Recap/Telefilm

Recap | Suburra S2

Quando si crea tanto entusiasmo attorno ad una nuova uscita, come poteva essere appunto la seconda stagione di Suburra, il rischio di rimanere delusi è sempre dietro l’angolo. Complice la promozione sfacciata da parte di Netflix e la distanza di quasi un anno e mezzo dal debutto, le aspettative erano piuttosto alte, ma c’è da dire che sono state abbastanza soddisfatte.

Questi otto episodi filano come l’olio, filano talmente bene che dopo aver visto i primi quattro di fila ho deciso di rallentare la visione, perché altrimenti li avrei finiti in una serata e mi sarebbe toccato aspettare un altro anno e mezzo.

In fin dei conti, tranne un paio di avvenimenti eclatanti nei primi due episodi, ho trovato la stagione una lunga preparazione a quello che è stato un finale pazzesco, con dei colpi di scena davvero inaspettati, in un’epoca in cui anche Game of Thrones fa fatica a stupire, perché tutto sembra essere già stato visto oppure tremendamente prevedibile.

Da qui in avanti seguiranno spoiler

Primo vero colpo di scena: il suicidio di Lele. Si era capito che per lui non sarebbe stata una stagione facile, tra il dover affrontare la morte del padre e il cappio che Samurai pian piano gli stringe intorno al collo, ma io credevo che questo l’avrebbe reso uno dei cattivi della storia, non di certo che me l’avrebbero ammazzato…

Succede tutto all’improvviso, nel luogo di ritrovo del magico trio Aureliano – Lele – Spadino, con la pistola d’ordinanza.

Esce di scena così e tu, spettatore, non puoi che rimanerci tanto male, perché alla fine lui era uno di quelli che si era avvicinato alla criminalità quasi per gioco, senza aver la minima idea di cosa avrebbe dovuto affrontare. Ed è stata proprio la sua non-appartenenza a quel mondo pericoloso, il suo ultimo “non sono come voi” – riferito ad Aureliano e Spadino – a spingerlo ad ammazzarsi.

Sarà interessante vedere quali conseguenze avrà questo suo gesto sui suoi due amici.

Altra scelta di trama inaspettata è l’uccisione da parte di Spadino del proprio amante, un dj marocchino che, minacciato da quello che dovrebbe essere un cugino di Spadino (i legami di parentela nella famiglia Anacleti sono abbastanza complicati), avrebbe reso pubblica la loro relazione.

Ma perché inaspettata?

Perché Spadino ha sempre avuto un po’ l’aria da ragazzino simpatico che in fondo è anche buono, mentre questo suo gesto lascia intendere come non sia tanto diverso dagli altri criminali della serie: il dj potrebbe parlare della loro tresca e fargli perdere il posto da capo famiglia (o se preferite di “Re degli Zingari”) per cui ha lottato con le unghie e con i denti per tutta la stagione, quindi va eliminato. Per Spadino non esistono alternative, il potere è potere e, come tale, va mantenuto, anche pagando con il sangue di chi si ama.

Un’altra cosa che ho apprezzato rispetto alla prima stagione è stato vedere quanto l’asticella si sia alzata in questi episodi. Ora non sono più in gioco solo i terreni di Ostia, ma l’intera capitale, in piena campagna elettorale per le amministrative, e Samurai ha intenzione di mettere le mani anche lì, manipolando il caro vecchio Cinaglia, uno dei candidati a sindaco.

Non esistono più scrupoli per ottenere o consolidare il potere, non esistono più ideali, conta solo arrivare in alto e restarci.

Lo sa bene Samurai, che appoggia la sinistra durante le elezioni non tanto per motivi ideologici, quanto perché sa che sarà più facile tenere in mano le redini della città con loro al Campidoglio.

Lo sa bene, appunto, Cinaglia, che con la sua propaganda non ha paura di speculare sulla pelle della povera gente, sulla pelle dei migranti, pur di ottenere qualche voto in più.

Lo sa bene anche Sara, decisa a fare dell’immigrazione un vero e proprio business, senza effettivamente interessarsi di quali possano essere i loro bisogni e le loro necessità.

Temi attuali, dunque, quelli che vengono affrontati in questi otto episodi: dalla gestione dei migranti alla sicurezza della capitale, passando per la pericolosità della propaganda politica e i brogli in Vaticano.

Nessuno si salva da questa sporcizia e ovviamente sono proprio le persone comuni a pagare il prezzo più alto di questi giochi di potere, a ritrovarsi in balia delle famose “mani infami” della canzone che chiudeva gli episodi della scorsa stagione. Quelle mani infami che governano nell’ombra Roma, “l’Acquasantiera”, e non danno ai cittadini la possibilità di difendersi.

Il racconto della vita strettamente criminale, come la lotta tra Adami e Anacleti per il controllo delle piazze di spaccio di Ostia, c’è, ma rimane una piacevole sottotrama, una storia secondaria che però non deve far spostare il focus da quello che è il disegno più grande.

Prendersi Roma.

E prendersela a partire dall’alto.

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