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Recensapevatelo | Howards End, lirismo e drama letterario at its finest.

Ha un ritmo stranamente veloce, così come lo scorrere e l’alternarsi dei fatti della vita, siano essi piacevoli o dolorosi questo mini period-drama in 4 parti.

Howards End parte dal presupposto di essere un adattamento televisivo (non il primo) di un romanzo scritto nel  1910 da E.M. Forster, considerato uno tra i 100 migliori libri inglesi del ventesimo secolo. E’ uno dei tanti scorci di cultura britannica che la BBC offre sui suoi schermi, deliziandoci con atmosfere dal sapore retrò letterario, abituandoci ad essere come avidi lettori seduti in un caffè di primi 900, pronti a degustare tè con in mano pagine di carta stampata di fresco.

Che cosa è, però, nello specifico questa Howards End? E’ il ‘finale’ di qualcosa? In realtà è l’ultimo avamposto, simbolicamente parlando, di una serie di convenzioni sociali, che con il nuovo secolo alle porte, foriero di cambiamenti, prende le sembianze di una tenuta, la quale, pur trasversalmente, farà da sfondo alle vicende di almeno tre famiglie: i Wilcox, gli Schlegel ed i Bast.

Howards End è una finestra, un dialogo su quella società primo novecentesca tra classi meno abbienti, piccola borghesia e nuovi ricchi che si trovano ad interagire tra la campagna e una Londra stessa che è il sinonimo del cambiamento, in un clima di ferventi idee e la nascita proprio di tutte quelle ‘logie’ meglio note come le nuove scienze e pseudo tali. Si parla di cultura come veicolo di conoscenza ed anche di ascesa sociale, dove c’è anche musica e c’è la letteratura, ma non è certamente apprezzata e non trasversalmente da tutti nella stessa maniera. La cultura è quindi mezzo di distinzione di classe, e per gli Schlegel, emigrati dalla Germania, è vitalismo e sostanza quotidiana.

“Non si può infatti apprezzare Dostojevskij se non lo si capisce o non lo si vive”, ed è così che vediamo lo scolaro di Oxford, forse più dandy ed esteta che altro, ridicolizzare sia il nuovo ricco ma fermamente anti-socialista e legato ai canoni meno progressisti Mr. Wilcox (Matthew MacFadyen), e in egual maniera l’impiegato oberato con le mani di nero inchiostro che suda per il salario e per una vita decente.

Il fulcro della vicenda è infatti la famiglia Schlegel, tre giovani fratelli che senza l’aiuto dei genitori defunti, costruiscono e reggono una vita di nuova classe in ascesa, e cercano di non lasciarsi intrappolare in etichette, respirando il progresso e il prosperare di una vita che seppur non sempre semplicissima, arride agli audaci e a chi sa leggere tra le righe del progresso nelle speranze di un futuro più radioso. Il loro unico peccato originale è voler non solo ‘aspirare a’, ma essere il cambiamento,  e forse portarsi a voler giocare troppo al cambiare ciò che, di sovente, non può essere cambiato nell’immediato. Lo capiranno bene Margaret, la maggiore dei tre, ed Helen a sue spese, per il troppo trasporto ed ardore.

Howards end è l’intreccio di tutte queste dinamiche sociali che avviene come in un contatto di pedine in un gioco di dama, o come fossero palline in un unico tubo in discesa che si scontrano e si allontanano sballotate dagli eventi.

C’è l’intelligenza e la volontà di connettere, di non cambiare drasticamente o nei limiti del possibile, perché si è consci di macro cambiamenti che non possono avvenire, e quindi si guarda al piccolo dell’universo, e forse perché gli Schlegel hanno quell’anima di conoscitori, di studiosi dell’umano essere, dei tipi che si affacciano attorno a loro. I Wilcox, però sono tutto l’opposto, e tolta la loro defunta madre, lungimirante quanto taciturna e remissiva, non si dimostrano poi così propensi alle nuove aperture della nuova società.

C’è nella nuova società in tumulto anche molto della tradizione Dickensiana, non solo nella caratterizzazione dei personaggi, ma anche in un riferimento stesso che visivamente e a livello narrativo è fatto soprattutto in personaggi come i coniugi Bast. Una coppia legata da una convivenza infruttuosa e tormentata, lui con un lavoro come impiegato, poco pagato e con l’incertezza di un futuro senza molti prospetti, se non ulteriore probabile catastrofe sotto diversi aspetti. Lei, inclassificata e probabile ‘mistress’ del cui passato non vediamo altro che rimpianti o errori.

In Howards End ci viene mostrato come ogni classe sociale del resto aveva all’epoca le sue traiettorie, i propri destini che ovviamente erano provocati dalle azioni e dalle circostanze stesse che li contraddistinguevano – perché c’è chi doveva preoccuparsi di un ombrello rubato o una manica sporca, e chi poteva pagare colui che taglia la carne in un lussuoso ristorante per averne la fetta migliore. Però, nel loro cieco non accorgersi del mondo, e nel sentirlo in pugno, i più conservatori e ricchi Wilcox, fedeli ai loro canoni inattaccabili, si accorgeranno che il mondo, così come la vita, quando viene percossa, risponde a sua volta, e questa volta non si può rimanere fedeli solo alle proprie ideologie ferme e non vedere la realtà. Vedere la realtà cambia la vita ed è una presa di coscienza per alcuni debilitante, per altri fortificante.

I Wilcox affronteranno questa parabola discendente, mentre la borghesia in ascesa è conscia di come andrà a plasmare il mondo, per questo prenderà ciò che può da entrambe gli aspetti della società, sezionando ed applicando principi alla vita come fosse un’ operazione matematica.

A volte però le connessioni che tanto gli Schelgel cercano nella loro sete di analizzare il mondo non sono poi così positive, e nell’influenzare le vite altrui procurano talvolta più danni che portare positività, e dunque in Howards End c’è anche questo. Scontri di realtà amare da digerire, ma anche connessioni impreviste che portano chi non avremmo sperato ad aiutare nel suo modo, chi non voleva sottostare a certi dettami, a smussarsi per ottenere qualcos’altro, verso una felicità finale.

Inutile dire che il lirismo sottile delle vicende e le ambientazioni sono portati sullo schermo in maniera poetica, e laddove ci si aspettava un ritmo lento, ci si accorge – come abbiamo già detto – che è vitale e sincopata la vicenda come tutta la vita è, ed il fluire del tempo, di quei 50 minuti a puntata scorre senza freno e senza accorgersene, sottolineato nei contrappunti cardini dalle performances vitali e mai fuori posto degli attori protagonisti. Incredibile la sensibilità attoriale di Matthew MacFadyen che sempre riesce ad essere nel ruolo e fuori dalle convenzioni, nel suo contrito affrontare le vicende quasi mai ‘allegre’ che gli vengono proposte. Così come Hayley Atwell (Agent Carter) tornata ancor più indietro nel tempo, riesca a contestualizzarsi magnificamente e a rendere ancora più matura e multi sfaccettata Margaret Schlegel, vero ago della bilancia di un universo vorticosamente instabile.

Se anche per voi, Howards End è stata una boccata di aria fresca in questo vasto e multiforme panorama telefilmofilo in continuo mutamento, non perdete occasione di farcelo sapere qui nei commenti o sulla nostra pagina social.

 

-Notforyourears

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