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Parliamone | La serie televisiva di Death Note: il problema degli adattamenti

Bentornati, Pelati!
In vista del prossimo adattamento sul manga di successo Death Note (sì, sto parlando della versione americana), ho pensato di parlare un po’ di questa versione televisiva in undici puntate andata in onda in Giappone nel 2015.
In realtà, non è andata proprio così. In un momento di noia, quei momenti in cui giri per la rete per vedere cosa c’è ma senza vera intenzione di portare a termine nulla, ho beccato questa serie. Ho pensato di iniziarla per curiosità, sebbene… rullo di tamburi, in verità io non abbia mai finito di leggere il manga Death Note. Ero arrivata a circa metà, ma l’ho mollato, però tranquilli, so tutto quello che serve e non è importante ai fini di questo articolo.
Proprio perché sapevo di non aver letto tutti i capitoli del manga, non avrei mai detto che avrei visto tutti gli episodi e invece eccomi qui persino a parlarne!

Premessa finita, andiamo al sodo: l’adattamento televisivo non è un capolavoro, ma mi è piaciuto.
Non sto assolutamente dicendo che la serie sia migliore del manga, nemmeno io che non l’ho finito la ritengo meglio, il fatto è che sono due prodotti diversi.
Ed è questo il punto. Dove io ho apprezzato questa versione della storia nel suo essere unica, nel 90% dei casi un purista del manga ne dirà peste e corna.
Le differenze sono tante, sia nei personaggi, Light e L per primi, sia nella storia. Dove io non ho fatto una piega di fronte a un Light più comune, non un genio e meno sociopatico e a un L molto figo più intraprendente e con eccentricità diverse, qualcun altro si sarebbe strappato i capelli.
[Però, ehi, persino io sono riuscita a sconvolgermi nel vedere L ucciso da quell’essere inutile del procuratore, ma congratulazioni a Rem per essere riuscita a sopravvivere].
Io mi sono divertita a vedere le varie differenze, a vedere una trama magari più semplice, con alcuni personaggi in meno incorporati in altri, che ha comunque condotto alla (quasi) stessa conclusione com’era giusto che fosse. Arrivata alla fine, però, mi sono pure chiesta: se io fossi stata una fan, mi sarebbero saltati i nervi o meno nel vedere smantellato un manga che amo tanto?
Forse il punto sta nel come si vedono le cose: aspettarsi che un adattamento (sottolineo, “adattamento”, non “trasposizione”, che sono due cose diverse) sia uguale all’opera originale è follia. Con un adattamento si vuole solo prendere l’idea e darle una propria interpretazione (vedi Arrow, per dirne uno, che dei fumetti ha praticamente solo il nome e va bene così), che poi essa sia buona o uno sfacelo è tutto un altro paio di maniche.
Quindi perché prendersela? L’opera, che magari è pure buona e intrattiene, non merita lo stesso di essere vista e apprezzata sebbene siano state tagliate delle scene e un personaggio ha caratteristiche psicologiche diverse?
Death Note 2015 non è il primo, né sarà l’ultimo caso, così come allo stesso tempo rimane vero anche il fatto che al genere umano non piace vedere le cose che amano cambiare, rendendo le mie parole piuttosto inutili. Appena avrete finito di leggere, tornerete a non apprezzare modifica x in adattamento y.
Ho testato la teoria su me stessa vedendo la versione film di un altro manga (ero in vena di Kento) ed effettivamente sebbene seguisse la trama, con giusto qualche taglio qui e là, l’unione di due personaggi in uno che pure non c’entravano nulla l’uno con l’altro mi ha fatto arrabbiare.
E quindi? Niente, le mie sono solo considerazioni, infatti siamo destinati a lamentarci e a volere che adattamenti e trasposizioni seguano virgola per virgola l’opera originale, mentre una piccola fetta della popolazione (quella che non ha visto suddetta opera o che, caso ancora più raro, non gli importa che l’opera sia diversa. Ma esistono? Sono creature mitologiche tipo gli unicorni?) si gode lo stesso la visione.
Avete presente la famosa trasposizione americana di Death Note che arriverà su Netflix il 25 agosto? Bene, sento già le urla.

Varie ed eventuali:

– Gli effetti speciali non erano così male, le versioni computerizzate di Ryuk e Rem erano accettabili e giusto un po’ innaturali, ma considerate che io sono abituata alle robacce in CGI di Once Upon a Time, mentre più o meno qui stiamo al livello di Barry Allen fatto al computer che corre nelle scene d’azione particolari. Inoltre, è un dorama/serie televisiva, si tende a risparmiare su queste cose.

– Fun Fact: Nel manga, L era più grande di Light di otto anni, il quale era appena diciassettenne, ma per gli attori vale quasi il contrario, Kento Yamazaki (L) ne aveva circa 20 nel 2015, mentre Masataka Kubota (Light) 26.

– Sono davvero contenta che L e Light abbiano avuto un confronto prima che il nostro amato investigatore tirasse le cuoia, almeno non è morto senza avere la certezza di avere ragione come nel manga. Mi ha fatto un po’ meno piacere che L abbia tirato le fila della vicenda come un burattinaio con i suoi video fino alla fine (era un comic relief divertente, ma alla lunga è diventato troppo), però gli do atto di avermi intristito con l’ultimo, quello lasciato nell’improbabilissimo caso che Light fosse innocente.

– Ho trovato fantastica la scena finale di Light e la sua conseguente morte. Pollice in su alla recitazione di Masataka Kubota, mi ha davvero emozionato.

Prima di lasciarvi vi invito a mettere mi piace a Parole Pelate, se non lo avete fatto.

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One thought on “Parliamone | La serie televisiva di Death Note: il problema degli adattamenti

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