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The Top | Mad Men

Mad Men.

A term coined in the late 1950’s to describe the advertising executives of Madison Avenue.

They coined it.

[Mad Men.

Termine coniato alla fine degli anni ’50 per descrivere gli agenti pubblicitari di Madison Avenue.

Lo hanno coniato loro.]

Dopo la sigla, sono queste le parole con cui inizia  Mad Men, la serie ideata da Matthew Weiner che racconta il mondo pubblicitario nella New York anni ’60.

Quando si parla di Mad Men non si può fare a meno di pensare al colosso di serie che può vantare la vittoria di 5 Golden Globes e ben 15 Emmy Awards tra le altre innumerevoli nomination durante gli anni in cui è andata in onda (2007-2015).  Mad Men però è anche altro, senza intendere di sminuirne i riconoscimenti, anzi, essi non sono nient’altro che lo specchio della grandezza della serie, almeno in questo caso. Il più grande merito di Mad Men è stato essere in grado non di imitare la vita, ma di prendere in prestito la narrazione della vita stessa nella sua incompletezza e incertezza. Di conseguenza, i cinque episodi che possono essere considerati i migliori della serie sono stati scelti con il criterio che incorporassero più di altri questa particolare narrazione. D’altra parte, il merito della serie nel suo complesso si realizza, ovviamente, nella vita, o meglio, nella parte di vita a cui ci è concesso di assistere dei suoi personaggi; ma, come si suol dire, questa è un’altra storia.

1×02: Ladies’ Room (Cosa vogliono le donne)

Il titolo “Ladies’ Room” è stato tradotto in “Cosa vogliono le donne” e, in effetti, la traduzione ha un collegamento più immediato con la puntata dell’originale dato che Don Draper la trascorre a chiedere e a chiedersi “What women want?” (“Cosa vogliono le donne?”). Il titolo originale è addirittura peggiore, nel senso che riesce ad essere più offensivo ed è, quindi, migliore essendo perfettamente in linea con la puntata.

La società degli anni ’60 viene spesso dipinta in modo edulcorato perché è semplice cadere nell’inganno dell’apparenza, del cambiamento e dell’abbondanza, come dice Don Draper nell’episodio: “Who could not be happy with all this?” (“Chi potrebbe non essere felice con tutto questo?”). “Ladies’ Room” rompe l’illusione e rende il radicato maschilismo che purtroppo era realtà. Il fiore all’occhiello della puntata è una scena talmente semplice da essere disarmante: per meno di un minuto, viene mostrato il punto di vista di Peggy Olson e il senso di disagio si insinua subdolamente nella mente dello spettatore. La scena è una sublimazione di ciò che scorre nell’arco dell’intero episodio che, nemmeno a dirlo, si focalizza sulle figure femminili e getta le fondamenta di personaggi che saranno colonne portanti dell’intera serie: Betty, Peggy e, in confronto con quest’ultima, Joan.

Come spesso accade, Peggy, essendo il personaggio che è la novità all’interno dell’universo di Mad Men, è la figura che permette anche agli spettatori di ambientarsi – da notare, ad esempio, il tour dell’agenzia pubblicitaria da parte del copywriter Paul Kinsey – e di scontrarsi anche con quella realtà. Joan, invece, è colei che conosce lo stato delle cose, sa come tutto funziona e, in un certo senso, ne fa parte; inevitabile il confronto tra le due, oltre alla questione gerarchica, perché Joan, dopotutto, vuole aiutare Peggy a vedere le cose come le vede lei e, di conseguenza, a sopravvivere.

Betty è uno dei personaggi più affascinanti della serie e lo ammetto a mio malgrado, dato che possiede difetti che trovo personalmente insopportabili e sono, purtroppo o per fortuna, descritti magistralmente. In “Ladies’ Room” si scoprono le insicurezze di Betty, anche se non sono ancora chiare le motivazioni, numerose e tortuose, e si scorgono degli indizi come la morte della madre, il terrore della possibilità di aver sfigurato la figlia, il comportamento infantile e i pregiudizi.

Piccolo accenno è stato fatto anche su altre due figure femminili, al momento secondarie, ma che acquisteranno più avanti importanza, che sono la moglie e la figlia di Roger, Mona e Margaret. Quest’ultima in particolare la si conosce per ora attraverso gli occhi del padre che non comprende il bisogno della figlia di un aiuto psicologico e, anzi, lo relega a un capriccio.

La psicoanalisi ha grande importanza, non solo in questa puntata, ma all’interno dell’intera serie che, denigrata, è anch’essa corrotta dal radicato maschilismo di cui si parlava prima e presenta la figura del terapista – se così si può definire – di Betty che si sente in diritto di poter raccontare delle sedute della sua paziente al marito.

3×12: The Grown-Ups (La fine di un’era)

“The Grown-Ups” inizia il 22 novembre 1963, giorno dell’assassinio del presidente Kennedy. La puntata è la prima nella quale un evento storico si impone in modo così incisivo sulla narrazione e non è un caso. Ciò avverrà anche con l’assassinio di Martin Luther King e di Bobby Kennedy e l’allunaggio dell’Apollo 11: sono eventi che sono nodi della storia dell’umanità e si ripercuotono sulle storie dei personaggi in modo diverso dai cambiamenti storici che essi vivono e a cui partecipano inconsapevolmente. Non che questi ultimi abbiano meno importanza in modo assoluto, ma è come vengono vissuti dai personaggi che è centrale.

La distinzione tra diverse narrazioni delle trasformazioni storiche e sociali è un lavoro di fino che deve misurare in modo obiettivo quanta consapevolezza concedere ai personaggi di cosa gli succede intorno. “The Grown-Ups” esplora gli effetti di risonanza dell’assassinio del presidente sui personaggi di Mad Men riuscendo a trasmettere il bisogno di elaborazione e il desiderio di pausa e, allo stesso tempo, lo scorrere naturale della vita che non si ferma, in nessun caso. Da questa contrapposizione – resa soprattutto grazie all’utilizzo della televisione -, le reazioni che scaturiscono delineano la caratterizzazione di tutti i personaggi, permettendo allo spettatore di conoscerli ancora un po’ di più.

4×07: The Suitcase (Buon compleanno)

“The Suitcase” poggia sui personaggi di Peggy e Don e li esplora sia singolarmente sia, soprattutto, nel relazionarsi tra loro. La puntata si svolge in un punto cruciale delle vite di entrambi i personaggi: per Peggy il suo ventiseiesimo compleanno la riporta alla scelta che ha affrontato nella prima stagione e tutto ciò che ha comportato e comporta, invece su Don incombe la consapevolezza che Anna sia morta. Entrambi, inoltre, cercano rifugio nel lavoro.

In questo episodio, sullo sfondo del match tra Muhammad Ali e Sonny Liston, Don e Peggy affrontano i propri traumi, riattraversando la loro relazione da quando si sono incontrati – da notare il parallelismo con la 1×01 “Smoke Gets in Your Eyes” nel modo in cui Don porge la mano a Peggy, a dimostrazione di quanta strada hanno percorso da quel momento – fino al punto in cui Peggy, ora, rappresenta per Don ciò che aveva rappresentato Anna: qualcuno che potesse vederlo per ciò che è, oltre alla figura che si è costruito, oltre all’impostore. Il processo che gradualmente avviene in “The Suitcase” non è da considerarsi una sostituzione però perché le due donne hanno visto due lati di Don, altrettanto sinceri, ma diversi.

6×13: In Care of (La cura di sé)

Il finale della sesta stagione è una delle puntate più emozionanti della serie. Il coinvolgimento emotivo è strettamente connesso al giro di vite che “In Care of” dà allo sviluppo dei personaggi: Don che affronta il suo passato, la morte della madre per Pete e la libertà emozionale che ne deriva, Joan che invita Roger nella vita del figlio e Peggy inizia a imparare ciò che vuole. Ciò comporta anche un velo di malinconia che non deriva però meramente dal fatto che “In Care of” sia un finale di stagione, ma dalla sensazione che questa puntata abbia rappresentato l’inizio della fine. Ogni scena è intrisa di questi tre elementi, emotività, caratterizzazione e malinconia e li combina in sé tanto che non sono distinguibili uno dall’altro, anzi funzionano proprio perché insieme.

7×14: Person to Person (Da persona a persona)

La settima stagione è stata trasmessa in due parti separate: la prima intitolata “The Beginning” (“L’inizio”) e la seconda “The End of an Era” (“La fine di un’era”) di cui fa parte il finale della serie, “Person to Person”. Buffo che i traduttori italiani abbiano tradotto “The Grown-Ups” nel titolo di ciò che sarebbe stato il capitolo finale dell’intera serie. Matthew Weiner e chi insieme a lui ha deciso il titolo in questione, non consideravano il 1963 come una fine ma come parte di un cambiamento. Invece, il 1970 è la fine degli anni ’60 ma, soprattutto, la fine di un’era è la fine di Mad Men.

“It’s like no one cares that I’m gone. They should love me. I mean, maybe they do, but I don’t even know what it is. You spend your whole life thinking you’re not getting it, people aren’t giving it to you. Then you realize they’re trying and you don’t even know what it is.”

[“È come se a nessuno importasse che non ci sono. Loro dovrebbero amarmi. Voglio dire, forse mi amano, ma non so nemmeno cosa sia [l’amore]. Passi tutta la vita a pensare di non essere amato, che le persone non ti stiano dando amore. Poi realizzi che ci stanno provando e tu non sai nemmeno cosa sia.”]

Per rimanere in tema di titoli, “Person to Person” gioca sul termine che veniva usato per le telefonate tramite operatore in cui veniva richiesto di parlare con una persona specifica. In effetti, il telefono possiede un grande ruolo in questa puntata insieme alle conversazione di cui è il mezzo; il titolo, infatti, è relativo anche ai contatti tra persone e dunque non c’è da stupirsi che siano centrali nella puntata.

Il finale di Mad Men è una delle puntate che ho rivisto più volte e, forse, anche rispetto a tutte le altre serie; probabilmente riesce ad avvicinarcisi solo il pilot “Smoke Gets in Your Eyes” (“Fumo negli occhi”). “Person to Person” è in qualche misura ipnotizzante perché la struttura narrativa rende difficile abbandonare i personaggi, nonostante essi non arrivino a fine puntata con la propria storia conclusa, anzi, per tutti loro ci è permesso immaginarli continuare la loro vita, così come deve andare, ed è proprio in questo che si trova il connotato catartico. Emblematica per questo concetto è, nemmeno a dirlo, l’ultima scena, quella che lascia più spazio alla speculazione: sarà stato Don a creare la famosa pubblicità della Coca-Cola, sfruttando come ha sempre fatto la propria creatività come sfogo, catarsi, terapia? Dopotutto, lo spot è della McCann Erickson.

Per quanto riguarda “Person to Person”  non c’è sensazione meglio descritta di quella che disse Pete Campbell nella 7×11 “Time & Life” (“Un test superato”): “For the first time, I feel like whatever happens is supposed to happen.”. Mad Men si è conclusa così come ha preso vita: esistono innumerevoli conclusioni possibili, ma è solo con “Person to Person” che sarebbe potuta finire.

Menzione speciale per la mia personalmente preferita citazione di una serie in cui esse si sprecano.

“I hate to break it to you but there is no “big lie”. There is no system. The universe is indifferent.”

-Don Draper

1×08: The Hobo Code (Fascino italiano)

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Ringraziamo: Citazioni film e libri | I Love Film and Telefilm | And. Yes, I love telefilms and films ∞ | Because i love films and Tv series

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