American Gods/Telefilm

Recensione | American Gods 2×04 “The Greatest Story Ever Told”

Se la settimana scorsa speravamo in un po’ più di azione di certo non siamo stati accontentati, ma in compenso il quarto episodio di American Gods ci ha regalato un bel po’ di discorsi politicamente e religiosamente scorretti che, di questi tempi, non fanno mai male.

Il primo highlight di questa puntata è Technical Boy, molto più valorizzato in questa seconda stagione, e che risplende più nei suoi momenti di humor che durante gli infiniti polpettoni sulla tecnologia, di cui sospetto capiscano qualcosa persino gli sceneggiatori stessi. Ovviamente il tentativo di farlo piacere al pubblico è finalizzato ad eliminarlo nel pieno dei preparativi per la guerra. Certamente non ho capito che fine abbia fatto, in quello strano globo dove è stato rinchiuso (chiedo scusa a chiunque, versato di tecnologia, stia leggendo questa recensione, magari è un dispositivo conosciuto e sono io che vivo ancora nella Preistoria), ma posso solo sperare che in qualche modo ritorni in scena, perché le sue pettinature, al pari del suo sarcasmo, erano una vera delizia.

Nel frattempo a Cairo ne succedono delle belle. Shadow, curato da Bast con metodi poco ortodossi, parte con Wednesday verso St. Louis, per incontrare il dio del Denaro. L’incontro avviene al Motel America e vede coinvolto anche Mr. World, intenzionato tanto quanto Odino a portare Money dalla sua parte. Contro ogni aspettativa però Money, come Toth per le antiche divinità, riesce a vedere il quadro più generale e per questo decide di rimanere fuori dal conflitto, lasciando entrambi i condottieri a bocca asciutta, così che per consolarsi i due si dedicano alle minacce reciproche per un po’, fino a quando World non scompare e il Motel America ritorna ad essere un normale punto di ristoro per turisti.

Come si dice, tra i due litiganti il terzo gode e sicuramente questo è il caso di Shadow, ormai sicuro di avere un valore per Wednesday e deciso a scoprire il motivo per cui il dio l’ha coinvolto in questa guerra. Piano piano il suo personaggio sta diventando sempre meno passivo, prima con l’intervento a favore di Odino, sulla House on the Rock, e adesso con questa dichiarazione fatta proprio a Wednesday; la conoscenza, come insegna il dio nordico, comporta sempre un prezzo da pagare e sembra che Shadow stia arrivando al punto in cui si è disposti a fare un sacrificio pur di comprendere totalmente il corso degli eventi. Sicuramente sarebbe un bell’arco narrativo e un bel cambiamento per questo personaggio, quindi spero che la sua evoluzione continui in questa direzione e che a quel punto ci arrivi entro il finale di stagione.

Secondo highlight: Anansi. Le scene al Cairo che coinvolgono lui, Bilquis (apparentemente decisa a schierarsi con le antiche divinità) e Toth sono poco funzionali alla storia in sé, ma gli argomenti che vengono affrontati, oppressione, schiavitù in tutte le sue forme, violenza e disparità, sono di indiscussa rilevanza e con la capacità di Orlando Jones di infondere alle parole il giusto peso, la giusta intonazione, il perfetto mix di rabbia, frustrazione e disillusione, insomma il tutto risulta davvero d’impatto. Con uno stile completamente diverso, delicato, elegante e sensuale, Bilquis fornisce una nuova, bellissima, prospettiva sulla figura di Gesù: un provocatore del governo che, dal suo sacrificio, ha ricavato un potere inimmaginabile. Insomma, anche se sicuramente sono momenti filler di una puntata lenta, non sono minuti sprecati o dal quale non si può trarre nulla e questo è uno dei pregi della serie, senza dubbio.

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