Film/Movienight/Rubriche

Movienight #22

Nell’era dello streaming, della tv on demand e delle piattaforme come Netflix, resistono ancora nelle case di ognuno di noi DVD di film da cui non ci siamo ancora separati. A differenza delle videocassette, che sono state soppiantate proprio dai DVD (in realtà, esiste chi non si è ancora separato nemmeno dalle VHS, ma questa è un’altra storia), questi ultimi regalano qualcosa di diverso dagli sconfinati cataloghi virtuali e resistono, sopravvivendo anche ai traslochi. Per quanto mi riguarda, i DVD sopravvissuti sono legati all’attrice che ne è protagonista, nata il 4 Maggio 1929: Audrey Hepburn. Icona è la parola spontaneamente associata a lei, che sia di talento, di stile, di donna, di una generazione o senza tempo. Audrey Hepburn come attrice è stata nominata cinque volte al premio Oscar come Miglior Attrice protagonista, nel 1954, nella stessa categoria,  ha vinto per il film Vacanze Romane e nel 1993 le è stato assegnato il Premio umanitario. È lei quindi che hanno in comune i tre DVD superstiti squisitamente vintage da cui non ci si può – o non ci si vuole – separare.

 

Funny Face (Cenerentola a Parigi)

Regia: Stanley Donen (Cantando sotto la pioggia)

Sceneggiatura: Leonard Gersche (Le farfalle sono libere)

Anno: 1957

Genere: Musical

Cast: Audrey Hepburn, Fred Astaire (L’inferno di cristallo), Kay Thompson, Michael Auclair (Il giorno dello sciacallo), Robert Flemyng (Viaggio in Inghilterra)

 

 

 

 

 

 

 

“She put herself in your place. All you have to do is to put yourself in her place. You’ll meet each other in somebody’s place.”

 

Trama: Audrey Hepburn è Jo Stockton, commessa di una libreria, nella quale piombano Maggie Prescott (Kay Thompson), redattrice della rivista di moda “Quality”, e Dick Avery (Fred Astaire), fotografo di moda della suddetta rivista, alla ricerca di un set “da intellettuali”: cosa potrebbe essere meglio di una libreria? Tuttavia, Dick troverà effettivamente qualcosa di meglio: Jo, una ragazza con carattere, spirito e intelligenza oltre alla bellezza. Convinta dal fotografo a dare una possibilità alla moda, esclusivamente come mezzo per ottenere un fine – cioè andare a Parigi -, Jo verrà catapultata in un mondo a lei estraneo e in cui dovrà imparare a destreggiarsi.

 

Funny Face fu nominato per quattro Oscar, tra cui – non a caso – Miglior Fotografia (Ray June) e Miglior Scenografia (Hal Pereira, George W. Davis, Sam Comer e Ray Moyer). Curato nell’immagine al limite della perfezione, il film ha lo stile essenziale e patinato degli anni ’50. Sulle note delle musiche di Ira e George Gershwin, i numeri musicali seguono lo stesso stile, riuscendo a coinvolgere anche i profani – come me – che, pur non potendo considerare il lato tecnico-artistico, riescono a godersi la bellezza delle canzoni e a cedere al fascino dei passi di danza. L’immagine e l’apparenza sono protagoniste di questo musical a sfondo romantico che racconta una storia fiabesca – forse era questo che avevano in mente i traduttori mentre inventavano il titolo di Cenerentola a Parigi per la versione italiana – che non si prende troppo sul serio.

 

“I love your funny face
Your sunny, funny face.
For you’re a cutie
With more than beautie.
You’ve got a lot of
per-son-a-li-ty for me.”

 

 

 

Breakfast at Tiffany’s (Colazione da Tiffany)

Regia: Blake Edwards (La pantera rosa)

Sceneggiatura: George Axelrod (Quando la moglie è in vacanza) basata sul libro di Truman Capote (A sangue freddo)

Anno: 1961

Genere: Commedia romantica

Cast: Audrey Hepburn, George Peppard (A casa dopo l’uragano), Patricia Neal (Hud), Buddy Esben (Barnaby Jones), Martin Balsam (L’incredibile Murray), Mickey Rooney (National Velvet – Gran Premio)

 

 

 

 

 

 

“I don’t want to own anything until I find a place where me and things go together.

I’m not sure where that is but I know what it is like.

It’s like Tiffany’s.”

 

Trama: Audrey Hepburn è Holly Golightly, personaggio nato dalla penna di Truman Capote. Holly vive a New York insieme a un gatto senza nome in un condominio nell’Upper East Side nel quale si è appena trasferito Paul Varjak (George Peppard), scrittore di un unico libro di racconti: “Nove vite”. Holly e Paul s’incontrano, si conoscono – sfatando il pregiudizio che a New York nessuno conosca i propri vicini – e si trovano, non solo per le scale: i due si ritrovano uno nella vita dell’altro che, per questa affinità, rifiutano e comprendono allo stesso tempo.

Breakfast at Tiffany’s ha vinto sia l’Oscar per la Miglior Colonna Sonora sia per la Miglior Canzone Originale, la famosissima Moon River. La canzone è debitrice di Audrey Hepburn: Moon River è stata scritta appositamente per la sua voce, nonostante la versione cantata dall’attrice non faccia effettivamente parte della colonna sonora, perché sostituita da una versione corale. La versione originale sarà pubblicata solo dopo la morte di Audrey Hepburn nel 1993. Inoltre è stato gran parte merito dell’attrice convincere la Paramount Pictures a non escludere Moon River dalla pellicola com’era loro intenzione. D’altronde, la canzone era ispirata a lei e, secondo Henry Mancini – compositore di Moon River -, nessuno avrebbe potuto comprendere meglio di Audrey la canzone nel suo complesso. Lo stesso personaggio di Holly Golightly è, indubbiamente, debitore dell’attrice: Audrey ha donato a Holly l’immortalità dell’icona. Un’icona che veleggia su un baratro di vite rivelate da allusioni e accompagnata da un fascino e da un’effervescenza invadenti che, purtroppo, rischiano di nascondere la malinconia e la delicata tristezza della canzone Moon River come della storia di Breakfast at Tiffany’s.

“You call yourself a free spirit, a wild thing. And you’re terrified somebody’s going to stick you in a cage.

Well, baby, you’re already in that cage. You built it yourself.

[…]

It’s wherever you go. Because no matter where you run, you just end up running into yourself.


 

My Fair Lady

Regia: George Cukor (Scandalo a Philadelphia)

Sceneggiatura: Alan Jay Lerner (Un americano a Parigi) basato sul libro dello stesso Lerner e sul musical teatrale di Bernard Shaw (Pigmalione)

Anno: 1964

Genere: Musical

Cast: Audrey Hepburn, Rex Harrison (Cleopatra), Stanley Holloway (L’incredibile avventura di Mr. Holland), Wilfrid Hyde-White (Il terzo uomo), Gladys Cooper (Bernadette), Jeremy Brett (Le avventure di Sherlock Holmes), Theodore Bikel (La parete di fango).

 

 

 

 

“The rain in Spain stays mainly in the plain!”

 

Trama: Audrey Hepburn è Eliza Doolittle, una ragazza povera che vende fiori per strada, la quale diventa oggetto di una scommessa tra un professore di fonetica Henry Higgins (Rex Harrison) e il colonnello Hugh Pickering (Wilfrid Hyde-White). La scommessa consiste nel trasformare Eliza da povera fioraia a una Lady da poter presentare anche a Buckingham Palace – e non è un’iperbole – in soli sei mesi.

 

My Fair Lady ha vinto ben otto Oscar: Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Fotografia, Miglior Scenografia, Migliori Costumi, Miglior Sonoro, Miglior Colonna Sonora e Miglior Attore protagonista. Innegabile è quindi il pregio del film, un cosiddetto “must-see”.

Se Funny Face è una storia di apparenza e d’immagine, My Fair Lady è una storia di parole. Parole sulle classi sociali, sulla borghesia e sulla morale per cui è doverosa una menzione speciale per il personaggio di Alfred Doolittle, il padre di Eliza: “un genio filosofico allo stato puro […] uno dei più originali moralisti inglesi” – per chi conosce il personaggio di Frank Gallagher in Shameless, Alfred Doolittle ne è l’archetipo -. Parole sui pregiudizi, parole sui sessi, parole sui soldi, parole sull’apparenza, parole sulla lingua, parole sulla fonetica – ovviamente -, parole sulle parole. Non tanto le parole in se stesse, ma perché portatrici di pensieri, emozioni e immaginazione. Le parole sono e saranno sempre una conquista e, nel caso esistessero ancora dubbi sull’attualità del tema, o meglio, sulla sua perpetua attualità, basti pensare al vincitore dell’Oscar come Miglior Film nel 2011: Il discorso del Re.

“But think what you’re trying to accomplish. Think what you’re dealing with. The majesty and grandeur of the English language is the greatest possession we have. The noblest thoughts that ever flowed through the hearts of men are contained in its extraordinary, imaginative, and musical mixtures of sounds. And that’s what you’ve set yourself out to conquer, Eliza. And conquer it you will.”

 


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3 thoughts on “Movienight #22

  1. Credo di essere una delle poche poche cui Colazione da Tiffany non è piaciuto. Forse l’ho visto con un’aspettativa troppo alta. Invece da piccola adoravo My Fair Lady ed ho trovato carinissimo Cenerentola a Parigi.
    Un altro cult di Audrey Hepburn è Vacanze romane 😉
    Un suo film che ho trovato carino e divertente, ma anche un po’ strambo, era sempre ambientato a Parigi e parlava di uno scrittore che dettava un libro od un copione alla sua segretaria e nel mentre le scene prendevano vita. Ma non ricordo il titolo.
    Mchan

    Mi piace

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