Prison Break/Telefilm

Recensione | Prison Break 5×04 “The Prisoner’s Dilemma”

Qualche giorno fa avevo appena finito di concordare col leggero calo d’ascolti dell’episodio precedente, e ora la quarta puntata ha mandato i miei feels completamente in visibilio, tanto che sto progettando una fuga dalla mia stanza perché non riesco star ferma.

Non che la quinta stagione di Prison sia “brutta“, ma siamo onesti, se basiamo un’intera serie sulla fuga dalla prigione, non ci potremmo aspettare altro, se non nuove trovate per affrontarla. E così è stato per questo ritorno, anzi, c’è stato addirittura un cambio di location, ma nello scorso episodio troppa carne era stata messa sul fuoco e poi tutta si era bruciata, per citarmi. Tanto, troppo era stato detto, ma niente era stato fatto e a lungo queste mancate fughe stancano. Il quarto episodio è stata la dimostrazione che Prison Break non ha perso smalto.

Michael, Whip, il coreano e Abu Ramal sono nelle celle di isolamento. Kaniel però ha un piano di emergenza che purtroppo dovrà attuare proprio Ramal. Nel frattempo gli uomini dell’Isil hanno invaso completamente la città e stanno per arrivare anche alla prigione. I prigionieri si ribellano, le guardie sono in fuga e Lincoln corre in aiuto del fratello. La fuga riesce e Abu Ramal muore per mano di Whip.

Conclusione:

Non ho mai creduto che Poseidone fosse Kellerman, e spero per Sara e T-Bag che non lo avessero davvero pensato, se no dubito della loro intelligenza. Certo, non è che Kellerman prima di tirare le cuoia ci abbia detto molto. Sappiamo cosa rappresenta Poseidone, in che pericolo forse ci stiamo tutti cacciando, ma un nome non è stato fatto. È stata inaspettata la sua morte, però credo che il suo personaggio abbia dato già tanto in passato e dopo la redenzione, ri-coinvolgerlo nelle “marachelle” di Michael e farlo ri-passare al lato oscuro della forza, avrebbe fatto perdere al suo personaggio credibilità. Almeno è morto con onore, insinuando il dubbio in orecchio mangiucchiato (preferisco chiamare così i due agenti del mistero).

Chi è Poseidone? Con questo termine si indicava un agente in incognito e intoccabile, ora dovrebbe essere un ex-agente della CIA che ha disertato e usa i nemici dei suoi nemici per le proprie cause.

Nonostante il finale a sorpresa con Jacob nelle vesti del “cattivone“, sono titubante che sia lui Poseidone. Non sono i miei sentimenti per lui a contrastare questa idea, anzi tutti quei bei discorsi sulla vera natura di Michael a Sara ora assumono una forma nuova, ma sarebbe difficile ricollegare quella scena iniziale in cui una donna-agente di nome Grace (fate caso che sappiamo il suo nome e non quello dell’agente uomo) richiama un suo collega (?) perché biondo platino e orecchio mangiucchiato sono arrivati. Che sia un intermediario di Jacob? Un po’ male ci sono rimasta, speravo che Jacob fosse davvero estraneo a tutto, certo poi per riavere un ricongiungimento tra Sara e Micheal bisognava farlo fuori, ma in Prison si trova sempre un modo per uccidere qualcuno. Perciò al momento sono così…

Continuo a pensare che la storyline di Lincoln conti poco, ora finalmente si è ricongiunto al fratello, ma siamo onesti vagava solamente per Sana’a senza Sheba. Questa volta la sua spalla è stata il padre della donna, ma quanto sono state imbarazzanti le loro scene? Questo signore sbuca dal nulla e gli offre il proprio aiuto, o meglio la possibilità di liberare il fratello con uno schiocco di dita…presentarsi quattro episodi fa no, eh? Naturalmente tutto è sfumato e io mi sono fatta una risata perché mi sono parsi più che due speranzosi e/o disperati, due idioti, ma vabbè, mi accontento degli occhi a cuore che Sheba fa a Lincoln e della sua versione alla Vin Diesel sul finale. A cosa servono le parole quando puoi mettere in mano ad un attore un mitra? Anche perché tutto il resto è facilmente dimenticabile, come l’inseguimento a Mustapha e il bambino che ha problemi ad imparare i nomi degli americani.

Questa è stata la vera fuga. Ho passato ogni attimo a pregare, imprecare, supplicare e urlare:”Oh, No!“. Naturalmente Michael è il re del mai una gioia, dove poteva nascondersi il kit di salvataggio? Nella cella di Abu Ramal, ovvio. Perciò questo primo segno mi ha fatto accettare con tranquillità e un risolino isterico il messaggio finale dopo la morte del leader dei ribelli: l’Isil ha dichiarato guerra a tutti gli uccisori del loro capo. Questa fuga è diventata una questione di stato, o lo era già? Ritengo tutta la scena della fuga dalla prigione adrenalinica, arricchita sempre dagli ingegnosi piani alla McGiver di Michael (il cucchiaio con lo spago is for men), e dai suoi momenti di sconforto dove finalmente lo vediamo più uomo che Dio della fuga (come quando lascia un ultimo messaggio al figlio tramite Whip-Asso). Naturalmente questo nuovo gruppo non mi fa rimpiangere il vecchio, adoro il canadese Whip e le sue affermazioni sulle continue domande da fare a Michael che aumentano (riflesso del pensiero del pubblico), e non parliamo del cocainomane coreano e del piccolo e leale Sid che mi fa pensare ad Aladdin.

L’abbraccio finale tra i due fratelli Scofield mi ha stretto il cuore come lo ha stretto a Michael che ormai sempre più infrange la sua barriera che lo porta a restare lucido e insensibile, abbandonandosi così alla valanga dei propri sentimenti trattenuti.

Le continue analogie con Ulisse ormai sono sempre più evidenti, avete fatto caso che Michael parla di una certa Ithaca, New York? Speriamo solo che Sara non stia ad attendere il ritorno del marito come Penelope, ma che sia più d’azione.

Nota di merito, purtroppo (a causa della mia antipatia), va a T-Bag che per la prima volta in vita sua chiama il 911 e ci strappa un sorriso in una puntata piena di ANSIE.

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