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Parliamone | Perché Insatiable NON Lancia Un Messaggio Sbagliato

Lo scorso 10 Agosto Netflix ha rilasciato la prima stagione di Insatiable, serie originale prodotta dal servizio di streaming, composta da dodici episodi. La serie racconta con uno stile volutamente esagerato, quindi camp e non trash come viene erroneamente considerato, le vicende di Patty, una ragazza sovrappeso che, per via di un incidente che le blocca la mandibola, perde trenta chili e decide quindi di prendersi la sua rivincita contro un mondo che l’ha sempre discriminata a causa del suo aspetto fisico.

Sin dall’uscita del trailer, la serie è stata accolta da una pioggia di polemiche che non hanno fatto che aumentare dopo il rilascio degli episodi. È stata tacciata di fat-shaming, di far passare l’idea che per essere accettati si debba necessariamente essere magri e di lanciare diversi messaggi sbagliati in tema di rappresentazione. Personalmente avevo iniziato Insatiable con l’idea di guardare qualcosa di leggero e un po’ sopra le righe ma questa mia idea iniziale è stata spazzata via non appena mi sono resa conto che sotto quello strato di kitsch esagerato c’è molto di più, una profondità che mai avrei creduto di riscontrare. Proprio per questo mi trovo in totale disaccordo con le critiche rivolte allo show e ho quindi deciso di esprimere la mia su quello che, a mio avviso, sicuramente non è un capolavoro della storia delle serie tv ma non è nemmeno l’incarnazione di tutto quello che di sbagliato potrebbe esserci in un prodotto ideato soprattutto per un target adolescenziale.

Va da sè che l’articolo contenga spoiler.

Partiamo da Patty (Debby Ryan) e dal presunto fat-shaming che la sua storia dovrebbe esaltare. Patty non è una bella persona, per niente. E non lo è a prescindere dai suoi chili, tanto che la sua migliore Nonnie in più occasioni l’accusa, avendo pienamente ragione, di essere egoista. Sarebbe stato molto semplice per gli autori disegnare una protagonista dolce e remissiva resa cattiva dal mondo che la circonda ma sarebbe stata anche una scelta fallimentare. La serie prende il classico cliché dei film anni ’90, nei quali le protagoniste sfigatelle diventavano improvvisante delle ragazze di successo solo aggiustando il proprio aspetto, e lo ribalta, mostrando che l’avere un fisico più conciliante con quelli che sono i canoni estetici imposti dalla società, non rende affatto delle persone migliori. Paradossalmente, la serie dice proprio tutto il contrario di quello che molti hanno recepito. Il nuovo fisico non aiuta Patty in nulla. Non la rende migliore, meno sola, più buona o più benvoluta. Gli altri la notano e la trattano in modo diverso, questo è vero, ma la sua vita non migliora in alcun modo e lei stessa non matura. Patty rimane una ragazza egoista, disposta anche a sfasciare un matrimonio felice pur di avere quello che vuole, e pronta a tutto pur di assecondare quel senso di rivalsa che sente nei confronti del mondo. Un senso di rivalsa che nasce da una profonda insicurezza, la quale ha ben poco a che fare con l’aspetto esteriore. Patty era insicura quando aveva 30 chili in più e lo è anche dopo averli persi. Il suo senso di inadeguatezza permane immutato, a prescindere da quanto gli altri ora la vedano bella e da quanti ragazzi le girino intorno. Questo è ben evidente quando Patty si trova a confrontarsi con una donna transgender ed entrambe, pur avendo un fisico oggettivamente perfetto, non riescono a mettersi in costume. La serie mostra con estrema chiarezza quanto, alla fine, l’unico giudizio importante sia quello che noi stessi ci diamo. Non serve a nulla che gli altri ci vedano in un certo modo se noi non ci riusciamo, così come alla lunga non serve a nulla la bellezza esteriore se non è affiancata da quella interiore. Potrebbe sembrare retorica spicciola, e forse un po’ lo è, ma lo show è un perfetto specchio di tutto ciò. Il nuovo aspetto di Patty le permette di attirare l’attenzione, di diventare popolare e di essere ammirata ma questo non aiuta la ragazza in nessun modo perché al cambiamento esteriore non ne corrisponde uno interiore. Patty, alla fine dei conti, è rimasta la stessa persona di prima e, dopo un po’, gli altri tendono ad accorgersene e ad allontanarsi da lei. Con il passare degli episodi, Patty precipita in un’aspirale autodistruttiva che è la lampante dimostrazione di come essere più magra non le abbia affatto reso le cose più semplici, perchè non doveva assolutamente essere questo il messaggio della serie. A mio modesto parere, trovo che, al netto delle esagerazioni introdotte per rendere lo show più leggero e godibile, Insatiable tratteggi perfettamente lo stato di inadeguatezza che si prova, soprattutto durante l’adolescenza, e come i ragazzi tendano a rispondere ad esso nel modo più errato, raccontando a se stessi che quando smetteranno di apparire in un certo modo, le cose andranno meglio. Se ci pensiamo, praticamente tutti i liceali della serie mostrano la difficoltà di approccio alla vita e tentano di sopperire ad esse in qualche modo. Patty è insicura e quindi mangia, in modo che gli altri le stiano lontano e lei non debba confrontarsi con il mondo che le fa così paura. Nonnie non riesce ad ammettere la propria omosessualità e si rifugia nel rapporto tossico con Patty, nel quale lei si annulla in favore della sua amica, permettendosi così di non pensare a quei sentimenti con i quali non vuole fare i conti. Brick non ha un buon rapporto con i genitori, in particolare con il padre, quindi si butta nel wrestling, mondo totalmente avulso da quello di Bob Armstrong, e si lascia trascinare in una relazione sessuale sbagliata, avendo così l’illusione di essere abbastanza grande da non aver più bisogno di quel rapporto con il padre di cui invece sente molto la mancanza. Magnolia non regge allo stesso delle aspettative riversate su di lei da parte del padre e che lei stessa ha adottato come fossero sue, quindi si droga per estraniarsi da una realtà che non riesce a sostenere. Christian prende le distanze dalla vita improntata sui valori cristiani che i suoi genitori cercano di proporgli e si ribella compiendo vari atti criminali. Credo che, più in generale, l’intento della serie sia proprio quello di mostrarci come cercare di essere diversi per non disattendere alle aspettative che il mondo ha nei nostri confronti, sia quanto di più deleterio possiamo fare a noi stessi. Guardando il percorso di Patty appare evidente come i problemi permangano pur essendo come gli altri ci vorrebbero perché alla fine, quando torniamo a casa la sera, senza nessuno intorno, e ci guardiamo allo specchio, se non ci piace quello che vediamo, ce ne facciamo ben poco dell’adulazione altrui.

L’altra grande critica mossa alla serie è quella sulla bisessualità di Bob Armstrong (Dallas Roberts) che emerge in maniera conclamata solo a trama ormai inoltrata e va, in qualche modo, ad intaccare la rappresentazione di una mascolinità diversa da quella che ci viene proposta solitamente e che era associata ad un uomo etero. Da una parte condivido questa critica, perché è vero che mostrare un uomo eterosessuale ed effemminato sarebbe stato un ottimo modo per rompere con il consueto stereotipo del maschio alpha, dall’altra, però, trovo che il personaggio di Bob A. sia stato costruito così bene che questo aspetto non venga eliminato dall’equazione ma semplicemente ci venga mostrato da un altro punto di vista. Mi spiego meglio. Coralee (Alyssa Milano), la moglie di Bob, infatti, apprezza suo marito esattamente per com’è, anzi forse proprio per quello e difende i suoi atteggiamenti e gusti con convinzione, ad esempio zittendo la sorella che prova a denigrarlo per il suo modo di fare. Il fatto che lei non metta in dubbio nemmeno un momento suo marito in qualità di uomo, pur non essendo immune al fascino dell’altro Bob (Christopher Gorham), apparentemente più virile, è il modo che gli autori hanno scelto per non rinnegare ciò che avevano voluto mostrarci all’inizio con Bob Armstrong. Inoltre è innegabile che i bisessuali siano una delle minoranze meno rappresentate in tv, soprattutto in campo maschile, e per questo c’è bisogno di personaggi così. Ho quindi molto apprezzato la scelta di far scoprire a Bob A. questo aspetto di sé ed è stato molto interessante vedere un uomo adulto, da sempre convinto della propria identità sessuale, mettersi in gioco per seguire un lato di sé che fino a questo momento non conosceva. A completare la costruzione, secondo me, perfetta del personaggio arriva anche il fatto che grazie a lui si riesca a mostrare quella bifobia (interiorizzata e non), che spesso è diffusa anche all’interno della comunità LGBTQ, Non è un caso, infatti, che sia proprio Bob Barnard, il quale si definisce assolutamente gay, a dirgli che anche lui è gay e che quella della bisessualità è solo una fase. Purtroppo questa è un’idea molto diffusa e ho trovato interessante la scelta di mostrare come la discriminazione non arrivi sempre e solo dal mondo etero.

Sempre in materia di rappresentazione, penso che la serie faccia un lavoro meraviglioso anche per quanto riguarda il coming out di Nonnie (Kimmy Shields) perchè si concentra solo su di lei. Molto spesso nelle serie tv ci viene mostrato come la paura di fare coming out sia legata all’esterno, al timore dei giudizi altrui, in particolare di quello dei genitori, e si tende a dimenticare che altrettanto spesso il coming out più difficile è proprio quello con noi stessi. Tutti intorno a Nonnie hanno capito che lei prova qualcosa per Patty (tranne la diretta interessata ovviamente ma tant’è, di migliori amic* etero e non che non colgono segnali palesi è pieno il mondo quindi soprassediamo su questo cliché oppure interpretiamolo come l’ennesima dimostrazione dell’egocentrismo di Patty) e nessuno le ha mai fatto pesare questa cosa o l’ha fatta sentire sbagliata, eppure lei non riesce ad ammettere a se stessa ciò che prova. Persino quando è al suo primo appuntamento e il padre mostra chiaramente di aver capito e le dice che non gli importa nulla se esca con un ragazzo o con una ragazza, lei comunque non riesce ad essere sincera, a dimostrazione del fatto che non sempre il problema stia negli altri e che, un po’ come per Patty, a volte siamo solo noi i carnefici di noi stessi. Unica pecca del percorso di Nonnie è il suo repentino avvicinamento a Dee (Ashley D. Kelley) che non ho apprezzato per due ragioni. La prima è che penso che sarebbe stato bello vederla muovere i primi passi nel mondo LGBTQ da sola, senza qualcuno che la iniziasse, passatemi il termine, all’ambiente. La seconda ragione è ancora più banale: i sentimenti non si cancellano con un colpo di spugna. Nonnie è innamorata di Patty presumibilmente da anni e, per quanto si sia resa conto del disequilibrio del loro rapporto e per quanto il rifiuto dell’amica possa essere stato netto, resta il fatto che quello che lei prova non sparisca dall’oggi al domani. Tanto più che questo problema emerge diverse volte e la porta a discutere con la sua nuova ragazza che si sente un ripiego, cosa che nei fatti almeno per ora è. Per quanto sia comprensibile che Nonnie, dopo aver scoperto di essere lesbica, abbia voglia di sperimentare e di vivere liberamente, avrei preferito che rimanesse da sola e metabolizzasse prima tutto quello che le è successo in poco tempo. In fondo credo che scoprire di essere gay e di essere innamorata della propria migliore amica, dichiararsi, essere rifiutata e in più rendersi conto che la persona che ama è sempre stata egoista con lei, fossero elementi sufficienti per costruire una buona storyline anche senza l’introduzione d Dee.

Ovviamente la serie non è perfetta e tratta molti temi con superficialità, come ad esempio gli abusi subiti dalla madre di Patty o l’alcolismo, ma trovo comunque che sia un ottimo prodotto e che mandi messaggi tutt’altro che negativi. Mi piacerebbe molto sentire le vostre opinioni in merito.

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