Telefilm

Recensione | YOU

YOU è una serie andata in onda negli Stati Uniti su Lifetime dal 9 Settembre all’11 Novembre 2018, tratta dall’omonimo romanzo di Caroline Kepnes, ma diventata molto popolare solo di recente, da quando Netflix ha reso disponibile la prima stagione composta da dieci episodi.

Di cosa parla veramente YOU? Vi riporto la sinossi ufficiale presente su Netflix perché è proprio da quella che vorrei partire ad analizzare la serie.

Un affascinante librario sviluppa un’ossessione per un’aspirante scrittrice e fa di tutto pur di poter entrare nella sua vita.

Ok, diciamolo subito e poi andiamo avanti: visto che il (presunto) affascinante librario newyorkese Joe è Penn Badgley, famoso per il ruolo di Dan Humphrey, e che l’aspirante scrittrice Beck è interpretata da una biondissima Elizabeth Lail, possiamo tranquillamente concludere che YOU è la storia di come sarebbero andate le cose se Gossip Girl non fosse mai finito.

Fatta questa originalissima considerazione che avrete letto sì e no duecento volte negli ultimi tempi, iniziamo a parlare di uno dei più grandi problemi della serie che è ben rispecchiato dalla sinossi stessa.

YOU è, o almeno dovrebbe essere, la storia di un amore malato, di un’ossessione che si basa sul nulla e si autoalimenta, diventando qualcosa di perverso e pericoloso per la persona oggetto delle attenzione. Il problema è che tutto questo aspetto nello show c’è solo in parte e comunque solo verso la fine, quando ormai il comportamento di Joe è del tutto fuori controllo. Nella parte iniziale della serie, infatti, il suo atteggiamento viene quasi romanticizzato e giustificato, soprattutto perché ci viene mostrato il suo punto di vista, ovvero quello dello stalker, e questo in qualche modo porta lo spettatore ad empatizzare con lui, dimenticandosi di cosa realmente si stia parlando. Joe sembra davvero l’affascinate librario disposto a tutto pur di conquistare la ragazza di cui si è innamorato descritto nella sinossi dello show. Si ha quasi l’impressione che il suo atteggiamento da stalker sia tollerabile perché in fondo è motivato dall’amore per Beck che, oltre tutto, viene dipinta come una ragazza che pare davvero aver bisogno di un cavaliere pronto a difenderla dai mali del mondo e dalle persone che tendono ad approfittarsi di lei. Tuttavia, questo punto di vista alquanto disturbante e problematico offerto dai primi episodi sarebbe anche accettabile se venisse mantenuto per tutta le serie e ci mostrasse davvero come uno stalker vive la storia d’amore nella sua testa. Certi meccanismi, come quelli che ci portano ad empatizzare con il suo amore malato, sarebbero comunque criticabili, ma almeno avrebbero un vago motivo di esistere. Il senso di tutto questo, però, viene meno del tutto quando verso metà stagione il punto di vista cambia per mostrarci come Beck viva questa relazione e anche perché, a livello narrativo, inserire il doppio POV toglie le castagne dal fuoco a degli sceneggiatori non molto brillanti che hanno lavorato all’adattamento di un romanzo già di per sé abbastanza mediocre. Questo cambio di punto di vista, infatti, ci porta finalmente a vedere Beck come quello che è: una vittima. Il problema è che farlo solo dopo diversi episodi e nemmeno fino alla fine della serie, sembra quasi suggerire che un certo livello di stalking, come ad esempio lo spiare gli account social, le mail o l’entrare in casa di  una persona, siano gesti accettabili se motivati da un sentimento, mentre uccidere qualcuno no perché resta un’azione da condannare sempre e comunque. Vorrei anche credere alla buona fede degli sceneggiatori e pensare che questa struttura sia solo il frutto di una brutta trasposizione televisiva, ma temo che il problema sia da ricercare altrove. Purtroppo siamo circondati da narrazioni che romanticizzano questi amori malati, questi ragazzi disposti a superare ogni limite pur di conquistare l’oggetto del loro amore e queste storie tanto problematiche che però ci vengono dipinte come delle favole moderne, quando in realtà sono degli incubi. A riprova di questo, basta fare un giro su Twitter per vedere quante persone tendando a giustificare i comportamenti malati di Joe perché, in fondo, lui è solo un ragazzo innamorato e fa il possibile per aiutare Beck. Ovviamente la colpa non è della gente che fa questi commenti e nemmeno degli sceneggiatori della serie, non del tutto almeno. La radice del problema va ricercata nel contesto sociale in cui viviamo. Le serie tv e le altre forme narrative ne sono solo il prodotto  e non si può iniziare a sistemare una casa dal tetto se le fondamenta sono inesistenti. Le cose devono cambiare a partire dal contesto culturale. Le persone vanno educate e non colpevolizzate. Il resto verrà di conseguenza.

Un altro aspetto problematico, che va di pari passo a questo, è il modo in cui Beck e il suo mondo ci vengono presentati. Purtroppo la ragazza ci viene mostrata da un lato come una povera principessa indifesa in balia di Benji ( Lou Taylor Pucci), un ragazzo ricco e snob a cui interessa solo portarsela a letto, e di Peach (Shay Mitchell), un’amica possessiva segretamente innamorata di lei che la spia e la manipola per tenerla legata a sé; e dall’altra come una poco di buono egocentrica, esibizionista e bugiarda che non si fa problemi ad avere rapporti occasionali, per semplice piacere o per ottenere qualcosa. In sostanza Beck racchiude in sé la classica dicotomia santa-puttana con cui sono sempre state rappresentate le donne e questo viene fuori in diversi momenti della serie. Uno su tutti è quello in cui lei si masturba davanti alla finestra e questo ci porta, grazie allo sguardo di Joe, da un lato a vederla come un’esibizionista e anche come una cattiva ragazza perché le piace procurarsi piacere, cosa assolutamente disdicevole per una donna nonostante siamo nel 2019, e dall’altro come una poveretta in cerca di attenzioni e soprattutto bisognosa di un vero uomo che sappia soddisfare le sue necessità. Insomma, il personaggio di Beck è l’ennesima occasione mancata per mostrare una donna libera, indipendente, con una vita sessuale attiva e variegata senza però aggiungere un giudizio negativo a tutto questo. E anche qui ritorna il discorso del contesto culturale di cui sopra.

L’ultimo grande problema a livello contenutistico di YOU è l’assoluta ridicolizzazione della terapia psicologica e della figura dello psicologo in generale che viene mostrato solo come un uomo incapace di separare la vita personale da quella professionale. Ci sono milioni di storie in cui il terapista, non necessariamente uomo, finisce a letto con il suo paziente, non necessariamente donna, quindi non è di certo questa serie a dare il cattivo esempio ma, viste tutte le altre rappresentazioni disastrose, almeno questa avrebbero potuto evitarla. Se ci aggiungiamo che, otre ad essersi portato a letto Beck, lo psicologo non riconosce in Joe una persona con dei disturbi e che lo sta riempiendo di bugie, direi che siamo proprio al completo sbando anche sotto questo punto di vista.

Anche sul lato del thriller psicologico, la serie ci prova ma non ce la fa mai del tutto. È tutto troppo soft ed edulcorato e non si avvertono mai quell’ansia e quell’inquietudine che si dovrebbero percepire stando nella mente di uno stalker o di una sua vittima. Alla fine risulta tutto ovattato e poco incisivo, a parte qualche momento del finale di stagione che regala un po’ di adrenalina. Ovviamente la percezione di questo aspetto può variare molto da cosa si è abituati a vedere, ma in linea di massima diciamo che Rai2 d’estate manda in onda film molto più spaventosi ed inquietanti di qualsisia episodio di YOU.

Il finale della serie con la ricomparsa di Candice è una licenza poetica dello show, nel senso che nel romanzo questa parte non esiste, che si limita ad aprire la strada alla già annunciata seconda stagione,  la quale dovrebbe appunto occuparsi del passato di Joe spigandoci finalmente i motivi che lo hanno reso l’adorabile stalker psicopatico che ci hanno mostrato per dieci episodi.

In definitiva, YOU è una serie di intrattenimento da guardare con il cervello spento e un occhio chiuso per non notare tutte le assurdità a livello narrativo, come ad esempio Benji che non riconosce Joe e lo segue in pieno giorno in un scantinato pensando che lo stia davvero portando in un club, e tutte le pecche della sceneggiatura. L’unico vero pregio che gli riconosco da fan di Gossip Girl e Pretty Little Liars è che quello di giocare bene sull’effetto nostalgia, riportando sullo schermo un Penn Badgley in grande spolvero, che si cala perfettamente nei panni dello stalker, e una Shay Mitchell che ha cambiato show ma non ha smesso di innamorarsi delle biondine problematiche con due o tre traumi passati mai risolti.

 

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