Grey’s Anatomy/Telefilm

Recensione | Grey’s Anatomy 15×19 “Silent All These Years”

Questa volta niente preamboli o considerazioni, ma ho bisogno di fare una premessa: questo è un episodio difficile, molto difficile. È difficile da guardare, e l’ho rivisto due volte per essere sicura di coglierne a pieno tutti gli aspetti, cosa su cui comunque non posso garantire, ma è soprattutto difficile da commentare. Forse perchè andrebbe solo guardato, riguardato, e riguardato ancora. Non c’è nulla che si possa aggiungere a ciò che è stato detto o fatto vedere. Questo è un episodio perfetto, nella sua violenza psicologica e nella brutalità con cui ci sbatte in faccia una determinata realtà. Non risparmia nulla, non attutisce i colpi ed ogni scena è un pugno allo stomaco più forte del precedente. Per questo non aspettavi di trovare grandi riflessioni o discorsi che non siano una sostanziale ripetizione di quanto avete visto nel corso di questi 43 minuti. Hanno già detto tutto loro. Io posso solo limitarmi ad apprezzare il lavoro fatto e a parlare di quello che queste storie hanno lasciato a me. Immagino che l’effetto su ognuno di voi sarà stato diverso così come immagino che ognuno avrà delle opinioni differenti in merito ad alcuni argomenti. E oggi, più che mai, ci tengo a dire che tutti i pensieri sui temi trattati vanno rispettati. A prescindere dal fatto che siate d’accordo o meno, che abbiate capito tutto o meno, che lo abbiate vissuto con partecipazione o con distacco, che consideriate certe battaglie inutili o fondamentali, non c’è un pensiero giusto in questo caso. C’è solo la sensibilità altrui che deve essere rispettata e non giudicata, proprio come viene fatto nell’episodio. Va de sé che io mi riferisca solo alle opinioni legittime. Perché “se l’è cercata” non è un’opinione, è una cazzata. Non dovrebbe nemmeno esistere nel ventaglio dei possibili commenti a certi avvenimenti, ammesso e non concesso che un commento vada fatto.

Detto ciò, provo a parlare di quanto visto con un macigno sullo stomaco e un’angoscia che sicuramente mi accompagnerà anche per i prossimi giorni.

Comincio da Jo, della sua rabbia e dal muro che alza per difendersi da questa nuova ondata di orrore che l’ha travolta. Noi seguiamo questi personaggi per anni e le loro vite ci vengono raccontate a poco a poco, tanto che spesso tendiamo a dimenticare la profondità degli eventi che le hanno segnate, o comunque a ridimensionarne l’importanza. Io ricordo nettamente il senso di angoscia, di paura e di rabbia che mi aveva trasmesso la storia di Paul. Ricordo che il modo in cui era stata trattata quella vicenda di abusi domestici perpetrati per anni mi aveva molto scossa, eppure ero riuscita a ridimensionare la cosa. Vedere Jo felice e serena mi aveva aiutato a mettere via quei sentimenti negativi, a richiuderli in una scatolina e concentrarmi sull’attuale e perfetta vita di Jo. Questo episodio, invece, ha riportato tutto a galla, con una violenza ancora maggiore. Sentire tutto di nuovo, rendermi conto quanto tutto quello che è avvenuto a Jo sia dipeso dalla scelta di un’altra persona, mi ha sconvolto come se fosse la prima volta. L’abbandono, le terrificanti famiglie affidatarie, gli anni vissuti in macchina, gli abusi di Paul, le botte, il silenzio, l’aborto…tutti gli orrori che ha vissuto ci vengono sbattuti in faccia senza alcun tatto. Ed è giusto così. Perché il dolore genera sempre altro dolore, l’orrore genere sempre altro orrore. È un circolo vizioso che non si spezza e da cui difficilmente si riesce ad uscire, se non abbandonando tutto e ricominciando da capo. La madre di Jo è stata violentata, questo l’ha portata ad abbandonare la figlia che ha vissuto anni terribili e che a sua volta ha dovuto subire delle violenze atroci prima di riuscire ad avere una vita decente. In un certo senso il loro percorso di vita è speculare. Jo ha abbandonato Paul, la sua città, la sua vita e la sua identità per poter ricominciare così come la madre ha dovuto abbandonare lei per superare il trauma dello stupro. Un singolo atto di una singola persona ha generato tutto questo. Rendersene conto è spaventoso e agghiacciante. Lo stesso vale per la paziente. Ha litigato con il marito, è andata in un bar e la sua vita è cambiata per sempre. Così come lo sarà quella di chiunque le starà a fianco, a cominciare dal marito. La narrazione così didascalica degli avvenimenti nell’episodio serve esattamente a questo. E funziona. Senza una sceneggiatura così strutturata, tutto questo nona avrebbe mai avuto lo stesso impatto

Il tema centrale, però, è ovviamente quello del consenso. Quando un paio di episodi fa mi lamentavo di come fosse assolutamente inutile inserire quella tematica nella storyline di Amelia e Link perchè ci sono altri modi per trattarla, mi riferivo esattamente a questo. Così si parla di consenso, non con una frase buttata lì e del tutto fuori contesto. Sarà un modo brutale e sconvolgente, ma è così che si fa. Così si porta l’attenzione su un tema importante. Anche qui lo script dell’episodio funziona alla perfezione, soprattutto nel discorso della madre di Jo e nel suo racconto di quella serata. “I said yes”. “Ho detto di sì”. Lei detto di sì ad un’uscita, ha acconsentito da andare a guardare un tramonto. Ha detto sì a quello. Solo a quello. Non importa ciò che il ragazzo potesse aspettarsi o cosa avesse immaginato perchè poi lei ha detto di no e nient’altro avrebbe dovuto importare in quel momento. “No” è “no”. Sempre. A prescindere dalla situazione, dal momento, dalle aspettative, da quanto ci si è spinti oltre o da quanti “sì” siano stati detti prima. “Noi” è “no” e non esiste niente oltre questo. Nessuna scusa, nessuna giustificazione, nessun fraintendimento, nessun silenzio assenso, nessun “ma io credevo che..”, nessun “non avevo capito”, nessuna idea che se una persona dice “no” in realtà stia solo facendo la preziosa. Niente di niente. Ce lo dobbiamo mettere in testa tutti e ricordarcelo in ogni situazione. E proprio perchè ce lo dobbiamo mettere in testa, dobbiamo essere educati ed educare agli altri. In questo senso è più che azzeccata la scena in cui Ben istruisce Tuck in proposito. È azzeccata perché ci regala uno sprazzo di leggerezza, perché ci mostra un altro modo di trattare il consenso e soprattutto perché è un uomo che parla ad un ragazzo. Dopo un episodio del genere in cui si parla di due stupri avvenuti per mano maschile e si ricordano le violenze subite da Jo, sempre per mano di un uomo, era fondamentale mostrare anche questo aspetto degli uomini. Non sono una sostenitrice del “Not All Men” quando si parla di violenza, di qualsiasi tipo, subita dalle donne perché non credo che dire che non tutti gli uomini fanno certe cose possa in alcun modo aiutare a combattere questi fenomeni. Allo stesso tempo, però, non sono nemmeno d’accordo con la demonizzazione degli uomini che viene fatta dalle frange più estreme del femminismo. Proprio per questo ho trovato giusto che, alla fine di un episodio in cui viene mostrato tutto il peggio del genere maschile, si sia scelto di mostrare anche il bello, sia con la scena di Ben e Tuck sia facendo dire a Warren che a lui, in passato, lo stesso discorso era stato fatto da suo padre e ha funzionato. Se fosse stata Miranda a parlare con il figlio, ci sarebbe stata una pessima rappresentazione del genere maschile, per altro controproducente perché per combattere la rape culture è necessario anche l’appoggio degli uomini. È una battaglia che riguarda tutti, a prescindere dal genere, e demonizzare la figura maschile rendendola il nemico da combattere non è il modo; non solo è inutile, ma anche dannoso. Come pretendiamo di educare qualcuno e di convincerlo a combattere al nostro fianco se ci limitiamo ad additarlo come colpevole? La colpa è solo di chi compie l’atto, la responsabilità, però, è di tutti, uomini e donne, perchè è compito di tutti educarci a vicenda e rispettarci. Sempre in chiave di parità, che finalmente viene trattata come si deve, è molto significativo il fatto che Teddy sottolinei di aver visto sia uomini che donne vittime di violenza. È importante, infatti, far capire che non solo le donne sono vittima di abusi perchè, anche se statisticamente i casi di violenza sulle donne sono in numero maggiore, esistono anche episodi in cui sono gli uomini a subire. In realtà, sono molti più di quanti si potrebbe pensare, solo che non se ne parla, un po’ perché non fanno notizia e un po’ perché loro stessi non denunciano. Fanno fatica le donne a denunciare, nonostante vengano notoriamente considerate più deboli, perché hanno paura che nessuno dia loro credibilità, figuriamoci gli uomini che per essere socialmente accettati devono sempre mantenere l’atteggiamento da maschio alpha altrimenti vengono additati come omosessuali, come se poi essere gay fosse qualcosa di cui vergognarsi, o come “femminucce”, basandosi sull’idea che essere paragonati ad una donna sia un’onta perché le donne sono esseri deboli e quindi inferiori.

Strettamente collegato al consenso e alla paura che le vittime, in particolare le donne, hanno di denunciare c’è il fenomeno del “victim blaming”, perfettamente incarnato dalla paziente, ovvero la tendenza che si ha ad incolpare una vittima piuttosto che ci ha compiuto l’abuso. Se l’è cercata, la gonna troppo corta, un flirt, uno sguardo in più. un paio di drink di troppo, la scelta di una strada buia, troppa confidenza data ad una persona sconosciuta e tante altre sono le colpe che vengono addossate alle vittime. Ma non è così. Non è mai colpa della vittima. Mai, in nessun caso. Nemmeno se una donna andasse in giro di notte nuda nella zona più malfamata della città, sarebbe colpa sua se venisse violentata. La colpa è sempre e solo di chi mette in atto la violenza. Questo forse è l’unico e sacrosanto giudizio che è presente nell’episodio quando sia Teddy che Jo ripetono più e più volte alla paziente che non è colpa sua. Non lo è. Non è colpa sua perché ha bevuto un po’ troppo in un bar dopo aver litigato con il marito così come non è colpa della madre di Jo perché ha accettato di uscire con quel ragazzo. La colpa di uno stupro è di chi stupra. Non ci sono attenuanti che tengano, in nessun caso.

L’altra faccia del victim blaming, anche questa rappresentata in modo magistrale, è quella secondo cui quanto successo ad una persona, la definisca. Uno stupro subito non definisce chi si è. L’essere stati vittima di un atto così atroce non rende deboli, sbagliati o stupidi. Il rischio di incolpare una vittima per quanto le è successo è che questa poi si ritenga davvero colpevole e che cerchi in se stessa qualcosa che non vada quando, in realtà, lo stupro non ha a che vedere con lei. Lo stupro è una dimostrazione di potere, sempre. Non ha anche vedere con quanto una vittima fosse svestita e non definisce in alcun modo chi ha subito la violenza. Una ragazza che viene violentata e aveva degli abiti succinti non è una puttana che se l’è cercata. La violenza che ha subito non la definisce, non dice niente di lei perché quello che le è successo non è e non sarà mai colpa non è sua. La violenza non definisce mai la vittima, non parla di lei. Uno stupro definisce solo lo stupratore, non la vittima, perché la colpa è sempre e solo di compie l’atto di violenza, non di chi lo subisce.

Un altro tema che passa sullo sfondo e che è lasciato molto all’interpretazione dello spettatore è quello sull’eventuale aborto per le vittime di violenza. Jo ha scelto di abortire quando si è resa conto che non avrebbe mai voluto crescere un figlio nell’orrore in cui il suo ex-marito la costringeva a vivere mentre sua madre ha scelto comunque di darla alla luce ma poi si è resa conto che in lei avrebbe visto sempre e solo il frutto di una violenza e che, quindi, non avrebbe mai potuto amarla. L’episodio mostra entrambe le parti senza dare né torto né ragione a nessuna delle due perché nessuno ha il diritto di esprimersi su queste scelte. Nemmeno una persona con lo stesso vissuto potrebbe. Sono scelte personali. Sono traumi che devastano e ognuno deve poterli affrontare come meglio riesce. Ognuno deve avere la possibilità di sopravvivere secondo ciò che ritiene meglio per sé e gli altri non hanno il diritto di negare questa possibilità, ad esempio con leggi contro l’aborto. L’unica connotazione parzialmente negativa arriva quando Jo fa notare a sua madre che avrebbe potuto lasciarla in mani più sicure e non abbandonarla al suo destino. Capisco la rabbia di Jo e le sue motivazioni così come capisco quella donna che non vedeva una bambina ma solo il ricordo di una violenza atroce. Razionalmente sarei portata a dare ragione a Jo, perché lei ha pagato per qualcosa di cui non era nemmeno a conoscenza, ma poi mi rendo conto che non so niente di sua madre, di come potesse stare in quel momento e di cosa abbia provato nell’abbandonare sua figlia dopo pochi giorni di vita perché non riusciva ad amarla, nonostante volesse disperatamente farlo. Credo solo che sia una situazione terrible e che l’episodio mostri ogni lato della vicenda, permettendoci di riflettere, senza però indirizzarci verso un’opinione perché non ce n’è una giusta. C’è solo il dolore di una donna che ha portato al dolore di un’altra donna, c’è la brutalità di un essere abbietto che ha sconvolto la vita di due esseri umani innocenti.

Vorrei concludere parlando della potentissima scena in cui la paziente viene condotta in sala operatoria in quello che è letteralmente un corridoio umano fatto di sole donne. È una scena dal potere evocativo indescrivibile che mi ha dato i brividi. Nasce sicuramente dalla paura della paziente che in quel momento non riesce nemmeno a guardare un uomo in faccia, ma ha dietro un significato molto più profondo. Quella scena, infatti, è la rappresentazione tangibile della sorellanza. Di come le donne dovrebbero unirsi per lottare, e non farsi la guerra. Purtroppo uno dei grandi problemi della nostra società è che le donne non vengono cresciute per fare squadra. Pensateci, in fondo il principe azzurro è uno solo, no? Le donne, fin da bambine, vengono messe in competizione tra loro, oltre che con gli uomini. Non viene insegnato loro a fare gruppo, a supportarsi e ad unirsi. Forse è perché fanno paura, perché insieme sono una forza inarrestabile che potrebbe ridare loro tutto quello di cui secoli di oppressione patriarcale le ha private. Questa non coesione e questa totale mancanza di sostegno reciproco fa si che anche nei casi di violenza le donne siano le prime ad incolpare le altre donne vittime di stupro. “Se l’è cercata” non lo dicono solo gli uomini, anzi, lo dicono soprattutto le donne. Quella scena del corridoio che sostanzialmente chiude l’arco narrativo è un invito ad unirsi e a combattere tutte insieme, anche con l’aiuto degli uomini che, in questo caso, sono rappresentati da Andrew e Richard, i quali aspettano fuori, quasi a protezione e a sostegno di quel momento. La scena ha un impatto fortissimo e chiude in maniera perfetta quello che fino ad ora è il migliore episodio della stagione e, a parer mio, anche uno dei migliori dell’intera serie. I dialoghi, il silenzio assordante e quasi insostenibile che provoca un perenne stato d’angoscia, le poche musiche scelte, le scene, le inquadrature, la regia, il modo in cui tutto è stato raccontato…questo è finalmente un episodio perfetto. Per carità, non sto dicendo che debbano essere tutti così perché altrimenti sarebbe uno show quasi impossibile da guardare per più di due mesi, ma averlo visto mi fa riacquistare un po’ di fiducia in chi lo gestisce. Con questi 43 minuti ci hanno dimostrato che, se e quando vogliono farlo, sanno ancora riportare sullo schermo un’intensità che raramente si trova in altri show. Guardare questo episodio mi ha ricordato come mai Grey’s sia sopravvissuto così a lungo e perché, nonostante l’andazzo degli ultimi tempi, io continui a parlarne.

Ultima precisazione: scelgo consapevolmente di non parlare della scena finale tra Jo e Alex e di come lei lo tenga a distanza perché non mi sembra opportuno farlo dopo un episodio di questo tipo. Mi sembrerebbe di sminuire quanto visto e di ridurlo ad un mero ostacolo per mettere in crisi una coppia molto solida. Il focus di questo episodio era un altro e vorrei che lo restasse, senza distrazioni e senza ricondurre le vicende raccontate alle storyline della stagione. Inoltre sono convinta che avremo modo di sviscerare la reazione di Jo nei prossimi episodi, perché quello che ha scoperto non è qualcosa che si dimentica e si accantona nell’arco di poco tempo., quindi preferisco parlarne nelle future recensioni e dare alla cosa la giusta importanza.

Direi che per questa settimana è tutto. Chiedo scusa per l’eccessiva lunghezza, per la pesantezza e perché ho parlato di tante cose che esulano dallo stretto necessario a commentare l’episodio. Mi spiace ma non me la sono sentita di affrontare la recensione in un modo diverso da questo. Ovviamente qualsisia commento, espresso con educazione, decenza e rispetto, in questo caso più che negli altri, è ben accetto.

Vi do appuntamento alla prossima settimana con il ritorno di Megan Hunt.

 

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2 thoughts on “Recensione | Grey’s Anatomy 15×19 “Silent All These Years”

  1. Lo stupro è una dimostrazione di potere (infatti il sesso è condivisione di un momento con tutto quello che c è dentro). Recensione perfetta per il miglior episodio della stagione.
    P.s.
    Non ho apprezzato la scena di tutte le donne insieme mi è sembrata un’americanata, avrei preferito uno stile più sobrio ma vista la caratura delle intenzioni qui ci può anche stare.

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    • La scena con tutte le donne è sicuramente un momento calcato, ma io credo che ci stia. Non l’ho trovato eccessivo, anzi. Penso che fosse la degna conclusione per il tipo di episodio. Poi è ovvio che fosse messa lì per lanciare un messaggio e che sia stata strutturata in modo molto scenografico, quasi teatrale.

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