Grey’s Anatomy/Telefilm

Recensione | Grey’s Anatomy 14×09 “1-800-799-7233”

Dopo due mesi di pausa, è tornato finalmente Grey’s Anatomy e riprende esattamente da dove si era interrotto: l’ospedale è sotto attacco da parte degli hacker, Jackosn e Maggie sono su un elicottero ricoperti di sangue e Paul Stadler, il marito violento da cui Jo è fuggita, è tornato a Seattle.

L’episodio è ovviamente per la maggior parte dedicato alla storia di Jo e lo si capisce già dal titolo che è stato volutamente cambiato in corso d’opera per mandare un messaggio ancora più forte. Quel numero, infatti, è quello della linea telefonica di aiuto per le vittime di violenza domestica negli Strati Uniti. Penso che l’episodio tratti il tema in maniera meravigliosa, con una delicatezza e allo stesso tempo con una profondità che sconvolgono. Avrebbero potuto riempirlo di flashback, mostrare gli abusi di Paul, colpirci in maniera diretta con delle scene esteticamente molto più violente, e invece hanno deciso di mostrarci l’altro aspetto della violenza, quello che va oltre i lividi. Ci hanno fatto vedere gli strascichi che questi rapporti malati lasciano sulle vittime e questo, dal mio punto di vista, è ancora più efficace. Non so se sia stata così per tutti, ma ho percepito in ogni singolo momento l’ansia e il terrore di Jo. Quel terrore che paralizza e che rende inermi ed incapaci di reagire, anche dopo anni, anche quando hai delle persone che non esitano a frapporsi fisicamente tra te e il mostro che ti ha fatto del male. Ad un tratto tutti gli anni che Jo ha passato a ricostruirsi una vita lontana da Paul, sono svaniti. È bastata la sua sola presenza a farla ripiombare nell’incubo e penso che niente, come questa reazione, potesse far capire l’inferno che lei ha passato. L’inferno che tutte le persone (si, persone, perchè non è una questione di uomo o donna. Gli abusi vengono fatti da persone su altre persone, e non solo dagli uomini sulle donne) coinvolte in queste situazioni sono costrette a sopportare. Questo stato di panico iniziale, però, svanisce quando Jo si rende conto che tutto quello che lei ha provato deve essere utile. Non può permettere che tutto finisca con una semplice firma. Quello che le è successo deve servire a qualcosa. L’orrore che ha vissuto deve essere incanalato in qualcosa di buono, il male che Paul le ha fatto, deve servire ad uno scopo più alto. Jo non può permettere che lui se ne vada indisturbato, che un’altra donna subisca quello che è toccato a lei e così tenta di parlare con Jenny, la nuova fidanzata di Paul (Ciao Haley, torna da Nathan, ti supplico). Penso che questa sia stata la parte più forte di tutta la storia, soprattutto per via di quello che dice Jo. Le sue parole bastano a farci vivere il suo tormento, a renderlo tangibile anche senza le immagini a supporto. “Si scusava e poi diceva che era colpa mia, tutto d’un fiato, ed era così…persuasivo”, questa frase, più di tutto, racchiude ciò che Paul ha fatto a Jo, ciò che questi mostri fanno alle proprie vittime. Non sono solo i lividi e le botte, no, è l’insicurezza che sono in grado di far nascere nelle persone di cui abusano, è la capacità di far credere loro che, in fondo, siano state loro a sbagliare, che la colpa sia loro, che se si fossero comportare in modo diverso, se avessero riso ad un battuta in meno, se avessero abbassato lo sguardo una volta in più, tutto questo non sarebbe successo. E tutto questo è devastante. Rendersi conto che una persona possa arrivare a pensare questo, che possa arrivare a credere di meritarsi certe violenze, è assurdo, quasi impensabile per chi non vive queste situazioni. Ma è così. È questo che succede ed questo che si cela dietro le migliaia di denuncia mancate da parte delle vittime. Certo, non ci voleva Grey’s Anatomy per farcelo capire, ma trovo che anche questo sia un modo per mostrare l’orrore che si nasconde dietro i lividi che sono solo una manifestazione estemporanea dell’oblio in cui queste persone vivono. Come spesso dico, certi show con un pubblico cos’ vasto e variegato, hanno l’obbligo di educare i propri spettatori, di sensibilizzarli su certi temi e di far arrivare loro certi messaggi, partendo dalla consapevolezza che forse la storia di un personaggio a cui si è legati da anni, può colpire in modo diverso, e paradossalmente più efficace, rispetto a quella di un estraneo. So che è brutto da dire, ma in un mondo in cui la mancanza di empatia è una costante, è necessario che chi ha il potere di catalizzare l’attenzione di così tante persone diverse per età, genere, orientamento politico, religioso o sessuale, si faccia carico di veicolare questi messaggi. Ho letto diverse lamentele ultimamente per un Grey’s Anatomy troppo “politico” o troppo attento al sociale e poco focalizzato sulle storyline; io, invece, vedo solo uno show, che nei limite del realismo che una serie tv può avere, si occupa di rappresentare il mondo in cui viviamo. E se quello che vediamo non ci piace, se risulta troppo pesante dal punto di vista emotivo, la colpa non è di Shonda Rhimes o di Krista Vernoff perchè questo è il mondo in cui realmente viviamo. Queste cose succedono. Ci sono migliaia di vittime che hanno la stessa storia di Jo, probabilmente anche peggiore, ed è inutile nascondersi dietro al fatto che uno show dovrebbe essere uno svago. Ci sono altre serie per staccare la spina dalla realtà, ed è giustissimo che ci siano, ma Grey’s non è una di queste. Non lo è mai stato e mai lo sarà. Il Grey’s degli inizi era diverso perchè la società era diversa, si occupava di quelli che erano i temi caldi in quel momento. Ora lo show si è modificato, e meno male dire. Se fosse rimasto uguale, sarebbe stato un totale fallimento per questa serie. Se, però, in questo episodio ci viene mostrato tutto l’orrore di una determinata situazione, ci viene mostrato che nei momenti più bui, le persone intorno a noi possono tenderci una mano. Nello specifico mi riferisco alla “squadra di protezione di Jo”, per altro formata quasi solo da donne, con l’ovvia eccezione di Alex. Meredith non è mai stata particolarmente legata a Jo, ma si schiera apertamente dalla sua parte. È lei la prima a smascherare Paul, a fargli sapere che qualcuno è a conoscenza delle sue nefandezze ma soprattutto non cade nemmeno per un secondo nelle sue manipolazioni. E questo non lo fa per evitare che Alex si metta nei guai, non solo almeno. Lo fa per Jo, lo fa perchè è giusto non stare zitti, perchè è necessario, da NON vittime, schierarsi al fianco di chi i soprusi li ha subiti e tutt’ora li subisce. Allo stesso modo Arizona non si fa il minimo scrupolo a mettere da parte la sua ammirazione professionale nei confronti di Paul, per aiutare Jo, che a sua volta tenta di salvare Jenny. Avrebbe potuto fare un passo indietro, non farsi coinvolgere in questa situazione potenzialmente pericolosa, ma lo ha fatto. Credo che questo messaggio di unione, contrapposto all’angoscia, alla violenza e alla manipolazione che Paul ha portato con sé, fosse estremante importante da far arrivare. Come a dire che l’unico modo per combattere questi mostri sia un fronte comune tra le vittime e chi vittima non lo è ma sposa ugualmente la causa perchè è giusto farlo, perchè ci sono battaglie che vanno al di là del mero interesse personale. Proprio per questo motivo mi auguro che il finale dell’episodio non sia quello che sembra. Mi auguro realmente che Alex e/o Jo non abbiano fatto nulla a Paul (ne sono abbastanza sicura in realtà), perchè alla fine di tutto questo sarebbe tremendamente sbagliato mostrare che alla violenza si debba rispondere con altra violenza. Senza contare che questo distruggerebbe in un istante il percorso di maturazione di Alex, lo stesso Alex che aveva l’opportunità di vendicare Jo, scontrandosi con Paul dopo averlo rintracciato, e ha volutamente scelto di non farlo.

L’altra grande questione lasciata in sospeso nel mid-season finale è stata quella dell’ospedale sotto attacco da parte degli hacker. Fortunatamente questa storia si è spogliata della sua vena un po’ retorico-polemica del tipo “ai miei tempi si stava meglio, signora mia. Qui era tutta campagna” ed è diventata una semplice crisi, come ce ne sono state tante altre al GSMH, che è stata brillantemente risolta da uno specializzando in grado di far meglio di un team dell’FBI. Ora, di per sé la cosa è poco realistica, ma è pur sempre un telefilm, per giunta americano, quindi è una storyline tollerabile, soprattutto perchè è servita ad introdurre un personaggio che porta con sé un altro grosso tema di cui è bene parlare: la transessualità. La tematica è tornata più volte negli anni con vari pazienti in Grey’s Anatomy ma non era mai stata affrontata utilizzando un medico, strutturato o specializzando che fosse. Ho trovato brillante l’introduzione del personaggio, soprattutto per quello che lui stesso dice e per come lo fa. Il Dr. Parker è un medico specializzando con notevoli capacità informatiche, è una persona e poi è anche un uomo transessuale, fiero di esserlo. Ma questa informazione non lo definisce e giustamente lui non vuole che sia la prima cosa che si venga a sapere su di lui, perchè questo non dice niente su chi lui sia. Esattamente come l’essere donne non dà alcuna informazione su Miranda, Meredith o Jo. È importante che la cosa sia stata affrontata così perchè non rende un evento qualcosa che non dovrebbe esserlo, ma lo normalizza, proprio come ai tempi fu perfettamente normale l’introduzione di Arizona in quanto dottoressa lesbica. Questo tipo di approccio permette di non creare una questione di stato intorno a qualcosa che è, o almeno dovrebbe essere , la normalità e non penso che esista un modo migliore per lanciare un messaggio di parità che aiuti a combattere la transfobia, soprattutto se rapportiamo tutto questo agli enormi passi indietro che sono stati fatti su questo tema dall’America negli ultimi tempi .

Concludiamo con qualcosa di decisamente più soft: Jackson e Maggie. Strano ma vero hanno smesso di girare intorno alla cosa e si sono parlati chiaramente. Quello che hanno detto, o meglio che Maggie ha detto, è vero: è complicato, molto complicato. Lavorano insieme, hanno praticamente solo amici in comune e i loro genitori sono sposati. Tutto vero, per carità, ma è altrettanto vero che non è questo a frenare Maggie. A lei Jackson piace molto e si vede, ed è proprio questo a bloccarla. Jackson è tutto quello che lei non è mai stata. È il suo esatto opposto e questo la spaventa. Anche il continuo sottolineare quanto abbiano avuto una vita totalmente diversa, non fa altro che rafforzare la paura di Maggie di non essere abbastanza per lui. Questa è la verità: Maggie si sente come la ragazzina sfigatella del primo anno che guarda il ragazzo più popolare della scuola, re del ballo. Razionalmente questa disparità non ha alcun senso di esistere perchè Maggie è un geniale cardiochirurgo primario del suo reparto, e lo sa anche lei, ma si sente ugualmente così. In questo la Pierce somiglia molto ad Amelia, infatti, la straordinaria sicurezza ed intraprendenza che entrambe dimostrano in sala operatoria, viene meno appena tolgono il camice. Di sicuro tutto quello che ha detto sulla loro intricata situazione è la verità, ma è la paura di rendersi ridicola e di mettere davvero in ballo i sentimenti a frenarla, soprattutto dopo quello che è successo, anzi, che non è successo con Riggs.. Dall’altro lato c’è Jackson che non sembra preoccuparsi troppo delle possibili implicazioni. Gli piace Maggie e semplicemente la invita ad uscire. Non c’è nulla di male, è la classica sicurezza che lo ha sempre contraddistinto e che è nettamente in contrasto con la personalità di Maggie. È proprio questa contrapposizione, però, a rendere interessanti il loro rapporto e una possibile storia fra di loro. Jackson sfida Maggie ad uscire dalla propria confort zone, la porta a riaprire vecchi conflitti con se stessa che forse non ha mai del tutto risolto e la spinge ad avere un confronto vero, non un rapporto in cui lei si pone al di sopra dell’altra persona senza realmente metterci se stessa. Maggie, dal canto suo, in un certo senso fa scendere Jackson con i piedi per terra e lo fa rendere conto di essere un privilegiato e che la realtà per gli altri è ben diversa da quella in cui ha vissuto e in parte tutt’ora vive lui. Forse è questo ad essere complicato per loro, in realtà, e non tutto il contesto che li circonda. A quanto pare, però, la discussione la rimandiamo alla prossima volta perchè Maggie deve uscire con uno conosciuto su Tinder 27 mesi fa di cui nemmeno lei si ricorda.

 

Per questa settimana penso di aver parlato più che a sufficienza. Vi do appuntamento al prossimo episodio ma prima di lasciarvi vi invito a mettere mi piace a Parole Pelate, nel caso non lo aveste ancora fatto, e poi a passare dalle nostre pagine affiliate.

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