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Sapevatelo | Homecoming, il nuovo thriller di Sam Esmail

Ritengo Sam Esmail uno dei registi televisivi migliori degli ultimi anni. Con Mr Robot, di cui è anche sceneggiatore, Esmail ci ha dimostrato di saper padroneggiare la macchina da presa come pochi: ogni inquadratura è espressione totale della storia, di un personaggio.

Homecoming è la sua ultima fatica. Si tratta di una serie thriller basata sul podcast di Eli Horowitz e Micah Bloomberg e distribuita da Amazon Prime. In breve, la trama. Heidi Bergman (Julia Roberts) è un’assistente sociale che lavora all’Homecoming, un istituto governativo di riabilitazione per i soldati appena tornati da una missione. Il suo lavoro consiste nel parlare con questi uomini, facendo loro affrontare i dolori patiti e e cercando  così di prepararli ad affrontare la vita civile. In particolare, la donna instaura un forte legame con Walter Cruz ( Stephan James). In una linea temporale parallela, ambientata quattro anni dopo, Heidi ha lasciato l’Homecoming e lavora come cameriera. Un giorno, viene avvicinata da un burocrate del Dipartimento della Difesa, Thomas Carrasco ( Shea Wighlam ), che, a causa di un reclamo ricevuto, interroga Heidi sul suo ruolo nell’istituto. La donna è riluttante, ammettendo solo di aver lavorato all’Homecoming per un po’ di tempo. Heidi infatti non ricorda assolutamente nulla della sua permanenza lì, né tanto meno il motivo per cui ha lasciato il lavoro…

Homecoming è una serie con grandissimi pregi. Uno su tutti, la regia di Sam Esmail. Come accennato, Esmail è un vero e proprio signore della macchina da presa. Qui ci offre inquadrature originali e piani sequenza assolutamente mozzafiato. Per esempio, mi ha colpito una particolare scelta registica: le sequenze ambientate nel futuro hanno un claustrofobico formato 1:1. Tale tecnica sta a simboleggiare la soffocante limitatezza che invade la mente di Heidi, frustrata perché non riesce a ricordare. C’è persino un esplicito richiamo allo stile di Alfred Hitchcock ! In una determinata scena (che qui non citerò per evitare spoiler), Esmail utilizza carrellata indietro e zoom in avanti per rendere efficacemente la sensazione di vertigine, esattamente come fece il regista inglese nel celeberrimo Vertigo.

A dire il vero, Hitchcock è palesemente citato in tutto lo show. Innanzitutto nel clima di costante incertezza e angosciante paranoia: noi spettatori sappiamo che c’è qualcosa che non va, che l’Homecoming non è ciò che dice di essere, ma non riusciamo a dare una forma ai nostri sospetti. Da questo punto di vista, questa serie è un bellissimo thriller psicologico in cui risulta difficile mettere insieme i tasselli. Poi, se vogliamo essere pignoli, il ruolo della protagonista ricorda il personaggio di Ingrid Bergman ( stesso cognome… coincidence? I think not!) nel film del “maestro del brivido” Io ti salverò. Infine, nelle musiche, che richiamano i brani di Bernard Herrmann, storico compositore di Hitchcock.

Per quanto riguarda il cast, questo show segna l’esordio sul piccolo schermo di Julia Roberts. Unpopular opinion: a me l’attrice non è mai piaciuta più di tanto. L’ho sempre trovata molto monocorde, seppur abbastanza brava. Invece, qui mi è davvero piaciuta e trovo difficile immaginare un’altra attrice nel ruolo di Heidi. Non si tratta di un personaggio particolarmente complesso o sopra le righe, ma la Roberts ha saputo cogliere alla perfezione ogni sfumatura della protagonista. Per quanto mi riguarda, esordio promosso! Menzione per il sempre ottimo Bobby Cannavale. L’attore, che già aveva collaborato con Sam Esmail in Mr Robot , interpreta l’arrogante e arrivista capo di Heidi, Colin. Io adoro Cannavale, lo considero un attore ingiustamente sottovalutato, ma parecchio espressivo e versatile, e qui non è da meno.

La serie di Esmail è infine perfetta per il bingewatching: non solo per l’atmosfera intrigante, ma anche perché si tratta di episodi molto brevi, da soli trenta minuti l’uno. Non siamo davanti però ad uno show perfetto, soprattutto se lo si paragona a quel capolavoro televisivo che è, almeno secondo me, Mr Robot. Innanzitutto, mi è parso che la scrittura dei personaggi fosse un po’ scarna: non mi sono trovata a simpatizzare per nessuno in particolare. Ho trovato questa mancanza di profondità anche, ahimè, nella trama: tutto rimane sulla superficie, come se si temesse di osare di più. C’è però da dire che è già stata confermata una seconda stagione, quindi non è da escludere qualche approfondimento.

Tirando le somme, si tratta di una serie molto valida, su cui, però prevale la forma sul contenuto. Mi sento comunque di consigliarla. Se non altro per apprezzare il vincente binomio Esmail/Roberts e un thriller psicologico diverso dal solito.

N.B. Sembra che Sam Esmail abbia un amore smisurato per le scene post credits… ce n’è una anche nell’ultimo episodio della stagione, non perdetevelo!

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