Telefilm/True Detective

Recensione | True Detective 3×04 “The Hour and The Day”

Salve a tutti! Eccoci finalmente a parlare della quarta puntata della terza stagione di True Detective. Visto che ci troviamo ormai a metà stagione, ci si potrebbe immaginare una svolta nelle indagini, invece no ( salvo, forse il cliffangher finale)…  questa volta, Pizzolatto ha voluto confondere lo spettatore, fornendogli piccoli indizi e tanti sospettati, come se fossimo noi a dover risolvere il complicato caso. Come già detto nella recensione precedente, il detective Hays ( interpretato magnificamente da Mahershala Ali ) ha problemi di memoria: non riesce a far combaciare i pezzi delle indagini e della sua stessa vita. A differenza delle stagioni precedenti, quindi, qui il protagonista non è affidabile, anzi si potrebbe definire instabile, e ciò disorienta e allo stesso tempo intriga il pubblico.

Vediamo… dove eravamo rimasti? Dopo aver trovato la foto che ritraeva il bambino durante la prima comunione ( nella stessa identica posizione in cui Hays lo aveva trovato morto ), i due detective interrogano il prete della chiesa frequentata dai due bambini. Sebbene l’uomo insospettisca Roland ( esilarante quando dichiara “non mi fido di una persona che ha firmato per non fare sesso tutta la vita”), ha un alibi. Parlando con il prete, i due scoprono che la strana bambola ritrovata da Hays in camera della bambina apparteneva ad una signora che produceva e vendeva, appunto, bambole agli abitanti della cittadina. Hays e West fanno visita alla donna, che dichiara di aver venduto una delle bambole ad un uomo di colore con un occhio guercio. I detective si recano quindi in un quartiere di afroamericani, dove interrogano un uomo che è senza un occhio. Il clima è teso, gli abitanti li guardano con sospetto e rabbia. Dato che sembra proprio che anche questa sia una falsa pista, uno spettatore potrebbe chiedersi perché inserire una scena del genere. Non si tratta solo di una denuncia al razzismo, che qui è trattato in modo, a mio parere, perfetto, ma soprattutto di un ritratto del contesto storico e sociale dell’epoca. Ci troviamo negli anni 80: il razzismo e la xenofobia non erano manifesti come anni prima, ma velati e subdoli. Se ne avverte la presenza negli sguardi straniti dell’anziana donna rivolti ad Hays, nella rabbia della comunità afroamericana che viene ancora emarginata, dalle occhiate sospette con cui gli abitanti guardano l’indiano. Un efficacissimo ritratto del clima dell’epoca.

Nel frattempo, Amelia si reca dalla madre dei bambini, Lucy, per darle del materiale scolastico appartenente al figlio. La donna mostra per la prima volta la sua fragilità: piange, urla, si incolpa di non essere stata una buona madre, e di aver fatto cose orribili. Bravissima l’attrice Mamie Gummer ( figlia dell’unica e inimitabile Meryl Streep), che riesce a commuovere e allo stesso tempo a inquietare lo spettatore. Sì, perché le parole e l’atteggiamento prima angosciato, poi aggressivo, della donna sono sospetti. Ad un certo punto afferma “I bambini dovrebbero ridere“, che è la stessa frase scritta nel messaggio anonimo ricevuto dai genitori; senza dimenticare le insinuazioni dei vicini negli episodi precedenti. Che la donna sia coinvolta nel rapimento della figlia?

 

 

 

Lo spazio dedicato alle altre due linee temporali è minore. Nel 1990, Hays e la moglie sono in crisi, e la scena viene contrapposta al loro primo appuntamento dieci anni prima. Elogio agli sceneggiatori per i dialoghi di questa scena: spontanea, realistica e molto dolce. Inoltre, Hays inizia a collaborare con West ( nel frattempo diventato tenente) e, visionando i video di sorveglianza della farmacia in cui era avvenuta la rapina, trova Julie Purcell, ormai una ragazza di ventun anni. Nel 2015, invece, un anziano e malato Hays è ostinato a ricordare e a non abbandonare il caso che lo tormenta da anni. Da segnalare una scena angosciante e memorabile. Vittima della demenza e per questo in preda alle allucinazioni, il nostro detective vede i Vietcong che ha ucciso durante la guerra, insieme ad un uomo in giacca e cravatta con la testa piegata in avanti. Una perfetta e soffocante rappresentazione del tormento di Hays. Come dicevo, sembra proprio che il protagonista si nasconda qualcosa. Chi è l’uomo in giacca e cravatta? Viene costantemente sottinteso che al protagonista sia accaduto qualcosa durante il caso Purcell… che cos’è successo?

La puntata si conclude con un bel cliffanger. Dopo aver visto il nativo americano Woodard in compagnia di due bambini, alcuni abitanti della città decidono di uccidere l’uomo in casa sua. Per fortuna quest’ultimo, reduce del Vietnam, sa bene come difendersi e inserisce un ordigno esplosivo collegato alla porta della casa. Wayne e Roland vengono subito chiamati e arrivano sulla scena: la puntata si conclude con l’esplosione dell’ordigno. Un urlo disperato di un uomo che ha subito per troppo tempo i pregiudizi e gli attacchi degli abitanti: una sorta di esplosione emotiva delle vittime di razzismo. Questo finale costituirà probabilmente una svolta nella serie. Per ora, abbiamo accumulato tante domande: Wayne ci nasconde qualcosa? Dov’è finito Roland nel 2015? Com’è coinvolto il protagonista nel caso Purcell? Chi ha ucciso il bambino e rapito la bambina? Ma ancora quasi nessuna risposta. In questo Pizzolatto è stato molto abile: creare un’atmosfera in cui chiunque è sospettabile e ognuno nasconde qualcosa.

Per concludere, è stata una puntata molto buona: un po’ lenta, ma credo sia la classica “calma prima della tempesta”. Per quanto mi riguarda, la curiosità e la smania di sapere crescono di puntata in puntata, ma non dimentichiamo di apprezzare anche i dettagli di questa puntata, in primis le ottime performances degli attori ( soprattutto Mahershala Ali e Mamie Gummer), ma anche la bellissima fotografia e il montaggio.

Allego, as always, il trailer del prossimo episodio.

OH MIO DIO!!! Avete visto chi c’è al minuto diciotto? E’ quindi confermato un collegamento con la prima stagione!

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Alla prossima settimana!!!

 

 

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