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Parliamone | Brooklyn 99 e l’importanza della rappresentazione

Nata dalla mente di Dan Goor e Michael Schur, Brooklyn 99 è una di quelle serie dalla storia un po’ travagliata: trasmessa da FOX per le prime cinque stagioni, viene cancellata nel 2018 per poi essere salvata in corner da NBC per una sesta e una settima – ancora inedita – stagione. Nonostante l’episodio 5×22 potesse essere tranquillamente un finale di serie, il rinnovo è stato accolto con gioia da tutti quei fan che ancora oggi non riescono a capacitarsi di come si fosse potuto anche solo pensare di cancellare un gioiellino del genere, premiato, tra le altre cose, con due Golden Globes.
Ed effettivamente, dopo averla recuperata, non posso che trovarmi d’accordo.

Ambientata nel fittizio 99° distretto di polizia di New York, dove lavorano tutti i protagonisti, Brooklyn 99 è una delle migliori comedy in circolazione grazie ad una scrittura divertente (si vede in particolar modo nelle scene prima dei titoli di testa, spesso non inerenti alla trama principale ma comunque piacevoli da guardare) e soprattutto in grado di ironizzare sui più svariati problemi degli Stati Uniti – dal rapporto tra poliziotti e civili alle pecche del sistema carcerario – senza mai risultare fuori luogo o, al contrario, troppo politicamente corretta. Le situazioni in cui si trovano i personaggi, dunque, fanno ridere, ma spesso anche riflettere. E sono proprio loro, i personaggi, un altro importante punto di forza della serie: assolutamente non stereotipati, non convenzionali e non relegati ad una caratteristica fissa. Evolvono, come dimostrato dal protagonista Jake Peralta, che viene presentato all’inizio come il classico White DudeTM infantile e che grazie alle sue vicissitudini e alle persone incontrate riesce a trovare il giusto equilibrio tra il bambino dell’inizio e un adulto ultrafunzionale come potrebbero essere il Capitano Holt o la sua fidanzata Amy.

Un altra caratteristica fondamentale di questa serie è la rappresentazione. A New York non sono tutti bianchi così come non sono tutti etero e quello che fa la serie è semplicemente riportare attraverso un gruppo di personaggi molto variegato la realtà dei fatti senza comunque cadere in banali stereotipi. La diversità non è forzata, come se volessero inserire minoranze a tutti i costi, ma è semplicemente la normalità, tanto nella serie quanto nella vita vera, e questo è davvero un enorme punto a suo favore. Tuttavia, le diversità si fanno notare quando gli autori vogliono che gli spettatori le notino: il Capitano Raymond Holt ogni tanto ricorda le difficoltà a raggiungere la sua posizione essendo un uomo gay e di colore oppure nell’episodio 16 della quarta stagione, a mio parere uno dei migliori in assoluto, quando il sergente Terry Jeffords viene fermato nel suo stesso quartiere da un altro poliziotto mentre non faceva altro che cercare un giocattolo perso da sua figlia, fondamentalmente perché è nero e ha le dimensioni di un armadio a due ante, quindi fisicamente risulta intimidatorio.

Passando invece al trio femminile, abbiamo tre donne – a modo loro e nelle loro differenze – una più cazzuta dell’altra, ossia le detective Rosa Diaz ed Amy Santiago con l’aggiunta della segretaria del capitano Gina Linetti, o come lei stessa si definisce “la forma umana dell’emoji del 100”. 

Insomma, il mondo all’interno del distretto 99 di Brooklyn in cui tutti riescono per le proprie capacità e si supportano a vicenda è ancora purtroppo utopistico, ma è come dovrebbe essere, ed è quando si scontra con la realtà al di fuori che ci si rende conto dell’esistenza di problemi che avrebbero dovuto essere superati da almeno una cinquantina di anni. Tuttavia, il vantaggio e la piacevolezza della serie sta proprio nell’affrontarli sempre con piglio ironico ed è per questo che mi sento di consigliarla a tutti. Le prime quattro stagioni le trovate su Netflix ed è probabile che a breve venga aggiunta la quinta, però non ci sono ancora dichiarazioni ufficiali.

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