il padre aveva costruito non era altro che una gigantesca bugia provoca in Andrew una profonda rottura psicologica. Colui che considerava alla stregua di un eroe non è altro che un avido opportunista. Il colpo di grazia verrà inferto da quel serrato dialogo tra i due, che ci mostra un Andrew come non lo abbiamo mai visto finora: vulnerabile. Per un attimo riusciamo a provar pietà per quello che, anni dopo, diventerà uno spietato assassino.

Tutti gli omicidi che Cunanan compie sono dettati da puro egoismo e narcisismo. L’assassinio di Versace incarna forse l’esempio più lampante di tale tesi. Gianni Versace era un uomo di successo, aveva tutto. Quella mattina di Luglio, a Miami, Andrew Cunanan desiderò annientare quella felicità, annichilirla. Tutto per cosa? Fama, invidia, frustrazione. Dunque penso che L’Assassinio di Gianni Versace sia un titolo perfetto. Cunanan voleva essere ricordato per i terribili atti compiuti. Spostare l’attenzione sulla vittima, anziché sul killer narcisista, è una scelta più giusta: dedicargli così lo show sarebbe stato come dargliela vinta.

Come ci mostra la bellissima e poetica scena finale, accompagnata dallo stesso brano dell’incipit, l’unico che viene ricordato e tuttora celebrato è Gianni Versace. Il nome Cunanan non dice nulla a nessuno. Dimenticato, come probabilmente si merita.

Menzione per la strabiliante performance di Darren Criss. Vincitore dell’Emmy come miglior attore in una miniserie, Criss si è calato perfettamente nel difficilissimo ruolo. Il pubblico ha odiato Cunanan, eppure ne è rimasto in parte affascinato. Il realistico e sincero ritratto di una personalità disturbata.

American Crime Story- L’assassinio di Gianni Versace non è un prodotto perfetto. A differenza del suo predecessore, la narrazione non coinvolge sempre a pieno lo spettatore. Si tratta comunque di un’opera coraggiosa e ben realizzata. Una fine indagine psicologica su un serial killer e sui motivi che si celano dietro le sue azioni. La rappresentazione di una società ancora chiusa e intollerante.

Sebbene inferiore alla stagione precedente, anche questo capitolo colpisce nel segno, portando sullo schermo uno dei casi più controversi degli ultimi trent’anni, con notevole sensibilità e abilità narrativa.

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