American Gods/Recap/Telefilm

Recap | American Gods S1

“I think I would rather be a man than a god. We don’t need anyone to believe in us. We just keep going anyhow. It’s what we do.”

“Credere” è il verbo fondamentale, il tema che connette tutte le vicende di “American Gods”, romanzo del 2001 scritto da Neil Gaiman e diventato pilastro della cultura pop contemporanea, nonché soggetto di un adattamento televisivo del 2017, distribuito da Starz e disponibile in Italia su Amazon Prime Video. Dal ritmo lento, con un’impeccabile attenzione all’estetica e un cast che incarna quasi alla perfezione i personaggi del romanzo, la serie affronta con toni ironici e taglienti questioni di estrema attualità come la religione e la perdita di fede, focus intorno al quale ruota la storia, e le conseguenze dell’immigrazione. “American Gods”, pur non essendo un prodotto facilmente digeribile, ha ottenuto un discreto successo ed è già stata rinnovata per una terza stagione. Prima di guardare al futuro però è giusto fare un passo indietro a quando stavamo appena conoscendo le colorite e disilluse divinità protagoniste.

Questa è senz’altro una storia corale, ma se dovessimo individuare un protagonista di spicco sicuramente sarebbe Shadow Moon, giovane uomo appena rilasciato dal carcere perché sua moglie, Laura, è stata vittima di un incidente stradale. Grosso e all’apparenza pericoloso, Shadow è in realtà un uomo schivo e sensibile, un personaggio non facile da interpretare proprio per la sua tendenza a mantenere un volto di pietra e al quale, tuttavia, risulta facile affezionarsi grazie all’espressività e alla dolcezza che Ricky Whittle, il suo interprete, riesce a veicolare.

Al contrario Laura, moglie fedifraga, miracolosamente tornata alla vita grazie al potere di una moneta fortunata, risulta sgradevole, manipolatrice e opportunista, segnale anche questo di un ottimo lavoro da parte dell’attrice Emily Browning. Se possibile Laura diventa ancora meno tollerabile quando si scopre che, a causa di una rapina andata male, Shadow ha scontato anche la sua pena, e in sua assenza lei lo ha tradito con il suo migliore amico. Nonostante tutto, una volta tornata in vita, Laura si dedica alla missione di ricongiungersi con Shadow e si fa accompagnare da Mad Sweeney, leprecauno di origini irlandesi nonché proprietario originario della moneta fortunata, che spera di riottenere una volta trovato un modo alternativo per mantenere viva la donna.

Nel frattempo Shadow ha trovato lavoro come autista presso il misterioso Mr. Wednesday il quale si rivelerà essere non altri che Odino, divinità suprema del Pantheon scandinavo, in viaggio per radunare un esercito di antichi dei in vista di una guerra contro le nuove divinità della tecnologia. In questa odissea tutta americana Shadow si ritrova a fare conoscenza con dei antichissimi, molti dei quali sono poco noti nell’ambito della cultura pop, è il caso delle sorelle Zorya, divinità di origine slava che rappresentano le stelle della sera, del mattino e di mezzanotte. Il culmine del confronto con questi esseri divini avviene sicuramente nel finale di stagione, durante la festa di Pasqua presenziata da Ostara, alla quale partecipano una larga varietà di Gesù, ciascuno in rappresentanza di un’etnia.

Nel corso della festa molti fili della trama vengono sgarbugliati: innanzitutto Laura, finalmente riunita a Shadow, chiede ad Ostara, dea della primavera e della rinascita, di essere resuscitata. Qui viene rivelato che Laura è stata uccisa da un dio, quindi Ostara non può fare nulla per riportarla in vita ed è Mad Sweeney stesso a confermare che Wednesday ha organizzato l’incidente d’auto e la prigionia di Shadow per isolarlo quanto più possibile e condurlo da lui. Nel frattempo le nuove divinità tentano un confronto e si presenta a casa di Ostara il loro capo, il criptico Mr. World, incenerito con un fulmine da Wednesday che rivela così la propria identità di Odino. Ad una seconda dimostrazione dei poteri degli antichi dei assistiamo quando Ostara, convinta da Wednesday a ricordare agli umani di cosa è capace, ritira la primavera da tutta l’America, stabilendo il cliffhanger che fa da finale alla stagione.

Una nota di merito va anche agli attori che interpretano le nuove divinità, in primis la carismatica Media, a cui ha prestato il volto Gillian Anderson (purtroppo non presente nella seconda stagione) e che viene genialmente rappresentata sotto le sembianze di diversi idoli della cultura pop, da Marilyn Monroe a David Bowie. Bruce Langley si immerge invece nella parte del fastidiosissimo Technical Boy, personificazione dei troll di internet, dal look esuberante e con una perenne espressione di disgusto sul viso. Non bisogna ovviamente dimenticare l’inquietante Mr. World, che tiene le redini della globalizzazione ed è capace di far accapponare la pelle pur passando pochissimo tempo sullo schermo.

In contemporanea alla storia principale si sviluppano due sotto-trame di grande interesse. La prima riguarda Bilquis, Regina di Saba (dea fortemente legata alla sessualità femminile); pur facendo parte delle antiche divinità Bilquis ha stretto un’alleanza con Mr. World il quale, grazie all’utilizzo di applicazioni per l’online dating, le consente di incontrare uomini e donne che diventano ignari sacrifici umani alla dea, permettendole di rimanere in vita. Di particolare interesse è la scelta di approfondire questo personaggio, che nel libro invece riceve molte meno attenzioni. Lo stesso vale per Salim, giovane musulmano che si imbatte a New York in un Jinn e si innamora di lui; questo episodio nel libro costituiva una breve parentesi di appena un capitolo, mentre i creatori della serie hanno deciso di dare una continuazione alle vicende di Salim e di farlo interfacciare anche con altri personaggi come Laura e Mad Sweeney, coi quali non c’era alcun contatto nella versione cartacea. Sicuramente questo è uno degli aspetti più intriganti della serie: la possibilità di espandere la storia senza snaturarla, possibilità dovuta in gran parte al largo coinvolgimento che Neil Gaiman stesso ha nella scrittura della trasposizione.

Un ultimo appunto riguarda i flashback, ciò che personalmente preferisco della serie. Non mancano infatti spazi dedicati a mostrare come le antiche divinità sono arrivate in America, addirittura nel caso di Mad Sweeney gli viene dedicata un’intera puntata. Là dove molti potrebbero percepire queste interruzioni nella storia principale come dei semplici fillers, personalmente credo fortemente nella loro importanza: permettono infatti di ricollegare la divinità al contesto storico e sociale di appartenenza, mostrandone i tratti caratteriali attraverso i modi di fare del popolo al quale appartenevano. Rappresentano un metodo alternativo di esplorare i personaggi e il loro rapporto con gli esseri umani, punto centrale di tutta la storia. In aggiunta a ciò questi momenti sono stati saggiamente sfruttati per sperimentare con diversi stili narrativi, esempio principale è la sequenza animata dedicata alla divinità primitiva Nunnyunnini.

La magia di questa serie sta nel trasportarci in un universo divino eppure incredibilmente umano nella sua brutalità e crudezza. Con la prima stagione alle spalle e la seconda in corso “American Gods” incuriosisce, sfida la comprensione dello spettatore, confuso e catturato da questa matassa di vicende, resa ancora più intrecciata dall’ambiguità morale delle antiche divinità, presunti eroi, ma realmente volubili e ingannevoli quanto gli umani che credevano in loro.

 

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