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Parliamone | Twin Peaks, Una Serie Eternamente Giovane

Con l’avvicinarsi di uno dei revival più attesi degli ultimi anni (annunciato già da Lynch nel 2014), ho deciso di farmi un rewatch di questo cult anni 90. I motivi per cui ho visto questa serie dopo ben 26 anni sono riconducibili a due motivazioni :

  • una nuova stagione dopo più di un quarto di secolo, e non è da tutti;
  • il fatto che nel 1991 (anno della messa in onda italiana) ero appena nata, perciò la visione mi è stata oltremodo impossibile.

Appena avviata la prima puntata, ho pensato che questa serie sia attualissima anche a distanza di decenni. Temevo che la recitazione, i costumi o la stessa sceneggiatura mi avrebbero infastidita. Immaginando il tutto chiuso in anni a me lontani. David Lynch si discosta completamente dalle serie del momento (il suo) e anzi ne imita il verso con una sigla tanto bella quanto perfetta per una romanticissima soap dai mille intrighi rosa e non. Questa serie ci mostra l’altra faccia della medaglia della fittizia cittadina montana di Twin Peaks nello Stato di Washington grazie a Laura Palmer. È un’indagine morale farcita di umorismo e surrealismo, il tutto avvolto da un’atmosfera sovrannaturale e talvolta grottesca ricordando i film horror. Non servono grandi effetti visivi, quando hai un Bob (Frank Silva) che arriva in cucina e attraversa il salotto per andare dritto verso la telecamera e mandare le nostre future notti in bianco. L’uso del campy (kitsh sofisticato) e le bizzarrie dei personaggi (la signora del ceppo) mettono subito in dubbio le loro attività, smascherando le loro facce da cittadini modello, infatti immischiati in losche trafficazioni. Lynch non fa un grande uso di effetti tecnici, vuoi gli anni (invece nella terza hanno girato tutto in digitale), vuoi le sue scelte, ma si affida quasi completamente ad un cast capace solo con la propria mimica di portarti dal sogno fino all’horror puro con una semplice risata di Bob, o il pianto isterico di Leland.

Aldilà della visione, mi hanno stupito le tematiche. Twin Peaks è un gigantesco incubo nato dal lato oscuro presente in ognuno di noi. Lynch è un precursore dei suoi tempi. Ha creato un icona per il suo genere, sconosciuto e perciò, raro e unico oggi. È un thriller sovrannaturale, non facilmente collocabile forse perché lo stesso Lynch, che ha curato per intero la terza stagione, resta più fedele alle proprie idee di cinema, che al mondo telefilmico.

Per questo (I segreti di) Twin Peaks è una serie eternamente giovane, non può invecchiare, contrariamente ai suoi interpreti. Ogni nuova generazione ne può godere come se fosse appena uscito.

A dimostrazione che questa serie sia un evergreen, basti pensare alla presenza di David Lynch e Kyle MacLachlan al festival di Cannes 2017, dove solitamente si accolgono film. La proiezione dei primi due episodi della nuova stagione è stata accolta da ben cinque minuti di applausi e una standing ovation.

“L’unico modo per spiegare questo mio ritorno – dice Lynch – è l’amore che ho per quell’universo. So che ci sono molte teorie su Internet su un follow-up previsto 25 anni fa, ma non è vero. Abbiamo gradualmente creato diciotto episodi che, dal nostro punto di vista, costituiscono un film di diciotto ore diviso in diciotto parti. Tutto qui. Non abbiamo avuto alcun problema nel ritornare ad immergerci nel mondo di Twin Peaks. Lavorare nuovamente sulla serie era per me un lungo viaggio meraviglioso e piacevole, dall’inizio alla fine”.

E non dimentichiamoci di Laura Palmer dei Bastille del 2013, definita musicalmente inquietante come la storia stessa (Can you feel it?).

Lo sceriffo Trumam una volta rivelò all’agente Cooper che tra i boschi di Twin Peaks c’era una presenza malvagia… che attira gli abitanti del posto. È questa forza che rende ammaliante la serie. Ti trascina come Audrey in pista al richiamo della musica. E ci troviamo come lei trascinati a muoverci in un ballo tutto nostro nel mondo misterioso di Twin Peaks.

Ora non ci resta che esser pronti per la terza stagione e vedere se sia all’altezza delle prime.

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