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Recensione | The Umbrella Academy – Gli Eroi Che Non Vorremmo Essere, Ma Che Ci Meritiano

Era da molto tempo che non mi dedicavo e un bel e sano binge watching. Il mio tempo record non l’ho ancora superato, ma maratonare (e usiamola una parola in italiano, come direbbero le nostre mamme) 10 episodi di un’ora ciascuno in 48h è un buon tempo; non da record, ma almeno mi ha concesso di essere ancora definita umana per un altro giorno; o semplicemente mi ha fatto evitare qualche messaggio di preoccupazione dai moderatori di Netflix.

The Umbrella Academy è una serie del 2019 targata Netflix ideata da Steve Blackman di soli 10 episodi. La serie è basata sull’omonimo fumetto di Gerard Way, fondatore dei My Chemical Romance e fumettista. Ammetto di essere ignorante e di non aver mai sentito parlare di questo fumetto che risale al 2007 edito dalla Dark Horse Comics, ma il trailer mi aveva abbastanza colpita come la scelta del cast.
Le mie prime e sintetiche impressioni:
The Umbrella Academy è la fusione tra l’idea di un’accademia con gente disfunzionale come gli X-Men, la poca coesione di un gruppo di disadattati allo sbaraglio alla Misfits, il tutto intinso in quel clima soffocante come in Watchmen, che si incontra e scontra con l’ironia tra realtà e sovrannaturale tipica di Men in black, per essere il tutto avvolto da un contesto dark comic alla Hellboy.
Forse The Umbrella Academy è qualcosa di già visto, ma potenziato e migliorato. Mi scuso in anticipo se troverete inopportuni i riferimenti ad altri supereroi, ma da questo momento partirà una dettagliata e personale analisti della serieTv:

  • X-men: 43 ragazzi nascono in circostanze misteriose tutti lo stesso giorno. Misteriose perchè le loro madri li hanno partoriti esattamente quando un minuto prima non erano neppure incinta. Un uomo allampanato, elegante nell’aspetto, ma burbero nei modi, Sir Reginald Hargreeves, ne adotterà 7 fondando un’accademia speciale la cui scelta del nome deriva dall’uso precedente della loro residenza, una fabbrica di ombrelli. Sir Reginald (Colm Feore), che indossa sempre un monocolo, e da qui il suo soprannome Monocolo, con il stravagante abbigliamento alla Olaf, è un importante uomo d’affari e scienziato. Riunisce una piccola banda di ragazzi con degli strani superpoteri perchè il mondo ha bisogno di loro nel presente, ma soprattutto nel futuro. Come sa tutto questo? Perchè non è originario della terra. Il concetto di freak viene esteso, e al fumettista Way non gli basta parlare di ragazzi con caratteristiche al di fuori della norma, ma anche di alieni, freaks per eccellenza. Al contrario dei fumetti di Stan Lee e poi delle varie trilogie cinematografiche sugli X-Men, questa umanità non ha paura di loro, non li emargina, al contrario ci pensano gli stessi protagonisti ad allontanarsi da soli dalle scene. E il concetto di strano ed emarginato si ribalta, in quanto chi è normale è diverso. Non bisogna cadere però nell’errore che la serie voglia insegnare che è speciale solo chi ha quel quid in più, il messaggio è totalmente differente e legato alle relazioni tra i vari personaggi, piuttosto che al loro ruolo che li vedrebbe lontani o al di sopra della realtà nella quale, invece, sono perfettamente integrati e/o dimenticati.
    Con The umbrella academy ritorna l’idea di un’accamedia di addestramento, di un gruppo che si relaziona tra loro simili e che devono mettere a disposizione le loro potenzialità per l’uomo. Sir Hargreeves non è il comprensivo Charles Xavier, anche se qualche aspetto in comune ce l’hanno come l’ostinatezza e quel voler controllare le vite dei propri ragazzi, ognuno a modo proprio. Monocolo risulterà concentrato sul suo obiettivo fino alla fine, anche se un unico gesto tradirà la sua totale freddezza nei confronti dei ragazzi: regalare il violino della donna amata a Vanya, la così tanto respinta figlia normale, la Numero 7/Violino bianco. In generale però non è solo questa idea ad avermi richiamato le storie dei mutanti, ma il concept di base mi ha ricordato molto X-Men, Apocalispe del 2016 diretto da Bryan Singer. L’apocalisse si avvicina e il caos impervia. Inoltre Vanya, interpretata da una bravissima Ellen Page, che passa con facilità dall’apatia espressiva e sonora, ad una bomba ad orologeria dallo sguardo demoniaco, mi riporta alla mente alcuni letali membri femminili del team degli X-Men: Rouge (X-Men 2000) e Dark Phoenix (del prossimo 7 giugno 2019 e X-Men-conflitto finale 2006) soprattutto in una piccola Numero 7 talmente in preda alla potenza dei propri sentimenti, da non tener conto di chi le sta intorno.
  • Watchmen: dell’omonima serie di Alan Moore, trasportata poi in un film del 2009, riprendiamo un po’ i colori e i richiami a Shelley e/o Dylan soprattutto tra le mura di casa Hargreeves, e perchè no, anche la stessa tipologia di costumi dell’umbrella academy: tutine nere e mascherine senza contatto visivo, inquietanti. Ritorna il concetto di Giustiziere, più che supereroe.  Certamente i giustizieri che vivono durante l’ipotetica terza candidatura di Nixon, non hanno poteri, ad eccezione del Dottor Manatthan, però c’è una grande similitudine con quelli dei tempi più recenti: sono carichi di nevrosi e deliri di onnipotenza e/o di indifferenza. Luther (Tom Hopper), Numero 1/Spaceboy, con la sua super forza è sempre stato considerato il leader, e così è rimasto fossilizzato il suo pensiero. Non è riuscito mai a vedere l’egoismo del padre tanto da sacrificare anima e soprattutto corpo per lui, oltre quattro anni della sua esistenza sulla luna senza un vero perchè. Numero 2/Kraken, Diego (David Castañeda), abile con i coltelli, dopo anni che ha lasciato casa, si ostina ancora ad indossare tutine in pelle e ad andare a caccia di criminali anche da solo. Allison (Emmy Raver-Lampman) è Numero 3/Voce, si è rifugiata nella sua celebrità, per nascondere quanto effettivamente odi la sua natura di racconta bugie e di come sia stata succube di queste. Numero 4/Medium, Klaus (Robert Sheenan) è un tossicodipendente, e forse anche se il fratello più eccentrico, è quello col potere più lacerante; vede i morti e infatti da quando Numero 6/The Horror, Ben (Justin H. Min) è scomparso (in circostanze ancora non chiare, ma è il fantasma più adorabile che abbia mai visto), la sua presenza gli fa sempre compagnia. Numero 5/Il Ragazzo (Aidan Gallagher) è il membro più sicuro nonché il più arrogante, convinto per il suo potere di viaggiare nel tempo e nello spazio, di essere al di sopra di tutti. E alla fine c’è Vanya, Numero 7, considerata da tutti la sorella senza poteri, in reltà nasconde una potenza oscura tenuta a freno per paura che possa causare tipo… un’apocalisse.
    I dieci episodi danno modo di conoscere abbastanza bene ogni membro, anche se ogni singola puntata non si dedica unicamente a presentarli uno alla volta; con piccoli flashback al momento opportuno conosceremo il loro passato, ma si dà modo anche di dare ad ognuno un piccolo sviluppo nel presente. La loro estremizzazzione porta a mettere in risalto le loro caratteristiche e a permettere a noi pubblico di immedesimarci in chi più ci rivediamo.
    Nonostante un’infanzia anomala, fatta di mancanze e poco affetto, i ragazzi provano gli uni verso gli altri del sincero affetto. Apprezzabile la determinazione di Allison nel riallacciare un vero rapporto con Vanya anche a costo di rimetterci la vita. Come anche la breve parentesi Vietnam di Klaus, un piccolo imprevisto viaggio nel tempo, che lo porta a conoscere non solo cos’è l’amore, ma anche il suo vero potenziale.
  • Men in Black: se dovessivo far chiarezza sulle vicende di The umbrella academy bisognerebbe ben distinguere le varie storylines di cui è composto, ma questo non è davvero possibile. Tante storie si intrecciano, tutte che partono dallo stesso punto, per deviare e alla fine ricongiungersi grazie all’ennesimo cambiamento temporale provocato da Numero 5. Garantisco però, che l’intreccio è facilmente seguibile, nonostante sembri un gigantesco trip mentale (mai come quello di Legion).
    Gli ex membri dell’academia si riuniscono alla morte improvvisa del padre. Avevano troncato da almeno 4 anni i rapporti non solo tra di loro ma anche con Sir Hargreeves stesso. Credendo, soprattutto Luther, in un omicidio del padre, scopriranno in maniera piuttosto goffa che si tratta di un suicidio premeditato per permettere ai fratelli di riunirsi. Goffa perchè è quasi tutto affidato al caso, e questo evidenzia come più che supereroi/giustizieri siano molto più esseri umani. Questo è l’incipit, poi i vari personaggi si dividono in piccoli gruppi, e/o agiscono singolarmente, fino a quando, finito il tempo a disposizione, devono ritornare per forza ad essere un team.
    Luther ossessionato dal suo ruolo di leader, perde metà del tempo a cercare l’assassino del padre e poi a disperarsi per la sua gioventù bruciata, regalandoci dei momenti adorabili con Klaus. Al contrario di quanto possa sembrare Klaus con la sua apparente sfacciataggine e il suo menefreghismo è una spalla, parteciperà alle avventure di quasi tutti i fratelli, con Numero 5 alla ricerca del possessore del bulbo incriminato, con Numero 1 alla sua notte folle ad un rave e con Diego, Numero 2 alla sua caccia agli uomini del tempo. Sono proprio quest’ultimi con i loro looks e l’ironia delle loro situazioni a riportarci nella divertente fanta-commedia (1997) di Barry Sonnenfeld, basata sull’omonima serie a fumetti di Lowell Cunningham.
    Cha-Cha (Mary J. Blige) e Hazel (Cameron Britton) sono 2 agenti dell’organizzazione che monitora il flusso del tempo, facendo in modo che le cose vadano come devono andare. Sono stati ingaggiati da The Handler (Kate Walsh), loro superiore dalle fattezze di Effie Trinket, presentatrice degli Hunger Games, per eliminare un loro ex membro, Numero 5 che all’età di 13 anni per sbaglio e arroganza compie un viaggio nel futuro arrivando esattamente un attimo dopo l’apocalisse. Dopo aver vagato nel nulla con solo la compagnia di un manichino, viene reclutato diventando il miglior agente, ma studierà segretamente un piano per tornare dai suoi fratelli e impedire l’Apocalisse. Cha Cha e Hazel girano con due buffe, ma inquietanti maschere per bambini, sempre in abito scuro torturando con maligna derisione. Comici sono i loro siparietti accompagnati sempre della musica, sparata ad alto volume fin dall’inizio della serie per dettare il ritmo.
    Hazel mostrerà di avere un grande cuore da romanticone e piuttosto che continuare a fare il sicario, preferisce scappare con la sua vecchia signora delle ciambelle per vivere felice e contento, anche a costo di investire con l’auto la sua secolare collega.  Naturalmente il richiamo a Men in black non si limita ad un paio di completi ben indossati, ma proprio alla fantascienza, ai mostri e robot compresi, oltre ai salti nel tempo con una valigetta di pelle.
  • HellBoy: il riferimento ad Hellboy di Mike Mignola, e stessa casa editrice di The umbrella acdemy, e del Toro, mi è balzato alla mente quando è stato introdotto con assoluta normalità l’idea di mostro e poi il personaggio di Pogo, scimmia domestica a fianco dell’umbrella academy da anni. Anche in Hellboy l’aiuto arrivava da una figura dalle sembianze animali, un uomo-pesce, Abe Sapien. Ma a prescindere da questi piccoli dettagli, o classici espedienti narrativi, come anche l’adozione di Hellboy, Pogo, complice con la mamma robot dei ragazzi, manterà tutti i segreti del padrone di casa fino a quasi l’ultima puntata. Questo forse è l’unico punto di domanda che mi è rimasto. L’unica risposta è che aspettavano che i ragazzi in un modo o nell’altro si riunissero da soli. In quanto il fine ultimo di tutti è capire l’importanza della comunità, trovando se stessi da soli, o la forza in qualcun altro.
    Nel presente di questa serie niente stupisce, neppure la presenza di un maggiordomo scimpanzè o avere una mamma robot e credere che possa provare dei sentimenti. Seguendo questo filone è anche normale che il presente dei ragazzi sia poco contestualizzato. È un presente-passato. Si usano delle cabine telefonica per chiamarsi quando si è fuori casa, le macchine sembrano ferme agli anni precedenti il 2000, l’abbigliamento della stessa organizzazione non va oltre quelli ’60. È un presente atipico, che strizza l’occhio al passato e alterna scene chiare, ma mai davvero luminose, tristemente comiche, il camioncino dei gelati che intona la Valchiria; a quelle più cupe quasi horror come i danni del potere di Vanya.
    Probabilmente tutto questo per portare l’attenzione sui sentimenti. Fra i tanti emerge in maniera particolare quello del presunto bad ass: l’invidia dell’uomo comune che non venendo considerato speciale già dalla sua stessa famiglia, decide di avere una rivalsa su un’altra famiglia che non l’ha accettato, l’umbrella academy. Leonard Peabody incarna il classico cattivo che in men che non si dica avrà la sua punizione per aver giocato con i sentimenti altrui, ma che comunque porterà alla fine del mondo.
  • Misfits: Robert Shenan sembra essere rimasto intrappolato in storie e personaggi l’uno l’evoluzione dell’atro. Anche qui scapestrato ed estremo, con un potere che lo mette a stretto contatto con la morte, ma con un personaggio che impara davvero a rispettare la vita e non a farsene beffa come Nathan, resuscitando per soldi o necessità. Evita il suo potere per paura del buio. Come già detto prima il potere più scomodo, più spaventoso. Gli altri fratelli lo trattano come lui vuole essere apparentemente trattato, non gli credono, non si affidano a lui, anzi pensano che il suo potere possa essere un sollievo, passare del tempo con delle persone care perse. Eppure Klaus c’è sempre per tutti e imparata l’importanza della vita e il rispetto per la morte con la perdita di Dave, sarà fondamentale per tutto il gruppo, più di numero 5 e i suoi trascorsi da sicario e i patti con The Handler.
    Naturalmente il richiamo a Misfits è da considerarsi proprio per la materia stessa trattata in questa serie: supereroi per caso. Se Misfits (al massimo le prime due stagioni), ha funzionato, non vedo perchè non avrebbe dovuto farlo anche The Umbrella academy. D’altronde il Klaus di Shenan è anche il personaggio più riuscito.

The Umbrella Academy porta sullo schermo non il supereroe classico della Marvel e/o della DC. Questi ragazzi sono confusi, pieni di difetti, problemi irrisolti ed effettivamente incapaci di lavorare insieme senza fare danni. Sono molto umani, ma per nulla banali. E le vicende seguono proprio questo motto e la confusione dei pensieri di ragazzoni cresciuti da soli, che non sanno ancora cosa fare della propria vita.
Fotografia accattivante, scenografie evocative, dialoghi per la maggior parte riusciti, cast sul pezzo, soundtrack azzeccata, messaggio chiaro: la famiglia è come un ombrello, protegge dalla pioggia e quindi può salvare un uomo come l’intera umanità.

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