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Parliamone | Dalla Favola allo Schermo: la Perdita del Realismo?

Spesso il cinema, le serie tv e persino gli anime prendono spunto da favole di tradizione orale e/o scritta, racconti folkloristici, leggende e/o miti. Li riportano fedelmente, o stravolgono punti salienti, raccolgono solo i dettagli, in ogni caso mi sono sempre chiesta quanto davvero della magia iniziale resti o si perda.

È un discorso piuttosto difficile che voglio iniziare, ma vedrò di essere il più chiara possibile. I racconti tramandati di popolo in popolo, di generazione in generazione, dalle bocche alla carta, sono tipici del loro contesto storico e sociale. Prendono spunto da usanze, costumi, azioni, paure e dicerie del posto e del periodo in cui hanno origine. Questi insegnamenti che lanciano possono essere estrapolati e poi trasmessi alle generazioni future ri-contestualizzandoli in base al periodo storico e sociale a cui si fa riferimento. Perciò i fattori incisivi della nascita e della morale di un racconto sono il luogo e periodo. Spesso però, in anni più recenti, questi messaggi sono stati sempre più forzatamente rimaneggiati per riflettere la situazione a cui si vuol fare riferimento, alterandoli eccessivamente. Depurati magari dalla crudezza e violenza dei dettagli del passato. E così da una fiaba come Cappuccetto Rosso, che voleva insegnare anche la perdita della purezza, né è nata un’altra versione che punta tutto sullo stare attenti, ascoltare i propri genitori e non cacciarsi nei guai dando confidenza agli sconosciuti, naturalmente con un happy ending. Questa è la caratteristica necessaria delle fiabe moderne, un lieto fine a tutti i costi.

Per quanto non è detto che tutte le storie debbano finire male o avere un percorso tortuoso, privandole della loro primordiale e brutale sincerità sulla vita, oggi tutti questi racconti hanno perso il vero contatto con la realtà; regalando solo sogni, speranze, senza narrare più spesso come davvero possa andare la vita.

Che le favole servano a far sognare sia grandi che piccini non lo discuto, sono la prima che guarda ancora i cartoni Disney, ma se questo ancora può e deve fare ciò, sul piccolo e grande schermo siamo oramai circondati da questo eccessivo buonismo, tant’è vero che tutte le varie trasposizioni o interpretazioni di racconti popolari si assomigliano, proseguono e finiscono tutti bene, senza mostrare magari quel pizzico di difficoltà quotidiana, anche nelle situazioni più assurde, come invece non compete al film d’animazione o anche all’anime.

Partendo perciò da questa mia premessa, che molte favole oggi perdono del realismo originale sullo schermo, volendo a tutti i costi raccontare “cose belle” e in tutte le trasposizioni poi, e la storia originale è tutta un’altra storia, analizzerò alcuni esempi famosi.

Parliamo di Cenerentola, quasi tutte le trasposizioni hanno un lieto fine che invece nelle versioni occidentali passate di Giambattista Basile (La gatta Cenerentola) e dei fratelli Grimm non c’è. Forse si accostano di più alla versione meno aspra di Perrault. Fatto sta che Cenerentola grazie alla Disney e altri adattamenti è la favola per eccellenza della povera fanciulla, mal trattata che ha il proprio riscatto e Pretty woman ne sa qualcosa, anzi Vivian (Julia Roberts) da prostituta che fa questo mestiere per un passato difficile, intraprende, in maniera inusuale, la via del vero riscatto. Forse ha lavorato un tantino di più su se stessa a differenza di Cenerentola. Contro il classico Disney del 1950 non ho nulla da dire, ha fatto sognare tante bambine e adulte; e nemmeno della versione del 2015  con Lily James e Richard Madden, dato che ricalca alla lettera il film d’animazione poco prima citato. Ma poi ci sono stati interminabili interpretazioni moderne con Hilary Duff, Selene Gomez e altre che non hanno fatto altre che raccontare la stessa identica storia in maniera semplicistica e poco contestualizzata: una ragazza vive una vita di difficoltà, incontra il ragazzo dei suoi sogni che la salva, si sposano, fine. Certamente  la versione originale di Cenerentola era più violenta: fattasi convincere dalla governante uccide la matrigna, per poi essere vittima dei soprusi dell’ennesima moglie del padre, oppure le due sorellastre si tagliano i piedi affinché possano provare la scarpetta (pare che Cenerentola avesse i piedi più piccoli del regno secondo la versione cinese); quasi queste più vicina all’interpretazione della Cenerentola un po’ più losca di OUAT. A molte versioni è mancata l’originalità nel renderla attuale o almeno realistica. Forse tra le più apprezzate da me c’è La leggenda di un amore-Cinderella (1998) con Drew Berrymore. In questo film abbiamo una Cenerentola reale, una specie di What if. La matrigna non odia la fanciulla perché invidiosa della sua bellezza o per innata cattiveria, ma perché in punto di morte il marito ha dimostrato di nutrire più affetto per la figlia naturale che per la nuova moglie. Il principe nello scoprire che la fanciulla gli ha mentito sulla propria identità, non la accoglie a braccia aperte nel suo castello, ma la umilia, e si arrabbia come ogni essere umano avrebbe fatto sentendosi preso in giro. Questa Cenerentola viene maltrattata anche fisicamente, ma con la propria forza (di volontà) si libererà dal creditore alla quale era stata venduta. Il riscatto di questa versione non è essere saltata da una vita modesta al principe (dato che si guadagna la libertà da sola), ma sposare l’uomo che ama. Un racconto molto più avvincente e veritiero della solita fanciulla che per una botta di sedere (quella gran culo di Cenerentola, cit.) molla topi, spazzolone e pattine per recarsi in abiti griffati al castello del suo miliardario.

Questo voler a tutti i costi mostrare un mondo migliore, allontanandosi dalla realtà, passate e presente, e mostrando solo storie troppo buone, irrealistiche e in cui ci si immedesima sempre meno, è il modo moderno di mostrare le favole popolari.

Ne è un esempio la Sirenetta di Andersen. Sconvolta dal vero finale, logicamente conoscevo solo la versione disneyana del 1989, dopo averlo assimilato ho iniziato a pensare che fosse davvero il più appropriato per questa storia quasi mitologica. Non per forza l’amore deve essere ricambiato, e non per forza la storia deve finire bene. Il sacrificio di questa sirena, che si rifiuta di uccidere l’uomo che ama per riottenere le gambe e non trasformarsi in schiuma del mare, verrà ripagato. Non c’è morale più semplice e bella di questa. La Disney si sa, doveva sfornare un altro capolavoro e perciò anche questa volta lo accetto, anche se… La sirena ottiene le gambe per andare sulla terra dal suo principe e lui non la riconosce, peggio della miopia di Milord che non comprende che Sailor Moon è Bunny. Il principe Eric (e per me esiste solo un Heric, quello in Rossana) nel classico Disney è talmente sciocco che non solo si fa controllare da un incantesimo, e capisce di amare Ariel negli ultimi 10 minuti e non si sa bene perché, ma non ha alcun ruolo reale. Ariel fa e disfa tutto da sola.

Tralasciando il mio reale scetticismo verso questa versione, torno all’argomento principale. Quello che non riesco ad accettare di questo racconto, di per sé già fantastico, è come venga reso ancora più irreale per mostrare a tutti costi una storia d’amore che nell’originale neppure c’è dato che il principe ha letteralmente visualizzato e non risposto alla bella sirena. Sulla scia della Disney abbiamo il film Splash-Una sirena a Manatthan del 1984 con Tom Hanks. Idea adorabile, a tratti anche originale, quando per esempio la povera sirena viene rinchiusa in laboratorio come se fosse un alieno da vivisezionare, ma in fin dei conti si perde anche con questo film la miticità della storia. Omero ci ha cantano delle sirene nella sua Odissea. Creature mitiche, misteriose, ammalianti e anche pericolose, tutti elementi che nelle trasposizioni moderne sono assenti a favore del tema di due persone che coronano il loro sogno d’amore anche se appartengono a mondi diversi.

Tra le più recenti, quella che forse è riuscita a coniugare meglio passato con presente, esotico con reale, leggenda con verità è un drama coreano del 2016: The legend of the blue sea con Lee Min ho e Jun Jin-hyun. Ispirato ad un racconto popolare coreano dell’epoca Joseon su un pescatore che catturò e poi liberò una sirena, la storia narra dell’incontro di questa sirena con un giovane truffatore nel presente. In realtà le loro vite sono legate ad un passato che col tempo ricorderanno e cercheranno in tutti modi di far si che non si ripeta. Contrariamente alle altre versioni sulle sirene questa mi ha colpito non solo per il lato thriller della trama che riguarda principalmente il protagonista maschile, ma perché la bellissima Jin-hyun dà alla sua sirena un carattere talmente ben definito da poter sembrare un personaggio reale. La sua Shim Cheong, non sa nulla di come un umano si deve comportare e lo mostra senza vergogna, spesso non ha un tetto sotto cui vivere, e fa amicizia con i barboni, adora mangiare e si sacrifica per l’uomo che ama, lasciandolo pure. L’epicità del passato ben si combina con la modernità del loro presente. La storia d’amore c’è, ed è bellissima, ma il contorno di altri personaggi e vicende la arricchisce. La sirena deve fare i conti non solo col suo segreto (unico ostacolo nelle altre versioni), ma con un uomo che non si vuole arrendere ai sentimenti, al passato/famiglia di questo che li minaccia, ecc. Con tanta ironia e tranquillità questa sirena ammette di aver seguito il primo uomo incontrato senza averci pensato (se la vera sirenetta si fosse fatta queste dovute domande…). Nonostante la bonaggina del Ryan Gosling coreano, Lee Min ho, perfetto in questo doppio ruolo (Dam-ryeong nel passato, capo villaggio e Joon-jae nel presente, giovane imbroglione), intenso e dolce, e la bellezza e l’interpretazione eterea di Jin hyun, è una serie da vedere per conoscere una vera trasposizione moderna della sirenetta con un finale tanto emozionante quanto realistico. A tratti persino l’anime del 2002 Mermaid melody-Principesse sirene riesce a mantenere, canzoni a parte, un alone di magia che solo questa creatura potrebbe dare, come per esempio la perdita della memoria di Kaito. Non può mica andare tutto liscio, sale sulla terra, ottiene le gambe e si sposa con l’uomo che ama! Certamente qui non c’è alcun sacrificio, come neppure nel film Spash o nella serie australiana H2O (dove delle adolescenti diventano sirene), ma sono abbastanza godibili seppur privati del messaggio originale, per assumere il ruolo solo di intrattenere il pubblico con messaggi di amore.

I casi in cui forse la trasposizione, così semplificata e depurata, è più gradevole, se non direi più riuscita dell’originale, sono:

Notre Dame de Paris di Victor Hugo. Abbiamo avuto un film d’animazione Disney nel 1996, un musical, svariati film a partire dal 1923; se bene o male i vari adattamenti hanno mantenuto fede alla storia originale, la Disney come spesso accade, ha seguito una strada sua, tinta  di musiche piene di speranza, amori con lieto fine e messaggi sul tema del diverso che arrivano e vengono compresi da tutti. Il romanzo invece non perdona nessuno, la maggior parte se non tutti muoiono o sono indifferenti alle vicende. Fatto sta che, in questo caso, oltre che per una questione di pubblico, il rifacimento d’animazione ha stravolto l’originale, ma dando vita a qualcosa di nuovo, arricchendolo con nuovi messaggi.

Altro caso è la storia di Pocahontas, nativa americana dei primi anni del 1600. Dal suo reale rapporto con John Smith, uno dei capi coloni, sono nate tra le più fantasiose e romantiche versioni espresse sia nel film Disney del 1995 che in un film con Colin Farrel nel 2005, The new world. La realtà invece afferma, grazie ad alcune lettere di Smith e altre fonti, dato che Pocahontas era analfabeta, che non solo quando conobbe la ragazza lei aveva poco più di 10 anni, ma che non ebbero mai alcun rapporto intimo. Probabilmente questo è il caso in cui si è ricamato sopra alcune notizie. E così la fanciulla è diventata oltre che simbolo di assimilazione e a volte della superiorità dei suoi valori rispetto quelli occidentali, eroina di una grande storia d’amore. La versione romanzata è sicuramente più bella, ma non stravolge completamente l’originale dato che Pocahontas comunque sposerà un altro Smith, ma aggiunge quell’alone di romanticismo che non aveva, mantenendo anche i messaggi originali.

In conclusione posso dire che, ormai le favole vengono utilizzate solo per alimentare i sogni delle persone, e non insegnare loro qualcosa. Vengono alterate per divertire e non aggiungere qualche altro messaggio. Spesso sono semplificate all’osso, mostrando una vita senza grosse difficoltà, raggiungibile da tutti. A volte funziona, a volte bisognerebbe rifarsi all’originale. La bella addormentata non si è di certo svegliata per il bacio del vero amore, ma perché qualcuno le ha tolto la scheggia dell’arcolaio che l’aveva indotta ad un sonno eterno. È bello immaginare che questo possa accadere, ma se non ci svegliamo con 5 sveglie perché dovrebbe farlo un bacio?!

Bisogna dare alla realtà la giusta dose di magia e viceversa. O almeno, nelle numerose trasposizioni, dare ogni tanto qualche valore in più, invece di scopiazzarsi a vicenda.

E voi, cosa ne pensate? Ormai le favole moderne, a differenza delle originali, sono tutte così distanti dalla realtà?

P.S.

Vi starete chiedendo perché è assente un approfondimento su OUAT, semplicemente dovendo seguire un suo copione, penso che abbia sfruttato al meglio e al peggio quanto la tradizione gli ha offerto. Perciò bene o male è riuscito nell’impresa da me discussa.

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3 thoughts on “Parliamone | Dalla Favola allo Schermo: la Perdita del Realismo?

  1. Alcune delle favole originali secondo me oramai sono adatte solo al contesto storico in cui sono nate: ci sono alcuni particolari davvero troppo violenti e diseducativi. Di tutte le versioni di Cenerentola, la mia preferita é proprio quella citata da te, “Danielle” é assolutamente la mia cenerentola preferita, la storia assolutamente credibile ed affatto stupida. Della sirenetta la mia versione preferita é quella originale, lei che accetta di perdere la vita per non commettere quella violenza, contro ogni egoismo, é la cosa più bella che ho visto in una favola. Pocahontas é diverso, é praticamente un avvenimento storico preso e romanzato, tuttavia rimane la mia “favola” preferita per l’attegiamento inclusivo che ha presumibilmente avuto il personaggio originale e per il messaggio positivo che traspare sia dalla versione disney sia dalla versione di Mallick. Il film di Mallick é una poesia fatta celluloide.Forse oggi le favole dovrebbero far proprio così dovrebbero prendere come spunto delle storie vere, romanzarle quanto basta, ma insegnare qualcosa che sia vicino ai piccoli e ai grandi, aggiungendo quel tocco di speranza che non guasta mai.

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    • Sono contenta che ci sia qualcun altro che la pensi come me, bisogna aggiungere alla realtà un po’ di magia, e alla magia un po’ di realismo. Logicamente i dettagli più violenti, forse ai nostri giorni non posso essere adattati, ma non è neppure corretto modificare completamente la storia originale, alterando il suo messaggio, vedi la sirenetta. Dov’è finito il sacrificio per amore?
      Certo, come dicevo, alcune volte questo atteggiamento funziona, Pocahontas ad esempio, ma appunto si tratta di rimaneggiamenti possibili, in quanto da un personaggio storico è nata una storia. E non che da una storia ne nasca una completamente differente…


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  2. Ma perché, Peter Pan? Con il classico Disney è semplicemente un ragazzino, un po’ farfallone. Le fate non sono per niente esplorate, mentre all’interno dei due romanzi di Barrie vengono meglio descritte.
    Il Peter di Barrie è quasi cattivo ed egoista. Un po’ di lui l’ho rivisto nel film del 2003, con Jeremy Sumpter. Mentre, citandoti quello di Once Upon a Time, è totalmente slegato alla storia del libro.
    Ma è un po’ lo stesso discorso della mitologia, che viene piegata a seconda del film/telefilm in cui viene usata. E mi viene spesso da contrapporre, per il loro genere, Streghe, Teen Wolf e Lost Girl, che comunque sia risalgono alla stessa mitologia e lo si nota! E almeno questo, penso io!
    Comunque complimentissimi per l’articolo!

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