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Movienight #25

La nostalgia di epoche mai vissute, la cosiddetta “sindrome dell’epoca d’oro” – tema chiave della commedia Midnight in Paris di Woody Allen, la cui sceneggiatura è valsa un Oscar nel 2011 – in realtà, non si applica a periodi storici necessariamente lontani nel tempo, come i ruggenti Anni Venti, la Belle Époque o il Rinascimento: in questo caso, sono gli Anni Ottanta i protagonisti. La definizione “epoca d’oro” stona con il periodo di cui si sta parlando, forse perché, in confronto alle epoche sopra citate, sono passati poco meno di 40 anni contro quasi un secolo, solo in confronto alla più recente. Nonostante ciò, i cambiamenti che, senza ironia, possiamo definire epocali hanno determinato un senso di lontananza slegato dal tempo che rende facile il cedimento alla nostalgia, seppure per un periodo così vicino.

E cosa c’è di meglio per alimentare questa nostalgia se non il cinema? Non è un caso che la citazione “Just once I want my life to be like an 80’s movie” (“Solo per una volta vorrei che la mia vita fosse come un film degli Anni Ottanta”) sia pronunciata da Emma Stone in Easy Girl, uscito nel 2010. La cosiddetta “Generazione Z” dei nati tra il 1995 e il 2000 e la precedente “Generazione Y” dei nati tra il 1985 e il 1994 – quindi anch’essi troppo giovani per essere considerati immuni dalla nostalgia – guardano all’insieme della cinematografia degli Anni Ottanta riconoscendo qualcosa di perduto e talmente diverso da loro che stupisce per quanto, invece, riesca ancora ad essere attuale, o meglio, a rendere tutto ciò che lo inserisce nella sua epoca, dai vestiti alla musica e dalle relazioni alla società, qualcosa di incondizionato in cui immedesimarsi sempre e comunque. È in questo che consiste l’iconicità e, icona tra le icone, spicca John Hughes.

John Hughes, regista, sceneggiatore e produttore, con i suoi film ha, in pratica, ridefinito un genere, etichettato normalmente come “teen movie”, nonostante negli anni l’etichetta sia un po’ sbiadita per il suo uso in accezione negativa causata da snobismo (dopotutto anche Gioventù bruciata potrebbe essere etichettato come “teen movie”). In qualunque modo essi si definiscano, “teen movie”, “coming-of-age” o, per dirlo in italiano, “di formazione” il loro più grande pregio è appunto la crescita che essi rappresentano.

Da ciò si può immaginare la difficoltà della scelta di soli tre film dalla filmografia di John Hughes, eppure i tre prescelti credo possano dare una discreta panoramica di ciò che è stato scritto sopra e, soprattutto, rappresentano un ottimo trittico per una maratona a tema Anni Ottanta.

Pretty in Pink (Bella in rosa)

Regia: Howard Deutch

Sceneggiatura: John Hughes

Anno: 1986

Genere: Commedia romantica

Cast: Molly Ringwald, Jon Cryer, Andrew McCarthy

 

 

 

 

 

 

“That’s called sense of humor. You should get one, they’re nice.”

[“Si chiama senso dell’umorismo. Dovresti procurartene uno, sono carini.”]

La protagonista è Andie (Molly Ringwald) che frequenta un liceo in cui lo snobismo è la prassi e le sue condizioni economiche difficoltose, data la disoccupazione del padre e l’assenza della madre, sono un motivo di discriminazione. L’unico altro studente a cui non interessa è il suo amico di sempre soprannominato Duckie (Jon Cryer) con il quale affronta i problemi sia a scuola sia a casa, fino a che il ricco Blane (Andrew McCarthy) non s’invaghisce di lei, ma deve fare i conti con le complicazioni causate dalla differenza del loro ceto sociale.

Pretty in Pink è un film grazioso che scorre piacevolmente, grazie al palpabile stile di John Hughes, nonostante abbia scritto solo la sceneggiatura, e all’atmosfera, creata dal regista Howard Deutch, che lavorano in perfetta sintonia. È il primo film presentato perché il più adatto all’iniziazione a questo genere, su esempio di Lorelai Gilmore che lo introduce con queste parole:

“All right, girls, um, you’re about to meet someone very special to me. Her name is Molly Ringwald. Now, I know you don’t know who that is, but suffice it to say, she is my generation’s Audrey Hepburn. And I know you don’t know who that is, either, but trust me, you’re gonna love her. And yes, that is the guy from “Two and a Half Men.” All right, enjoy.”

[“Allora, ragazze, state per conoscere una persona molto speciale per me. Il suo nome è Molly Ringwald. Ora, lo so bene che non sapete chi sia, ma basti dirvi che è la Audrey Hepburn della mia generazione. E so che non sapete chi sia neppure lei, ma, credetemi, la amerete. E sì, quello è il ragazzo di “Due uomini e mezzo”. Bene, divertitevi.”]

-Lorelai Gilmore (Gilmore Girls 6.20 “Super Cool Party People”)

In effetti, sulle file di una storia che non brilla di luce propria, brillano invece i giovani attori: Molly Grinwald nella famosissima scena in cui recita “I just wanna let them know that they didn’t break me” (“Voglio solo fargli sapere che non mi hanno spezzata”) prima di camminare a testa alta in mezzo a chi aveva provato a scoraggiarla, Andrew McCarthy che interpreta la crescita di un personaggio che si vuole liberare dai pregiudizi e, infine, Jon Cryer che dà vita al singolare personaggio di Duckie, ironico ed esilarante, che riesce a non cadere nello stereotipo dell’amico innamorato e, soprattutto, ascolta i The Smiths.

“They just don’t write love songs like they used to”

Ferris Bueller’s Day Off (Una pazza giornata di vacanza)

Regia: John Hughes

Sceneggiatura: John Hughes

Anno: 1986

Genere: Commedia

Cast: Matthew Broderick, Alan Ruck, Mia Sara

 

 

 

 

 

“Not that I condone fascism, or any -ism for that matter. -Ism’s in my opinion are not good. A person should not believe in an -ism, he should believe in himself. I quote John Lennon, “I don’t believe in Beatles, I just believe in me.” Good point there.”

[“Non è che io tollero il fascismo, o ogni altro “-ismo” per quel che vale. Gli “-ismi” secondo me non vanno bene. Una persona non dovrebbe credere a nessun “-ismo”, bisogna credere in se stessi. Cito John Lennon “Io non credo nei Beatles, io credo solo in me.” Ottima argomentazione.” ]

Ferris Bueller (Matthew Broderick) si finge malato per saltare scuola, un compito in classe che ritiene inutile, per la precisione, e decide di convincere il migliore amico Cameron (Alan Ruck) ad andare con lui a Chicago insieme anche alla  fidanzata, Sloan (Mia Sara). Il tutto si basa sul costante pericolo che l’inganno sia scoperto, ma questo non preoccupa Ferris, anzi, lui il pericolo sembra ostentarlo.

Ferris Bueller’s Day Off è effervescente e comico, ma non è solo una storia divertente. Il film ha il lato comico delle peripezie e le bravate e un altro lato, rappresentato dagli effetti che esse producono nei tre protagonisti, dalla ribellione alla crescita, in particolare in Cameron. La dualità del film è la stessa di Ferris: da un lato una disobbedienza apparentemente senza scopo e una sorta di superficialità, dall’altro un’intelligenza vivace e lucida, se non addirittura cinica. Un’altra colonna portante del film è l’amicizia tra Ferris e Cameron che, perennemente indeciso, bloccato dai suoi dubbi e lievemente ipocondriaco, forma con l’amico un duo che sembra altamente improbabile. In breve, è una catarsi – anche se all’acqua di rose – per tutti coloro che da piccoli sarebbero voluti essere Ferris e, crescendo, si sono accorti di essere Cameron.

N.B. la scena di Cameron in macchina che deve decidere se lasciarsi trascinare o meno nelle bizzarre idee di Ferris.


The Breakfast Club

Regia: John Hughes

Sceneggiatura: John Hughes

Anno: 1985

Genere: Commedia drammatica, “coming-of-age”, “teen movie”

Cast:  Molly Ringwald, Paul Gleason, Emilio Estevez, Ally Sheedy, Anthony Michael Hall, Judd Nelson

 

 

 

 

 

 

“Dear Mr. Vernon, we accept the fact that we had to sacrifice a whole Saturday in detention for whatever it was we did wrong. But we think you’re crazy to make us write an essay telling you who we think we are. You see us as you want to see us – in the simplest terms, in the most convenient definitions. But what we found out is that each one of us is a brain, and an athlete, and a basket case, a princess, and a criminal. Does that answer your question?

Sincerely yours,

The Breakfast Club” 

[“Caro Mr. Vernorn, abbiamo accettato il fatto che abbiamo dovuto sacrificare l’intero Sabato in punizione per qualsiasi cosa abbiamo fatto di sbagliato. Quello che abbiamo fatto è sbagliato. Ma pensiamo che sia pazzesco fare un tema che le dica chi siamo. Lei ci vede come vuole vederci, in poche parole, nelle definizioni che più le convengono. Ma quello che abbiamo scoperto è che ognuno di noi è: un cervello e un atleta e una pazza, una principessa e un criminale.
Questo risponde alla sua domanda?

Cordialmente,

The Breakfast Club”]

Cinque studenti del liceo in un sabato mattina in punizione. Tutti hanno il proprio ruolo: Claire Standish (Molly Ringwald) è la principessa, Andrew Clark (Emilio Estevez) è l’atleta, Brian Johnson (Anthony Michael Hall) è il cervello, John Bender (Judd Nelson) è il criminale, Allyson Reynolds (Ally Sheedy) è la pazza. Costretti a restare in una stanza tutti insieme, nel corso della giornata, impareranno a conoscere se stessi e gli altri al di là degli stereotipi.

The Breakfast Club è ciò che si potrebbe definire “cult”, ma The Breakfast Club non si può considerare “cult” per un particolare pregio tecnico o innovazione: è un “cult” per l’immedesimazione innegabile che crea in ogni spettatore. È un effetto, oserei scrivere, irripetibile, ottenuto tramite un’alchimia di scarso budget e ricca colonna sonora, sceneggiatura e improvvisazione. The Breakfast Club è un “cult” perché è un film che tutti dovrebbero vedere, anche solo per la scena iniziale con la citazione di David Bowie accompagnata da Don’t You (Forget About Me) dei Simple Minds.

“We’re all pretty bizarre, some of us are just better at hiding it.”


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