The Walking Dead

Recensione | The Walking Dead 7×12 “Say Yes”

Per questa settimana, torno a sostituire la nostra amata e pelatissima pierapi, che ormai ambisce alla toga come Rosita ambisce allo scalpo di Negan.

Sì, tagliamo la testa al toro: Rosita sta diventando un problema veramente insormontabile di questa serie.

A parte gli effetti speciali degni di un b-movie sugli zombie, ecco.

E a parte la struttura narrativa che si ripete ormai da svariati anni.

Ok, diciamo che questo telefilm ha non pochi problemi, dal mio punto di vista. Siamo dovuti arrivare alla settima stagione (e a Negan) per goderci di un po’ di sana lotta per la sopravvivenza che esuli, per un attimo, dalla prevaricazione umana. Sin dall’inizio del fenomeno, trovo che la serie abbia il grande limite di non aver mai mostrato “come si può” concretamente sopravvivere ad un’apocalisse. Non volevo un Sopravvivenza for Dummies su pellicola, ma sono sette anni che mi chiedo di che si nutrono ‘sti poveri disgraziati.

Tutto ciò che abbiamo sempre visto, e che continuiamo a vedere, è la lotta contro l’ultimo cattivo che cerca di imporsi sugli altri. E per carità, Negan è il primo vero cattivo che questo telefilm ha offerto in sette stagioni: Jeffrey Dean Morgan è supremo in ogni scena. Ma la storia, bene o male, è sempre la stessa. Anzi, mi chiedo quale altro cattivo più cattivo potrà mai superare Negan: con questa stagione hanno rischiato, si sono posti un limite insuperabile di malvagità che metterà profondamente in crisi la storia, una volta che Negan sia sconfitto.

Negan verrà sconfitto e non perché gli autori abbiano in mente un reale messaggio di speranza. Probabilmente JDM non potrà essere pagato per troppi anni, ma la ragione è soprattutto un’altra. La cosa più ragionevole sarebbe che Negan vincesse: questo sarebbe realistico. Tragico, ma realistico. Tant’è. Ma per vincere, l’unico scenario che mi sembra plausibile è la capitolazione dell’intero gruppo originario o, per lo meno, di Rick, Daryl e Michonne. E sapete perché, secondo me, questa cosa non accadrà mai? Perché i buoni vincono, i cattivi perdono e l’Inghilterra domina?

Ma no.

Ve lo spiegherò con un’immagine che secondo me rappresenta ciò che fanno Nicotero e compagnia dalla mattina alla sera, quando non scrivono.

Tornando alla puntata, mi è piaciuta moltissimo la sequenza precedente alla sigla. Un bel montaggio, ricco e dinamico, ci ha fatto immergere nella disperata ricerca di provviste di Rick e Michonne, i quali non mancano di auto-ricompensarsi come si deve. Mi dispiace constatare spesso l’incostanza stilistica di questo telefilm. Non è l’unica serie tv che si affida di volta in volta ad un regista diverso, però un minestrone di stili così disparati fra loro l’ho visto raramente. È un peccato, in quanto il genere si presterebbe anche ad una certa sperimentazione (e siamo sulla AMC, che permette ai suoi autori di fare pressoché il cavolo che gli pare), eppure mi trovo a dover definire questi passaggi come rare perle.

Michonne è uno dei miei personaggi preferiti, l’ho amata dal momento in cui ha messo piede nello show e tutt’ora è uno dei pochi motivi che mi danno ragione di continuare a seguire la serie. E veramente soffro nel vedere che siamo dovuti arrivare a metà della serie successiva per approfondire un attimo il rapporto che ha con Rick. Io non mi sarei mai aspettata che finissero così; il loro rapporto è bello e dà speranza, non meritava di essere accantonato fin’ora!

Tuttavia, i vari dialoghi che si susseguono nel corso della puntata mi hanno preso più di quanto non abbiano fatto tanti altri scambi in questa serie. Il discorso è sempre lo stesso da anni, ma sentire Rick dire I can loose you e vedere Michonne che crolla immediatamente a piangere, è una cosa non da poco. Questa è l’umanità che abbiamo bisogno di vedere in TWD, non Rosita che ha le palle girate da quando è entrata nel cast.

Ma soprattutto, Rick che finalmente sa cosa vuole da questa nuova vita post-apocalittica. Una vita tranquilla, con Michonne e la sua famiglia. Siamo di fronte ad un’evoluzione non da poco, ma Rick è forse l’unico personaggio a cui gli sceneggiatori hanno dedicato un arco di sviluppo degno di questo nome (Daryl è stato buttato nel dimenticatoio anni fa, di Morgan non se ne parla più e non fatemi iniziare con Carol).

Però mi stupisce che, quando si discute su chi è più adatto a governare, a nessuno sfiori la testa di pensare ad un sistema collettivo (democratico, oligarchico o che so io). Si punta sempre e solo alla persona singola. E qui lo spirito del telefilm si contraddice e crolla. Sono anni che ci mostra come il potere in mano ad uno solo possa solo degenerare in follia omicida (penso a Negan come al Governatore) e che i sistemi più efficaci sono quelli comunitari (penso al Regno come ad Alexandria pre-Rick). Eppure, quando si parla del gruppo originario, dei nostri amati protagonisti, nasce l’eccezione. Per loro il discorso dell’autoritarismo che degenera non vale. Come se non avessimo mai visto Rick farsi sfuggire il potere di mano.

E poi niente, il cervo che Rick voleva uccidere rischiando di far morire entrambi era fatto in due dimensioni con una texture a bassa risoluzione, quindi c’è poco altro da aggiungere.

Ah sì, Rosita e Sasha faranno scoppiare il solito delirio da spara-spara, fuggi-fuggi, muori-muori, perché chi agisce da solo in questo telefilm serve solo a far degenerare la situazione prima del dovuto (a meno che tu non sia Carl, che avrebbe potuto uccidere Negan dieci puntate fa ma ehi, chi fa caso a queste piccolezze?).

Vi lascio al trailer di Bury Me Here, un titolo che non fa promettere nulla di buono.

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