Telefilm/True Detective

Recensione | True Detective 3×08 “Now Am Found” (Season Finale)

Salve a tutti ! Benvenuti all’ultimo appuntamento con True Detective. “Now Am Found” è infatti il season finale di questa terza, bellissima, stagione. Un titolo molto significativo, in quanto questa puntata parla proprio di ritrovamento e riconciliazione. Ma andiamo con ordine, cercando di analizzare ogni aspetto importante dell’episodio.

Nel 1990, Wayne ( Mahershala Ali ) viene quindi sequestrato da Hoyt ( Michael Rooker ), che conduce il nostro detective nei boschi. Il dialogo tra i due è meno scioccante di quanto credessimo, ma è anzi costituito da sottintesi e silenzi. Pronunciando poche parole, entrambi gli uomini sono consapevoli di ciò che ha commesso l’altro. Hays sa che Hoyt ha rapito la piccola Julie. Il magnate è a conoscenza dell’omicidio di Harris da parte dei due detective e, inoltre, minaccia velatamente Wayne: se parlerà, la sua famiglia sarà in pericolo. Hays ha le mani legate e perciò decide a malincuore di lasciar perdere la ricerca di Julie Purcell. In seguito, Amelia affronta il marito, volendo sapere cosa le stia nascondendo negli ultimi giorni.. Wayne, però, si rifiuta di rispondere. . L’uomo vuole infatti ricominciare una vita diversa, lasciandosi alle spalle quel difficile e tragico caso che li ha sempre allontanati. Se ci si pensa, difatti, il motivo di fondo dei loro litigi era sempre il caso Purcell e le conseguenze che ne derivavano. E’ così che Hays decide di lasciare definitivamente la polizia. Nel frattempo, Roland ( Stephen Dorff ), oppresso dal trauma di aver ucciso e seppellito un uomo, si reca in un bar, si ubriaca e inizia a infastidire delle persone. Ne segue una rissa, in cui  West ha la peggio. Splendida e toccante la scena in cui l’uomo, che piange seduto in terra, ferito e ubriaco, viene raggiunto da un cane randagio, che gli si accovaccia vicino. Qui ha dunque inizio la solitudine di Roland, colmata solo dal puro e disinteressato affetto di qualche amico a quattro zampe. Il personaggio è meno centrale rispetto ad Hays, ma non per questo meno significativo. Senza contare la grande interpretazione di Stephen Dorff, attore che non conoscevo, ma che in questa serie ha davvero toccato le corde del mio cuore.

Nel 2015, arriviamo a quella che ( almeno sembra ) la definitiva risoluzione del caso Purcell. I due anziani Wayne e Roland si recano nella vecchia e abbandonata tenuta degli Hoyt, dove scoprono la famosa “stanza rosa”: sulle pareti vi sono tracciati dei disegni infantili che ritraggono un castello, Julie ( detta “Principessa Mary”), Isabel Hoyt (“Regina Isabel”) e un uomo guercio (“Sir Junius”). Roland poi identifica la targa presa dall’auto, che si trovava spesso davanti casa di Wayne: il veicolo appartiene a Junius Watts ( Steven Williams ), un afroamericano guercio. Nel tragitto in auto fino alla casa dell’uomo assistiamo ad un bellissimo montaggio. I due uomini in macchina vengono inquadrati nelle rispettive tre epoche di questa storia, con un elegante movimento della macchina da presa. Come diceva Rust Cohle? Il tempo è un cerchio piatto. Il concetto di tempo e circolarità è qui assoluto protagonista: il caso Purcell ne costituisce la costante nelle vite dei due uomini, intrappolati in un ciclo infinito. Arrivati alla casa, Wayne e Roland interrogano Junius, che confessa loro tutta la verità, attraverso il più classico dei  deus ex machina. Dopo la morte della figlia Mary  e del marito, Isabel Hoyt divenne depressa e dipendente da litio. Il suo stato d’animo cambiò quando un giorno vide la piccola Julie giocare durante un picnic aziendale. La bambina le ricordò subito la figlia perduta e perciò Watts, che era una sorta di custode della donna, chiese a Lucy se Isabel potesse giocare con Julie nel bosco. La madre accettò in cambio di denaro. In seguito, Isabel mostrò altri segni di instabilità: un giorno, la donna, in un momento di crisi, spinse il fratello di Julie, che tentava di difendere la sorella: il bambino sbatté la testa e perse la vita. Ecco dunque come morì il piccolo Will: un tragico incidente causato dalla follia di una donna con problemi mentali. In seguito, Junius raccontò l’accaduto a Lucy e la donna accettò, in cambio di soldi, che Isabel e la sua famiglia tenessero Julie. Per anni Isabel drogò la bambina con il litio perché rimanesse con lei. Watts, quando lo scoprì nel 1990, aiutò la ragazza a scappare. Nel 1997 l’uomo trovò le tracce di Julie in un convento che accoglieva ragazze maltrattate: la giovane era morta di AIDS nel 1995. 

Dunque la risoluzione del caso, come anticipato, non è complessa e inquietante come nella prima stagione, ma conseguenza di un dramma famigliare. Personalmente mi è piaciuta molto. Dunque, è questa la fine? E se la fine non fosse davvero la fine? Qui, un colpo di scena romantico e ottimistico, che non mi aspettavo proprio. Wayne, grazie al libro della moglie defunta, scopre il tassello mancante della storia. Leggendo un estratto riguardante un amichetto di Julie, Mike Ardoin, figlio di un giardiniere, distrutto dalla scomparsa della bambina nel 1980, Hays capisce di aver già sentito quel nome. Ma certo… il giardiniere del convento in cui si trovava la tomba di Julie ! I due detective l’avevano infatti incontrato insieme a sua figlia di nome Lucy ( il nome non poteva essere una semplice coincidenza in effetti ). Capisce quindi che la morte di Julie non è stata che una messinscena perché la famiglia Hoyt smettesse di cercarla e la ragazza potesse così rifarsi una vita con Mike. Hays cerca quindi l’indirizzo della casa di Ardoin e vi si reca. Proprio davanti alla casa… black out! L’anziano e malato Hays non ricorda più dove si trova e il motivo per cui è fermo in macchina davanti ad una casa. Così chiede ad una donna e sua figlia di dirgli dove si trova. La donna è una trentaseienne Julie Purcell e la bambina è sua figlia Lucy. E’ successo. Wayne ha risolto il caso: ha trovato Julie, che, però, era già stata salvata. Una scena emozionante, ma frustrante, in cui si rompe la connessione narrativa tra protagonista e spettatore. L’uomo quindi chiama suo figlio per farsi venire a prendere. Per un attimo, però, io e altri telespettatori abbiamo avuto l’impressione che ad un certo punto a Wayne fosse tornata la memoria, ma che avesse di proposito fatto finta di nulla, resosi conto che Julie era finalmente in pace. Hays torna quindi a casa, dove trova ad attenderlo la famiglia di suo figlio, Roland e sua figlia, che non vedeva da molto tempo. Nel bel mezzo di questa armonia famigliare, un ultimo significativo flashback.

Siamo nel 1980 e il detective Hays ha appena abbandonato la divisione Crimini Maggiori dopo un articolo pubblicato dalla fidanzata Amelia, in cui la donna denunciava la chiusura sbrigativa del caso Purcell. Wayne si rifugia a bere in un bar, ma viene raggiunto da Amelia. E’ qui che l’uomo chiede alla futura moglie di sposarlo. L’ultimissima scena ci mostra Hays quando era ricognitore dell’esercito: il giovane guarda la telecamera e si addentra nella giungla del Vietnam. Qual è il senso di queste due ultime scene? Come affermato più volte, True Detective affronta principalmente la psicologia dei personaggi. La trama gialla, seppur ben strutturata, non è che un pretesto per scavare a fondo nel cuore e nella mente dei detective. “Now Am Found” non si riferisce a Julie, ma ad Hays stesso. Il detective ritrova se stesso negli affetti personali. Che sia amore verso i figli, verso un amico ( l’abbraccio con Roland è davvero toccante ), o verso sua moglie. La chiave per risolvere le frustrazioni di Wayne erano proprio davanti ai suoi occhi: la sua famiglia e il suo amico, che invece lui ha sempre, coscientemente o no, cercato di allontanare da sé.  L’ultimissima scena, invece, è stata oggetto di diverse interpretazioni. Io credo che rappresenti una sorta di ritratto della personalità del protagonista. Hays ha sì trovato pace, ma resta sempre un detective. Abilissimo a cercare, setacciare, trovare. La sequenza potrebbe anche avere significato metaforico. La vita è una vera e propria giungla e l’essere umano si perde in essa, sperando di riuscire a trovare un proprio sentiero da percorrere.

Ho letto pareri discordanti su questo finale. E’ sì stato meno adrenalinico rispetto a quelli delle prime due stagioni, ma l’ho trovato molto profondo e  toccante. Se ci si pensa, è anche il più ottimista dei tre. Nessuno dei detective rimane gravemente ferito o muore, ma anzi possono vivere gli ultimi anni della loro vita in armonia. Wayne e Roland riescono a trovare serenità e pace in quella caotica giungla che è stata la loro esistenza. Quella luce, che Rust intravedeva nell’ultimissima scena della prima stagione, è ora ben visibile ai loro occhi. 

Come se ci fosse ancora bisogno di ribadirlo, menzione al ben due volte premio Oscar Mahershala Ali per la sua splendida interpretazione. E’ infatti curioso come l’attore abbia vinto la sua seconda statuetta d’oro per Green Book nella stessa sera in cui è uscito il season finale. Spero davvero che riceva almeno una nomination agli Emmy Awards. Ali è infatti un ottimo attore, capace di cogliere a pieno ogni sfumatura emotiva dei personaggi che interpreta. 

Questa terzo ciclo di True Detective è stato un bellissimo  viaggio. Di poco inferiore alla prima ( che, comunque, deve buona parte del suo successo alla presenza di un personaggio magistrale come Rust Cohle ), questa stagione ha avuto però a mio parere il merito di essere più intimista e commovente. Soprattutto nelle scene dedicate alla malattia dell’anziano Hays: si percepisce a pieno lo smarrimento e la frustrazione di un uomo che perde i suoi ricordi, e di conseguenza il proprio Io. Un ritratto frammentato di una persona che lotta per trovare un proprio equilibrio in questo folle mondo. Forse questa stagione avrebbe potuto osare di più, ma capisco il timore di Pizzolatto dopo il fallimento delle seconde stagione. L’autore ha voluto procedere ancor più lentamente nella narrazione, senza cercare di stupire troppo lo spettatore: il risultato è comunque molto soddisfacente.

In queste tre stagioni mi sono chiesta: chi è il “true detective”? Una persona in perenne ricerca di risposte e certezze che non riuscirà mai trovare, ma troppo testarda per desistere. Un individuo debole e vulnerabile, ma che, al tempo stesso, possiede tanta forza da affrontare quotidianamente la sofferenza e la cattiveria umana.

Ho letto che Nic Pizzolatto ha già qualche idea per la quarta stagione. Non vedo l’ora di scoprirne di più.

Fatemi sapere cosa ne pensate della stagione !

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A presto !!!

 

 

 

 

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