Sapevatelo/Telefilm

Recensione | Alias Grace – l’altra Grace, donna, assassina e…un po’ tutte noi.

In un mondo nel quale è all’ordine del giorno parlare delle donne come vittime di violenza e come cardine e motore, spesso passivo quando non attivo, di diverse vicende, Alias Grace si insinua prepotentemente come uno spunto di riflessione su una situazione che sembra radicata fin dagli albori della società. Non è il progresso, infatti, a cambiarci per quel che apparentemente rimane sempre uguale, e seppure cambiano le albe e i tramonti, c’è quell’aspra certezza alla fine della giornata che quel sentiero intrapreso da fin troppi passi sarà sempre lì, uguale e costante.

La vicenda (no spoiler) è quella di un assassinio di una domestica e del padrone di una casa nella provincia Canadese del quale viene accusata Grace in combutta con un altro servitore. L’eco ‘mediatico’ e la curiosità morbosa della comunità rendono il caso un fenomeno, e tocca dopo diversi anni ad uno psicologo, tale dottor Jordan, ad essere invitato nel tentativo di sbrogliare questa intricata matassa, che a noi viene riportata come dialogo tra la stessa Grace e il dottore in questione, come in una vera e propria seduta di psicanalisi attraverso un cartiglio.

E’ pur sempre una fiction, creata dalla penna di Margaret Atwood (The Handmaid’s Tale), eppure, sebbene sia ambientata in un Canada di fine ottocento, tra immigrazione, povertà, guerre e nuovo progresso scientifico, ha tante eco anche del mondo moderno.

Facciamo la conoscenza della Grace Marks televisiva per quel che appare all’occhio ignaro dello spettatore: una servetta, dapprima ragazzina venuta col suo carico di sofferenza familiare dall’Irlanda, poi ingenuotta ma al contempo scaltra al servizio di una famiglia benestante, inserita nella comunità di servitori e sottomessi suoi pari. E’ qui che avviene la sua formazione, e in un ambiente a metà tra Dickens e le sorelle Bronte (leggasi la Lowood School temutissima,ndr) stringe i primi legami d’amicizia. L’amicizia però, come la fiducia, è un valore che spesso, come le Bronte insegnano, è tanto profondo quanto effimero rispetto alle intemperie della vita, e al quale il destino pare opporsi con crudeltà, perché è la vita che ci porta davanti a prove, a scelte, e spesso queste si rivelano fatali – vuoi per l’epoca, vuoi per l’essere inadatto alla vita stessa dell’essere umano.

In tutto questo però Grace, con la logica delle scarpe grosse e cervello fino (o almeno, quel che vuol far credere) riesce a barcamenarsi nella tempesta appesa prima ad un tronco e poi ad un legnetto di balsa, aggiungendovi più o meno inconsciamente (?) quel che è l’essere femmina. Quindi, oltre alla crescita naturale come donna, sviluppa anche quelle abilità quasi feline di avere sette vite, sette vite femminili, che da un punto di debolezza o breccia nella quale qualche uomo potrebbe insediarsi, fa invece sua forza e punto di difesa. Cade sempre in piedi, anche quando è in uno stato catatonico di trance, anche quando non è lei stessa.

Non riusciremmo ad inquadrare Grace Marks neppure volendo, sia che vogliamo credere che sia lei e non sia lei, tra spiriti e presagi e anime intrappolate in una stanza, sia che vogliamo credere alla sua buona fede. O ancor peggio, arrivare a pensare che sia lei l’unica vera manipolatrice finale.

Non sappiamo la verità, e non siamo in grado di farlo, ed è questa la grande forza di questa serie. Siamo forse più imbambolati del dottor Jordan che, provando ad applicare i rudimenti della prima psicanalisi, si ritrova suo modo invischiato nel suo essere, nel suo fascino e nella complicata struttura vorticante che è la vita in bilico di una serva e tutto ciò che implica in quell’epoca, in quel periodo – tra cose da non fare e non dire. E una fine un po’ amara.

L’impostore – ed essere impostori – è un filo sottile che come una recita parallela si infila tra le trame di una macro-coperta che la stessa Grace sta costruendo, e non riusciamo a venirne a capo, se non per la realtà che ci viene presentata davanti agli occhi.

La serie è un continuo tripudio di simbolismi, di citazioni letterarie (inserite ognuna all’inizio di ogni episodio) e potrei azzardare anche di easter eggs o riferimenti impliciti ad altre pellicole – su tutte quelle di Anna Paquin, la Jane Eyre bambina di Zeffirelli che come in una sorta di legge del contrappasso è qui Nancy, ed è come quegli stessi personaggi dai quali rifuggiva e al quale il suo si contrapponeva (la stessa amicizia tra Grace e Mary all’ inizio ricordano le piccole Jane e Helen Burns).

Alias Grace è una serie che lascia il segno, suo malgrado, proprio perché è di mistero intrisa e non vuole spiegare più di quanto ognuno di noi riesca a comprendere. E’ un gotico moderno ma che strizza l’occhio alle fonti letterarie canoniche. E’ per ciascuno una storia dal punto di vista diverso, e non si pretende di interpretare, ma di dare una diversa sfaccettatura a una vicenda che poi una vera e propria conclusione non ce l’ha, ed è giusto sia così.

Un plus è inoltre il cast scelto ad hoc, tra le quali spiccano non solo le performances di Sarah Gadon (Grace), ammaliante e camaleontica, e di Edward Holcroft (dottor Jordan), assai contrito e mascelluto, quanto uno Zachary Levi in grande forma per un ruolo che sembra fatto su misura per lui e al quale dona spessore e consistenza.

Se vi è piaciuto il genere, forse meno conosciuta, ma sempre dedita all’omicidio in circostanze misteriose ad opera di un angelo del focolare, vi consiglio anche ‘Dark Angel’ (no, non è quello con Jessica Alba) basata sulla serie di crimini ed assassinii commessi dalla prima serial killer Britannica. I costumi ci sono, l’intrigo è d’obbligo ed il sangue…anche. Forse ha toni perfino più oscuri, ma una volta entrati nel limbo delle murderesses, già che ci siamo…vabbé, ammazziamo. Il tempo.

 

Se volete farci sapere se a voi è piaciuto o cosa ne pensate, oh accaniti telefilmofili, non dimenticate di passare sulla nostra pagina social!

-Notforyourears

 

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