Film

Recensione | Inferno è un brutto film

Non mi sono mai piaciuti i classici commenti sui film tratti da libri. Sapete di che parlo, quando si attaccano i troppi tagli di trama, il non restituire le stesse atmosfere, il cambiare drasticamente l’aspetto dei personaggi. Credo che cinema e letteratura siano due linguaggi molto diversi ed impossibili da confrontare. Leggendo un libro entrano in gioco la fantasia e l’immaginazione, la costruzione di aspettative nei giorni, l’attesa di continuare una storia per raggiungerne il prima possibile il finale. Tutto ciò non potrà mai essere presentato in un film, perché semplicemente non fa parte del linguaggio della pellicola. Inoltre, parlando di un aspetto più pratico, non tutti quelli che vanno al cinema possono aver letto prima i testi dai quali sono tratti i film e non per questo devono essere penalizzati o annoiati da questi commenti.

Quindi sono sempre stato un fermo sostenitore dell’inutilità di paragonare un film al libro dal quale è tratto. Inferno ha portato questa mia convinzione al limite del crollo. Perché un conto è escludere il personaggio di Pix o inventarsi una cotta di Neville per Luna nei film di Harry Potter, un’altro è cambiare drasticamente l’immagine di un antagonista e – cosa che reputo gravissima – modificarne il finale voluto dallo scrittore. Per gli amanti dei libri sarebbe un’offesa vera e propria, avendo letto o meno l’opera di Dan Brown.

Ma anche volendo essere fedele al mio credo, facendo finta di non aver letto Inferno, il film fa acqua da molti punti di vista, dalla regia (!) alla storia ritoccata.

Vi prometto che non parlerò del libro, ma permettetemi una piccola premessa: Inferno è un libro di più di 500 pagine, molte di queste ambientate a Firenze. Le pagine sono colme di una miriade di dettagli sulla città toscana, sulla sua storia, arte e architettura, scritte da chi prova davvero una grande passione per questa città. Chiunque abbia un po’ di buon senso avrebbe capito subito che riportare sullo schermo queste caratteristiche sarebbe stata un’impresa ardua, contando anche i complessi intrecci nella trama. Si pensava che Ron Howard potesse riuscirci abilmente. Probabilmente si sono sbagliati.

La sinossi è abbastanza semplice, il modo in cui viene raccontata la storia è invece molto confusionario. Robert Langdon si risveglia in un ospedale di Firenze, malconcio, con una ferita d’arma da fuoco alla testa, in preda a visioni infernali e con una forte amnesia degli eventi degli ultimi giorni. Insieme alla dottoressa Sienna Brooks, si trovano subito costretti a fuggire dalla polizia e da forze armate non governative. Il motivo non è noto, ma ha a che fare con l’antagonista, Bertrand Zobrist, miliardario svizzero, che ha dedicato denaro e tempo alla messa a punto di un virus che sterminerebbe metà della popolazione mondiale, allo scopo di eliminare il sovrappopolamento terrestre e permettere un futuro ai sopravvissuti. Zobrist avrebbe lasciato una sorta di mappa del tesoro per trovare il virus e far si che venga rilasciato nell’ambiente e il primo indizio è proprio nelle mani del professore Langdon: un puntatore laser che proietta l’immagine dell’Inferno di Botticelli, modificata per renderla un enigma da risolvere.

La trama sembra avvincente, soprattutto perché l’amnesia di Langdon permetterebbe di scoprire insieme al personaggio gli avvenimenti passati e il motivo per il quale è ricercato da una miriade di forze armate. Ma qualcosa è andato storto.

Il film non regge le aspettative che si sono create dagli altri due capitoli della saga – Il Codice Da Vinci e Angeli e Demoni -, molto più dinamici e curati, e l’anello più debole secondo me è lo storytelling. Per rendere coinvolgente e più agibile la trama si potevano fare due scelte: non chiarire affatto chi fossero gli inseguitori di Langdon, immedesimando pienamente lo spettatore nei panni del professore, oppure fare l’esatto opposto, spiegare chiaramente le intenzioni degli uomini armati che setacciano tutta Firenze, così da avere una visione d’insieme completa. Ron Howard non ha deciso, è rimasto in un limbo tra queste due idee: ne risulta una confusione totale, dove le due parti a contendersi Langdon (l’Organizzazione Mondiale della Sanità e un’agenzia segreta alla mercè del migliore offerente) vengono definite male e, soprattutto, non si capiscono i veri motivi della loro caccia all’uomo – spiegati troppo tardi nel film -.

L’aspetto che più confonde è il ruolo dell’OMS, un’agenzia speciale dell’ONU, che utilizza una sfilza di forze armate innumerabili degna della migliore operazione FBI. Inoltre, a capo dell’organizzazione, troviamo una donna sulla cinquantina, Elizabeth Sinskey, che da direttore di un ente per la salute mondiale si trasforma in uno spietato generale militare, a comando di ogni evento che riguardi la cattura di Langdon – fino a buttarsi nell’azione pura nelle scene finali -. Infine, hanno anche inserito un improvvisato flirt giovanile tra Langdon e la Sinskey – palesemente fuori luogo -, appiglio per i più romantici e sentimentali, proprio per non farci mancare davvero niente. Per la cronaca, nella realtà il direttore dell’ONU è tale Margaret Chan, 69 anni.

Il tutto è reso con una regia degna di un film d’azione per la televisione italiana degli anni novanta. Fotografia grossolana – un tanto al chilo, direbbe qualcuno..-, totale assenza della suspense che dovrebbe traboccare da un film incentrato su una fuga, continui riferimenti a dettagli già visti quando questi vengono richiamati in causa, come se il pubblico soffrisse della stessa amnesia di Langdon. Si salvano le musiche di Hans Zimmer, ma è davvero troppo poco.

Vedere correre Robert Langdon non è lo stesso di vedere Forrest Gump. Sorry Tom.

Vedere correre Robert Langdon non è lo stesso di vedere correre Forrest Gump. Gli anni passano per tutti, Tom.

Vorrei parlarvi dell’inadeguatezza della figura di Sienna Brooks, storpiata rispetto al libro – e dell’attrice che la interpreta, Felicity Jones -, della quasi totale assenza dell’amore per Firenze – non chiedo di sentire l’odore del lampredotto appena cotto, ma mi accontentavo di briciole..-, ma ho promesso di non parlare del paragone con il libro.

Ma devo per forza rompere la promessa per un ultimo pensiero: il film, con il suo finale uguale a decine di altri film d’azione, non fa davvero pensare alla sovrappopolazione mondiale, alla diseguaglianza tra i ricchi e i poveri. Da l’impressione che sia solo un pretesto per far iniziare la fuga ai personaggi, non si interroga oltre, non ci mette di fronte al problema reale. Il lieto fine del film non rende minimamente giustizia al grande finale del libro di Dan Brown, del quale si potrebbe parlare per pagine e pagine.

Ma per vostra fortuna non è questo il momento.

P.S. Ma vuoi vedere che questo era un Sapevatelo sul libro?

Ringraziamo: Citazioni film e libri

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