Film

Recensione | Midsommar – Il villaggio dei dannati

Reduce dal successo di Hereditary – Le radici del male, Ari Aster persegue con il suo secondo lungometraggio, un racconto carico di simbolismi che anticiperanno lo svolgersi della vicenda, disseminando qua e là indizi su come potrebbe evolversi la narrazione. Come Hereditary, il regista dirige un film sofisticato dove non tutto è potente come dovrebbe essere, difatti se nel film precedente Aster trova in un suono emesso da Milly Shapiro, (personaggio chiave di Hereditary), un cinema capace di restare impresso a lungo tempo, d’altra parte l’esasperazione di quel dettaglio può risultare ripetitivo e stancante. In Midsommar non c’è nulla di tutto questo, ma la risoluzione degli eventi e le premesse fortissime non arrivano a nessuna conclusione che possa davvero lasciarti un segno.

Dopo un prologo che ci introduce il trauma della protagonista e il rapporto difficile con il suo ragazzo, Midsommar ci trasporta nelle dinamiche di un gruppo che ha già dei dissapori al suo interno, ma sarà la Svezia a far venire tutto alla luce. Alcuni per studi accademici, altri per una vacanza fuori dall’ordinario, la comitiva decide di partecipare all’evento raro di un villaggio svedese immerso in tradizioni, riti, usi e costumi molto peculiari. Se l’oscurità è stata sia nella letteratura sia nel cinema, uno strumento nelle mani dell’autore per veicolare una paura ancestrale e creare mostri dove non ci sono, Midsommar si allontana dal buio e sceglie la luce costante del sole di mezzanotte. È tutto luminoso e bellissimo nel villaggio, appena ci si entra sembra quasi una visione dell’eden, dove l’armonia e la condivisione regnano su ogni elemento.

Uno dei problemi irrisolti della coppia di fidanzati, si trova proprio nella mancanza di condivisione, lui non le dice cosa realmente prova o cosa voglia fare nell’immediato futuro, come una vacanza in Svezia. Sarà proprio il curioso villaggio a far trovare a Dani, (la protagonista), la condivisione che cercava da tanto tempo, essa però coinvolge davvero ogni cosa, dal puro piacere sessuale al dolore più forte, un po’ come se il cineasta volesse dirci: “Attenta a ciò che desideri”. Corrotti da un luogo all’apparenza incorruttibile, Midsommar è un esempio di Folk horror che guarda al passato (The Wicker Man, 1973) e imbastisce l’ennesimo prodotto audiovisivo che non vuole farti spaventare ma incuterti inquietudine e ribrezzo, nell’aver desiderato qualcosa che quando finalmente arriva non è come immaginavamo. Dalle deformazioni fisiche ai rapporti malsani e tossici che dovrebbero in teoria essere una famiglia, Ari Aster ha già qualche interessante elemento fisso nel suo cinema, sebbene in quest’occasione non ci sia una conclusione all’altezza delle premesse.

Prima di lasciarvi vi invito a mettere mi piace a Parole Pelate, se non lo avete fatto, e poi a passare dalle nostre pagine affiliate. Ed infine un grande grazie alla nostra Amigdala per la grafica.

Ringraziamo: Citazioni film e libri | I love telefilm & film ∞ | Because i love films and Tv series

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