Grey’s Anatomy/Telefilm

Recensione | Grey’s Anatomy 14×10 “Personal Jesus”

Settimana scorsa Grey’s Anayomy era tornato dalla pausa con un episodio emotivamente molto pesante. Questa settimana invece..no, niente, questa settimana siamo punto e capo perchè anche questo episodio è stato bello tosto e ha affrontato un altro tema piuttosto delicato, soprattutto negli Stati Uniti. Andiamo con ordine e vediamo cosa è successo.

Ci eravamo lasciati con Paul ferito e il dubbio che potessero essere stati Alex e/o Jo a ridurlo in quelle condizioni ma ovviamente non è stato così. L’altra ipotesi era che potesse essere stata Jenny ma anche questa si è rivelata falsa. Per fortuna, aggiungerei. Come ho detto nella scorsa recensione, infatti, se fosse stato uno di loro a fargli del male, si sarebbe lanciato il messaggio che alla violenza si debba rispondere con altra violenza e questo sarebbe stato profondamente scorretto. Una scelta di questo tipo avrebbe mandato all’aria tutto il lavoro fatto con la storia di Jo, tutto il suo percorso per uscirne e riuscire ad affrontare quel mostro di suo marito. È stato il caso, o se preferite il destino, a presentargli il conto per il male che ha fatto nella sua vita, ed è stato giusto così. La morte di Paul di per sé è alquanto ridicola e per questo spiazzante. Ho fatto fatica a capirne il senso ma poi penso di averne trovato uno, o almeno io sono riuscita a spiegarmi così questa scelta. Fin dall’inizio il punto di questa storyline, oltre all’ovvia denuncia della violenza domestica, è stato quello di far capire che si deve tirar fuori il bene dal male, anche da quello più brutto e devastante. Questo processo era già iniziato nello scorso episodio con Jo che aveva deciso di non voltare le spalle a Jenny ma di trasformare tutto il male che le aveva fatto Paul nella forza necessaria ad aiutare un’altra persona che ora si trovava al suo posto, ed è continuato in questo sia con la Wilson che con Jenny. È vero che la morte di Paul ha semplificato le cose, ma Jenny era già decisa a denunciarlo, in qualche modo aveva già iniziato il suo percorso di rinascita, quindi, nei fatti, la morte del fidanzato violento non le ha tolto nulla, anzi, le ha fatto abbandonare il sentimento di vendetta che nutriva nei suoi confronti. Un sentimento assolutamente legittimo, è ovvio, ma comunque un sentimento negativo che avrebbe solo contribuito a protrarre nel tempo la sua sofferenza. La morte di Paul è stata una liberazione per lei e anche una fortuna perchè le permetterà di ricominciare senza più voltarsi indietro. Allo stesso tempo, questa per Jo è stata la degna conclusione di un percorso durato anni. La scelta di donare gli organi è stato l’atto conclusivo, il coronamento di quel riuscire a ricavare il bene dal male di cui lei stessa ha parlato. Può essere risultata una conclusione semplice e forse troppo prega di filosofia, ma io l’ho trovata assolutamente in linea con il modo in cui tutta questa storyline è stata raccontata. La vicenda di Paul non è mai stata utilizzata per mostrare l’orrore della violenza ma è stata volutamente gestita in modo da mostrare quello che c’è dopo i lividi e le violenze psicologiche, anzi, è stata usata propio per dire che c’è un dopo, che esiste la possibilità di rifarsi una vita, che si può ricominciare e che si deve trovare la forza per farlo. Questo e sempre stato il messaggio che gli autori hanno voluto far passare con questa storia e trovo che ci siano riusciti perfettamente. Ecco perchè la ridicola morte di Paul è accettabile: perchè non è importante. Perchè lui, in quanto persona, non aveva alcuna importanza. Quello che era fondamentale era mostrare la capacità di uscire dall’oblio. Una morte così stupida ci permette di prendere le distanze da essa, di dimenticarcene quasi subito, e di concentrarci sul vero senso che tutto questa vicenda doveva avere.

La vera protagonista di questo episodio, però, è April la quale si ritrova a mettere in discussioni uno dei fondamenti della sua vita: la fede. Questo passa attraverso l’intreccio di due storyilene che non hanno apparentemente nulla in comune. Da una parte abbiamo il ragazzino in piena crisi quando si rende conto che la Bibbia non è un libretto di istruzioni per la vita ed è proprio con lui che iniziano le riflessioni di April. La Kepner prova a spiegargli che le le Sacre Scritture vanno interpretate, che ci vuole il buon senso ma le domande del ragazzo la mettono in seria difficoltà. Perché se la Bibbia va interpretata, se quello che c’è scritto non va seguito alla lettera, se molte storie in essa contenute sono favole, se la Bibbia non è una guida così com’è, allora cosa deve fare un fedele? Come può assicurarsi di seguire la parola di Dio se questa parola viene presentata in modo così criptico? L’altra storyline coinvolge Matthew, l’ex fidanzato che April aveva mollato all’altare per scappare con Jackson, che è tornato al Grey’s Sloan per il parto di sua moglie,  cosa ovviamente finirà con una tragedia. Matthew spinge April ad interrogarsi sulla sua vita, sulle scelte che ha fatto e che l’hanno portata alla situazione di stallo in cui si trova ora, ma la porta anche a chiedersi dove sia Dio, quel Dio a cui lei si è sempre affidata, in tutta questa sofferenza. Se esiste un Dio, perchè permette che accada tutto questo? Perché fa morire una donna dopo aver dato alla luce sua figlia? Perché permette che un ragazzino di dodici anni muoia mentre cerca di entrare dalla finestra di casa sua? Ovviamente non ci sono risposte a queste domande perchè sono quelli che migliaia di credenti e non si pongono da anni, quindi non le possono avere di certo gli sceneggiatori di Grey’s Anatomy. Tutto questo spinge April a mettere in discussione l’incrollabile fede che l’ha sempre guidata e allo stesso tempo le fa chiedere dove sarebbe ora se avesse preso delle decisioni diverse, se avesse fatto delle scelte più giuste. Ma forse il nocciolo della questione è proprio questo: esiste una scelta giusta? Davvero tornando indietro e prendendo delle decisioni diverse, April sarebbe stata più felice di quanto non lo sia ora? Ecco, sta tutto qui il senso del percorso di April in questo episodio. E come reagisce la Kepner a questa profonda crisi interiore? Più o meno come fa qualsiasi medico di quell’ospedale quando ha una giornata pesante: va a bere al bar e finisce a letto con una persona a caso. Senza nulla togliere al povero specializzando di turno, è evidente che April volesse fare qualcosa assolutamente non da lei, voleva fare una cosa sbagliata, senza senso, stupida e totalmente irrazionale. Voleva mandare all’aria tutte le sue convinzioni e, per una sera, non essere April Kepner. Questo la porterà da qualche parte? No, almeno non nell’immediato, ma potrebbe essere la molla per farla scattare. Tutte le rinascite partono da un conflitto, che sia con se stessi o con qualcun altro. E ad Aprile serve questo per poter riprendere in mano la sua vita. Non basta che Jackson le abbia praticamente sbattuto in faccia, senza il minimo tatto, di non averle mai raccontata una cosa fondamentale per lui (si, perchè se sei di colore e vieni penalizzato per questo nella tua infanzia, è improbabile che il discorso non venga mai fuori con la persona con cui stai), non le basta aver visto, anche solo per un attimo, la vita che avrebbe avuto se avesse scelto Matthew e non le basta nemmeno vedere una famiglia piena d’amore distrutta senza nessun motivo. April ha bisogno di toccare il fondo e quello che fatto, per lei, rappresenta esattamente questo. Ora non ci resta che augurarci che da questo punto non cominci a scavare ma inizi una lenta risalita verso la superficie.

L’altro grande tema dell’episodio, quello più sociale, se vogliamo definirlo così, è quello che riguarda il ragazzino a cui la polizia ha sparato mentre tentava di entrare in quella che poi si è scoperta essere casa sua. Per noi in Italia è difficile percepire questo tipo di problematica perchè viviamo in un contesto culturale diverso da quello americano, ma lì questo tema è molto caldo. È dimostrato da diverse statistiche che quando si tratta di persone di colore, diversi poliziotti americani abbiano un po’ il grilletto facile. Purtroppo è la realtà delle cose, più o meno come quando qui da noi si parla di stupro ed è quasi automatico pensare che il responsabile sia un immigrato. Come dice Jackson, non è una questione di razzismo, o almeno non a livello conscio. Si tratta di razzismo interiorizzato, di razzismo così radicato nella società che entra a far parte del modo di pensare delle persone, anche di quelle che razziste non lo sono per davvero. Si tratta di pregiudizi così radicati che la gente, in questo caso i poliziotti, nemmeno si accorge di averli. Eppure delle persone muoiono per questo, i ragazzi, i bambini muoiono per questo. In questo senso è emblematico il discorso che Miranda e Ben fanno a Tuck perchè è quanto di più tragicamente realistico ci possa essere, soprattutto quando dicono al ragazzo che a lui non è permesso fare qualcosa che invece i suoi amici bianchi possono fare. È bruttissimo da sentire ma è la verità. Lui deve comportarsi in modo diverso, deve fare un passo indietro, deve difendersi da accuse ingiuste con meno foga rispetto agli altri solo perchè la sua pelle è scusa. Siamo nel 2018 e ancora questi discorsi hanno ragione di esistere, sembra assurdo a dirlo, ma è così. Allo stesso modo quello che Jackson dice ai poliziotti in ospedale ha poco a che vedere con la storyline in sé, e molto a che fare con questo problema che affligge la società americana, tanto più che Jesse Williams è un sostenitore del movimento Balck Lives Matter che si occupa appunto di questa situazione, cercando di dar voce a tutte quelle persone che purtroppo non vengono ascoltate. Come per la questione della violenza domestica, non penso che sia sbagliato trattare questo tema in una serie tv, soprattutto per il modo in cui è stato fatto. Nei fatti non è stata rivolta alcuna accusa alla polizia americana. I poliziotti non sono stati fatti passare come dei suprematisti bianchi che non vedono l’ora di far fuori tutte le persone di colore. È stato fatto notare che c’è un problema, che ci sono dei protocolli da rivedere e che, avendo delle pistole, non è il caso di agire d’istinto in determinate situazioni. In un certo senso questa storyline, per come è stata posta, solleva i poliziotti dalla colpa ma li esorta a responsabilizzarsi. Questa vicenda non è un attacco alla polizia americana, ma è un tentativo di trovare un dialogo con essa, di portare alla luce un problema a e di cercare di risolverlo senza alimentare la guerra fra le parti in causa. Ovviamente nella realtà è tutto più complesso, meno pacato, meno semplice da gestire, però il compito di Grey’s Anatomy è quello di aprire gli occhi agli spettatori e di educarli e ancora una volta questo è stato fatto in modo impeccabile.

Direi che anche per questa settimana è tutto. ci rileggiamo la prossima e, a giudicare dal promo, ci aspetta un episodio bello intenso con protagonista la nostra Miranda Bailey. Prima di lasciarvi vi invito a mettere mi piace a Parole Pelate, nel caso non lo aveste ancora fatto, e poi a passare dalle nostre pagine affiliate.

Promo e Ringraziamenti

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