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Parliamone | I Sentimenti Intramontabili di Jane Austen – Sense and Sensibility

Sense & Sensibility è un romanzo di Jane Austen del 1811, che ogni qual volta lo si ri-legge può assumere sfumature differenti e nuove.

And sometimes I have kept my feelings to myself, because I could find no language to describe them in.
—  Jane Austen, Sense and Sensibility

Il titolo si basa principalmente sul contrasto caratteriale delle due sorelle protagoniste: Elinor e Marianne Dashwood. La prima rappresenterebbe il senno, la ragione; la seconda la sensibilità intesa come sentimento e soprattutto come emotività. Anche perchè, data l’evoluzione della storia, sarebbe discriminante e riduttivo vedere del sentimento solo nelle azioni di Marianne e non in quelle della sorella più grande.
L’incipit lo conosciamo tutti: Elinor, Marianne e Margaret sono le figlie del secondo matrimonio del Signor Dashwood. C’è anche il fratello maggiore, John, nato dal primo matrimonio al quale passerà, alla morte del padre, la tenuta familiare. Tuttavia sua moglie Fanny, non è d’accordo con le ultime volontà del signor Dashwood, e persuade il marito a lasciare la sua famiglia in condizioni precarie.

Dall’allontanamento da casa delle donne Dashwood hanno inizio le loro avventure nel più classico stile austeniano. Ci sono dei clichè, che forse ora si possono chiamare tali grazie proprio a Jane Austen, o meglio tipi fissi che non possono mancare all’interno delle sue storie sempre intinse di sentimenti: l’invidiosa, il mascalzone, la pettegola, l’impacciato, lo strambo, ecc. Senza contare le situazioni che ancor oggi si ripetono come un loop senza fine nella vita di tutti: amori che nascono, amori che finiscono, amori che non sono amori. Jane Austen ha aperto le porte ad uno squarcio di vita che fino ad allora, veniva poco raccontato, poichè ci si concentrava su temi più importanti che dovevano essere portati all’attenzione di tutti: le guerre napoleoniche. Il mondo che ci mostra da secoli è frivolo, ironico e anche ignorante a volte. Tuttavia è un’altra faccia della realtà, una realtà più disimpegnata che non si vergogna di essere tale ed allora ci riconosciamo tranquillamente in Emma che cerca di accasare le sue amiche, in una Lizzie orgogliosa o in una semplicissima e piena di fantasia Catherine.

Jane Austen ha perfettamente descritto un mondo (o anche un’educazione) sentimentale che rispecchia quello nostro, nonostante i più di 200 anni che ci separano. Ed è da questo presupposto che analizzeremo insieme grazie alle innumerevoli serietv, film, ecc. i suoi intramontabili sentimenti.

(Sì, ma stai calma…)

Tra le varie trasposizioni, vorrei escludere dal confronto quelle del 1971 e 1981, per concentrarci sulle ultime. La prima risente delle trasposizioni eccessivamente teatrali dei suoi anni, la qualità di registrazione non è delle migliori, il ritmo esasperatamente lento nonostante conti questa miniserie BBC solo quattro episodi, per non parlare di come sembri triste un cast quarantenne imprigionato in ruoli da ventenni. Su questi difetti si potrebbe sorvolare se non fosse che manchi proprio il linguaggio austeniano, malgrado sia una trasposizione fedele, forse anche troppo, del romanzo. Manca l’interpretazione della storia. Invece la miniserie in sette parti sempre della BBC datata 1981, è più solida grazie ad una Elinor che traina meglio tutta la storia, ma che ha mal bilanciato la parte maschile che già nel romanzo risulta essere in secondo piano, ma qui finisce proprio dietro le quinte. Nonostante tante, troppe libere scelte, come l’eliminazione della terza Dashwood, Margaret, e l’uso di costumi dai colori accesi (rispetto a tutte le altre serie/film), è ben e moderatamente interpretata da Irene Richards e Tracey Childs.



I migliori restano il film di Ang Lee del 1995 e la miniserie in tre puntate della BBC del 2007. Sebbene la seconda sia passata un po’ in sordina, ritengo che sia non solo riuscita a portare su schermo il romanzo della Austen, ma che abbia anche puntato più sui sentimenti, che sull’ironia delle situazioni. Infatti quelle tipiche atmosfere austeniane con personaggi grotteschi sempre disseminati nei suoi romanzi, è quesi assente; siamo lontanissimi dal Mister Palmer di Hugh Laurie, solo il personaggio di Lucy Steele continua a mantenere un comportamento bizzarro (per essere gentili). La versione di Andrew Davies è molto silenziosa, la musica accompagna pochi e salienti momenti, per il resto i dialoghi, gli sguardi e le bellissime panoramiche fanno da padroni-protagonisti senza aggiunte.

Questa trasposizione rende Marianne meno testarda di quella di Kate Winslet. E ci mostra una giovane Dashwood più che emotiva, una vera diciassettenne che crede di sapere cosa sia l’amore e pensa che debba essere contornato da parole più che gesti. È giovane, vede l’atteggiamento pacato della sorella e del colonnello Brandon con l’occhio di chi non vive appieno la vita, sicuramente, ad un certo punto, anche deviata dal temperamento di Willoughby. Crede che chi non esprima, non provi. Questo nella miniserie c’è, come anche nel film solo che in quest’ultimo a volte Marianne/Winslet perde di freschezza e si mostra un po’ più arrogante e quasi mai flessibile. Anche il finale, la scelta di sposare il colonnello Brandon è mal rappresentata, e già su carta mal interpretata. Dopo la grande delusione di Willoughby, che ha ingannato lei e se stesso, finalmente Marianne posa il suo sguardo sul colonnello, innamorato perso di lei. La scelta non è un ripiego, Marianne da ragazzina diventa donna, compie un percorso. Comprende di essersi comportata male non come Willoughby, ma in confronto al comportamento che avrebbe dovuto avere, come quello della sorella. È stata irrispettosa proprio con lei.  D’altronde le opere della Austen ruotano principalmente intorno alle buone maniere, alle relazioni sentimentali e familiari e ad una sorta di codice d’onore che spesso viene violato dalle sue eroine che devono avere un happy ending. Il finale di Marianne è in linea con la storia, Elinor si sposa con l’uomo che ha amato fin dal primo momento e che aveva compreso non fosse libero e quindi si struggeva per questo impedimento o perchè in fin dei conti lui davvero non aveva fatto nulla di male, ma il suo cuore si era fatto travolgere. E Marianne decide di sposare l’uomo che le ha sempre mostrato sincerità con garbo e piccoli gesti, un uomo che forse sa il vero significato dell’amore, ma non lo sbandiera con facilità.


La Elinor di Emma Thompson è forse quella più fresca nei sentimenti, ma poco nell’aspetto che appunto rende il suo comportamento misurato troppo in linea con il carattere non creando quel forte contrasto che le viene spesso rimproverato. Hattie Morahan comunque è degna del ruolo, ma a volte mostra proprio i limiti della sua giovane età nella recitazione. La disperazione silenziosa di Elinor non è solo di chi ha un temperamento misurato, ma anche e soprattutto di una giovane donna che ha raggiunto una maturazione tale che sa chi lei sia. Il suo pianto finale, in qualsiasi trasposizione mostra quel suo lato tenero e delicato che per autodifesa aveva nascosto. Non nego che prediligo il ricongiungimento con Edward della miniserie perchè trovo che ci sia più spontaneità nei gesti di due ventenni o giù di lì. Per quanto riguarda il cast maschile, Sense and Sensibility non spicca per la loro presenza. L’Edward Ferrars di Hugh Grant non ha dato il meglio di sé. Eccessivamente rigido e scomodo in abiti che ha portato impacciatamente. Perennemmente indeciso anche nello sguardo. È come se avesse  evidenziato troppo le debolezze del primogenito maschio della famiglia Ferrars, quasi mostrandolo alla fine uno sciocco. E non rendendoci poi così sicure della scelta di Elinor. Dan Stevens non è andato lontano, ma ha mostrato al pubblico e ad Elinor un tatto maggiore, senza balbettii di troppo. Meglio si capisce la scelta di Elinor: Edward è un uomo semplice che desidera una vita semplice. E quando Elinor ammetterà che Edward non ha effettivamente fatto nulla di male per illuderla (tranne flirtare con lei…), finalmente le possiamo credere.


In questo romanzo la Austen fa sfilare tutte le tipologie di uomo: il bravo ragazzo che mal gestisce il peso del suo impegno, Edward; l’uomo sensibile che sa cos’è l’amore, ma anche il dolore e sa essere paziente, il colonnello Brandon; e infine il giovane impaziente che vuole conquistare il mondo alle sue regole, Willoughby. Per quest’ultimo, in entrambe le versioni si è riuscito ben a caratterizzare questo personaggio, anche se ritengo che nella miniserie ci sia stato anche un tentativo di troppo di riabilitarlo. Forse mai sapremo se ha nutrito o no dei sinceri sentimenti per Marianne, secondo me sì, ma tuttavia il suo egoismo ha prevalso. Per il colonnello Brandon farò un commento impopolare, ma la versione di Alan Rickman l’ho trovata un po’ troppo timida per un uomo della sua età, anche se ricordo con piacere come sia riuscito con grande spontaneità ad esprimere tutto il suo affetto per quella creatura ancora acerba che era Marianne, difatti sull’interpretazione alzo solo le mani. È più una questione di spazio dedicatogli, invero nel film il suo ricongiungimento con Marianne non ha alcuna giustificazione. Manca un tassello fondamentale, una scena, uno sguardo in più che ci faccia capire che Marianne è maturata completamente tanto da apprezzare, come effettivamente aveva fatto fin dal principio (ma questo si nota solo nella miniserie) un uomo come il colonnello. Talmente attento agli altri da offrire il suo aiuto anche al giovane Ferrars, dopo essere stato diseredato. Forse un grande gesto d’affetto verso Elinor che possiamo considerare una sua ormai cara amica. Due anime simili che non per questo è detto che si potrebbero compensare. La Austen non vuole mostrare amori semplici, quasi scontati e quindi mischia le carte in tavola e crea per i suoi personaggi un percorso sentimentale specifico.


“I remember being so intimidated by him when we worked together when I was 19 , because he had such a powerful and commanding presence . And that voice! Oh, that voice …“                                                               Kate Winslet tribute to Alan Rickman

Ed è proprio questo che rende speciali anche oggi le storie della Austen, la loro modernità e la capacità di poter apprezzare su carta relazioni che bene o male viviamo tutti; ma soprattutto è interessante come l’occhio di un’adolescente, il mio (secoli fa), prima si sia posato su un Willoughby, per poi dirottare da adulta sul colonnello Brandon, in qualsiasi sua versione.
Sense & Sensibility non è un vero confronto sul comportamento di due sorelle caratterialmente opposte, ma una riflessione proprio sulla sensibilità delle persone e la loro capacità di amare. Marianne non ama più di Elinor, si esprime solo in maniera differente.

In ultimo vorrei ricordare due adattamenti sempre dello stesso romanzo, Scents and Sensibility e From Prada to Nada, entrambi del 2011, entrambi ambientati ai giorni nostri. Il primo, oltre al superfluo pretesto di una lozione profumata per richiamare il cambio di titolo, ha una sceneggiatura trita e ritrita con l’inserimento di un personaggio malato di leucemia e un cast che crea solo confusione su chi stia interpretando Elinor (la Victoria di HIMYM) e Marianne. Un’americanata, insomma. Il secondo, invece, esaspera i caratteri delle sorelle Dashwood, anche nei looks, ma segue più fedelmente le dinamiche del libro, ambientazione latina a parte. Entrambi non hanno colto la semplicità della storia, in compenso, soprattutto il secondo, sono una visione leggera e piacevole.

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