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Movienight | #33 Ritorno al bianco e nero

Niente sembra poter arrestare l’evoluzione tecnologica di Hollywood. Eppure, in questo continuo progresso una cosa è ben certa: il bianco e nero non è mai passato di moda. Il grande successo di “Roma” (Alfonso Cuarón, 2018) durante l’ultima edizione degli Oscar ne è un’ulteriore dimostrazione, ma d’altronde è solo la punta dell’iceberg. Numerosi film, considerati ormai classici, sono stati volutamente girati in bianco e nero, per motivi d’estetica più disparati. Nel Movienight di oggi vi consiglio quelli che, secondo me, sono tre film contemporanei sottovalutati, ma molto affascinanti e, ovviamente, il filo che li collega, è il bianco e nero come scelta estetica.

The Whisperer in Darkness

Regia: Sean Branney

Anno: 2011

Genere: horror, fantascientifico, thriller, mystery

Cast: Stephen Blackhert, Matt Foyer, Barry Lynch, Annie Abrams, Matt Lagan, Autumn Wendel

Trama: Albert Wilmarth, professore e luminare delle tradizioni folkloristiche all’università di Miskatonic, si ritrova coinvolto nelle indagini sulle leggende riguardanti strane creature che abiterebbero le montagne remote del Vermont. Recatosi sul posto per indagare di persona, Albert scoprirà una realtà molto più terrificante di quanto si aspettasse e dovrà lottare per la sua sopravvivenza e per quella dell’intera razza umana.

Il perché pelato: tra i registi che hanno fatto del bianco e nero una loro cifra distintiva spicca sicuramente Tim Burton, per il quale l’uso di questa tecnica serve a stabilire un legame diretto con i maestri del passato: James Whale e i suoi iconici film su Frankenstein, giusto per nominarne uno. Dunque se siete fan dei mostri della Universal e di Tim Burton, se, come me, avete adorato il suo “Ed Wood”, omaggio al cinema, all’horror e al camp, allora non posso non consigliarvi “The Whisperer in darkness”, film indipendente del 2011 con regia di Sean Banney e prodotto dalla H.P. Lovecraft Historical Society. Il film è infatti un adattamento del racconto “Colui che sussurrava nelle tenebre” di Lovecraft ed è stato realizzato sulla falsariga degli horror fantascientifici degli anni Trenta, mischiando tecniche moderne e vintage. Di qualche minuto troppo prolisso, ma con una fotografia accuratissima che fa perdonare facilmente le sue pecche, questo film è una vera gioia per gli occhi e se cercate quella nota camp distintiva di “Ed Wood”, allora i mostri e in generale gli effetti visivi del film non vi deluderanno, concedendovi un risolino durante quella che in realtà è una storia abbastanza tragica, incentrata su un’inquietante invasione aliena.

Cold War

Regia: Pawel Pawlikowski

Anno: 2018

Genere: romantico, drammatico, musicale

Cast: Joanna Kulig, Tomasz Kot

Trama: il film segue le vicende del pianista Wiktor e la cantante Zula, e la loro storia d’amore, sullo sfondo dei cambiamenti sociali e politici tra Polonia e Francia, negli anni che corrono dal 1949 e il 1964.

Il perché pelato: se è stato proprio “Roma” il vostro primo approccio al bianco e nero contemporaneo e cercate qualcosa di altrettanto intimista e commovente, vi consiglio (ironicamente) proprio l’antagonista del lavoro di Cuarón nella categoria di film straniero: “Cold War” di Pawel Pawlikowski. Non posso negare che tra i due “Cold War” sia stato decisamente il mio preferito; in 84 minuti questo film ha il potere di incantare totalmente lo spettatore, di farlo sentire investito nelle vicende dei due protagonisti e, soprattutto, una volta concluso, riesce a rimanere impresso nella memoria, insomma è un film che non si lascia andare facilmente e al quale mi ritrovo a pensare spesso ancora oggi, mesi e mesi dopo che l’ho visto per la prima volta. Oltre ad essere in bianco e nero, i fotogrammi del film hanno un rapporto d’aspetto di 4:3. Questo significa che il rapporto tra l’altezza e la larghezza dell’immagine riprende il formato adottato nelle pellicole cinematografiche prima degli anni Cinquanta, facendo sembrare le inquadrature più “quadrate” e dando la sensazione di trovarsi davvero in un vecchio cinema degli anni Venti, anche se magari siete semplicemente a casa, sul divano o sul letto, nel 2019. L’atmosfera mista di splendore e decadenza del dopoguerra, la curatissima colonna musicale che spazia dai canti popolari polacchi al jazz, il fatto che la storia d’amore sia fortemente ispirata a quella dei genitori della regista, sono fattori che aggiungono un ulteriore livello di melanconia e delicatezza ad un film già di per sé estremamente poetico e toccante.

Darling

Regia: Mickey Keating

Anno: 2015

Genere: horror, thriller

Cast: Lauren Ashley Carter, Sean Young

Trama: una ragazza accetta di fare da custode in un appartamento new yorkese e inizia a sperimentare un forte deterioramento mentale a causa dell’influenza malefica del luogo.

Il perché pelato: per veri e propri fan del cinema classico, in particolare degli horror o thriller degli anni Cinquanta e Sessanta, “Darling” è un ritorno alle origini. Curatissimo nella regia e nella fotografia, sarà impossibile per gli appassionati non sentire la fortissima influenza di “Rosemary’s Baby” (Roman Polanski, 1968), per quanto riguarda ovviamente l’ambientazione, ma anche la fortissima suspense che viene costruita. E, sulla scia di Hitchcock, anche Keating ha pensato di bene di ambientare alcune delle scene più inquietanti nel bagno di casa, come se Norman Bates non bastasse a farci venire il terrore delle tende da doccia. Il forte citazionismo è però un’arma a doppio taglio e, mentre per alcuni il film può rappresentare un tributo al genere, per altri potrebbe risultare troppo chiaramente influenzato dai suoi maestri, al punto da sembrare una “brutta copia” dei capolavori a cui si rifa.

Spero che questa carrellata di consigli vi abbia incuriosito abbastanza da tentare la visione di questi film e spero che anche i più esperti siano riusciti a trovare comunque qualcosa di nuovo da scoprire.

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