Musica

Recensione | Oasis – Supersonic…non chiamatelo (solo) documentario.

Oasis’s greatest strength was me and Liam. It’s also what drove the band into the ground in the end.
– Noel Gallagher

Come puoi spiegare a chi non li ha visti o vissuti (almeno in parte) gli Oasis?

Qualcuno potrebbe dire ‘cacchio ne sai te, nel 95 avevi 10-11 anni’. Verissimo, e ti dirò, è proprio quello il periodo delle prime cassette e dei primi CD nella vita di un pischello medio di quegli anni. E’ quello il periodo nel quale, tra la dance che impera in radio  e che ti riempie le orecchie, ti formi e cresci, con l’eredità anni 80 di tette a punta e spalline enormi che ancora pesa, più il brit-pop made in the UK che inizia ad arrivare.

Però, c’è anche il grunge dei Nirvana che pervade tutto, arriva in radio, e poi qualche anno dopo arriva fino in Italia il suono di quei ragazzi di Manchester, che volente o nolente, prosegue anche negli anni successivi a rimbombare prepotente e strafottente nelle casse.

Alti e bassi, scazzi tra fratelli documentati dai tabloids e dai giornali di musica, nemmeno fossero quelle che oggi sono storie di tronisti che catturano l’attenzione, ma è così. Ti ricordi le MTV news in cui si parlava dei loro screzi a base di alcool, del loro comportamento accostato sovente a quello che oltre manica è identificato come ‘da Hooligans’ (ma ci sarebbe taaanto da dire a riguardo), e ricordi perfino la prima cover band di amici che cercavano di imitarne le pose e la voce.

Supersonic, è una testimonianza di tutto questo. Di quella ‘rise and fall’ di un fenomeno britannico di nome Oasis, i quali, dopo i Beatles, sono stati qualcosa di “fucking biblical” fottutamente biblico. Eh già, perché c’è la lotta tra Caino e Abele alla base, l’uno con un’attitudine diversa rispetto all’altro, ma con un talento e una voglia di sfondare che poi li accomuna. C’è l’infanzia di difficoltà, di fuga dall’inferno per rinascere guidato dal coraggio di una madre contro un padre manesco, attraverso un altro inferno dorato, di notorietà e sostanze e voglia di spaccare il mondo.

Il tocco produttore Asif Kapadia si vede, così come fu in Amy per la Winehouse, proprio perché al di la della storia musicale, di quei testi ripetuti a memoria che accompagnano le immagini, è tutto molto più di un behind the scenes. E’ la vita raccontata da chi l’ha vissuta, e che a distanza di anni ripercorre tappe, errori, genesi di capolavori e sconfitte. Quelle sfide vinte e quelle perse, e fa stranissimo vedere e sentire anche quell’amarezza nel fondo di voce dei due fratelli Gallagher a commentare video di live ed amatoriali – da Liam spesso artefice di buona parte degli screzi, a Noel nella sua autoanalisi e ammissione di colpa per quanto è stato anche lui vittima di colpi di testa volontari e che ha voluto assecondare.

E poi c’era la droga. Per certi versi, alcuni video amatoriali potrebbero sembrare estratti scartati da un Trainspotting in salsa ancor più provinciale, ma era un problema serio quello, di una generazione e di un epoca di post-benessere illusorio. Avrebbe potuto rovinare tutto, la droga, ma ha contribuito anche, accostandoli alla genesi di poeti maledetti tra fumi e assenzio, a creare quel ‘mito’ e comune luogo di sex drugs and rock n roll. Del resto sono proprio le amarezze della vita a portarti a certi livelli di ispirazione difficilmente raggiungibili. Dalla follia in Giappone al primo vero impatto (quasi disastroso) con gli Stati Uniti.

Questo è quindi Supersonic, che non è una mera autocelebrazione – perché questo ti aspetteresti, ma nelle parole di Liam stesso, e di Noel nel dire che sono stati la più grande band rock degli ultimi vent’anni, sfido qualcuno a dire il contrario.

I dati parlano, parlava l’esplosione e la storia al momento, i titoli di giornale e l’esposizione mediatica in tempi in cui i social neppure esistevano – dove non c’era internet loro arrivavano lo stesso. Gli Oasis spaccavano qualsiasi muro, perfino quando a pochi anni dalla fine della guerra in Jugoslavia decisero di girare il video di D’You know what I mean proprio in quei luoghi, a Sarajevo, la città più devastata di tutte.

E non è un caso se oggi, anche tu che sei nato dopo il 1990 in maniera abbondante, sai a memoria le loro canzoni, e su quelle hai imparato i primi rudimenti di lingua Inglese.

You’re mad fer it..and you know it.

 -Notforyourears

 

p.s. Voglio farvi notare come, nonostante a livello strumentale la versione ’96 sia superiore, il video di D’You know what I mean in versione rimasterizzata sembri girato l’altro ieri. Non passa la moda, non è datato, manca solo di vedere qualche smartphone in mano ai ragazzi e potrebbe essere benissimo un video girato quattro giorni fa e postato su facebook. Certe cose, no, non passano mai…

Ringraziamo : Fraciconia – The Anglophiles’ Lair

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