Sapevatelo/Telefilm

Sapevatelo | 3%

Da un paio di giorni le bacheche di Facebook si stanno riempiendo di commenti positivi su una nuova serie di Netflix, che ha riscosso a sorpresa un ottimo consenso: 3% .

Se siete qui è perché volete sapere se davvero vale la pena vederla o se si tratta solo della solita serie oggetto di una buona critica senza fondamenti. Siete titubanti, vi capisco. Titubanti, ma curiosi.

In effetti tutte le informazioni che arrivano a chi butta l’occhio su 3% non aiutano la causa: serie brasiliana, non doppiata in italiano – doppiaggio in inglese pessimo -, se proprio siete bravi avete scoperto che è un reboot di una web serie presente su YouTube, che parla dell’ennesimo mondo distopico, dove un branco di ventenni deve lottare in una competizione “per contendersi un posto in una terra idilliaca nota come Offshore“. Anche se il mix teen drama/fantascienza vi piace (vedi The 100) rimanete restii, perché un brutto adattamento televisivo di Hunger Games lo eviterebbe chiunque.

Io, nonostante tutto, ho dato una chance alla serie e, a conti fatti, non me ne pento minimamente. Vi spiego perché.

La trama, soprattutto agli amanti del genere, risulterà molto familiare: in un futuro non troppo remoto, in una città sudamericana abbandonata da Dio, da più di cento anni, ogni anno, i ragazzi che hanno compiuto il ventesimo anno di vita possono partecipare al Processo, una serie di test psico-fisici che servono a selezionare il 3% dei candidati per inserirli nell’Offshore, una città idilliaca dove la popolazione ha tutti i vantaggi per vivere una vita serena e felice. Lontana dal restante 97% della popolazione che non è stata valutata all’altezza. Tra questi ultimi, è presente un gruppo di ribelli, la Causa, che tenta di sabotare i piani del Consiglio dell’Offshore.

Poco da dire: trama semplice, conosciuta, ma che si fa apprezzare comunque perché ben resa, con equilibrio tra le prove alle quali vengono sottoposti i partecipanti e le loro storie al di fuori del Processo, nella disperata città dove sono cresciuti. Anche le dinamiche tra i concorrenti non sono così scontate, creando un buon intreccio psicologico di fondo.

È il modo in cui è presentata l’intera serie il centro della questione.

L’esotico intriga e piace a molti, dal cibo alla cultura, eccetto per le serie tv. Parliamoci chiaramente: se non è americano, storciamo il naso. Quindi gli ostacoli da superare sono la lingua e lo stile. Per la lingua esistono i sottotitoli e poi il portoghese ha un suono molto melodico e risulta vicino all’italiano per vari vocaboli. Ho tentato il doppiaggio inglese, ma mi è risultato da subito innaturale.

È lo stile, invece, la vera sfida da affrontare. Credo che la bellezza della serie sia tutta qui: se riuscite ad apprezzare uno stile diverso di presentare le immagini e le scene, 3% vi avrà preso e Netflix avrà vinto la sua scommessa.

Il confronto con Hunger Games non può essere evitato. Nei film ogni azione è costruita per apparire entusiasmante, eroica, accompagnata da musiche incalzanti, rendendo la visione adrenalinica e galvanizzante. Anche la scelta degli attori è ai fini della causa, non tenendo conto del contesto dal quale vengono i personaggi che interpretano. È la legge di Hollywood, alla quale ormai siamo assuefatti.

In 3%, invece, domina lo sporco, la fame, la cattiveria dei partecipanti, spinti da impulsi primordiali, di sopravvivenza. Si esplorano i rimorsi e i sensi di colpa dietro azioni estreme, che scaturiscono da situazioni nelle quali vengono fuori gli istinti più brutali dell’uomo. Ciò avviene poco (o comunque di meno) in Hunger Games – che purtroppo fa da capro espiatorio nel mio discorso -, che ad occhi attenti veicola comunque lo stesso messaggio, ma in maniera meno diretta ed evidente. Ciò che HG sfiora in superficie, in 3% viene scavato affondo.

Anche gli attori sono scelti con determinate caratteristiche, per rendere al meglio la loro situazione di provenienza: risultano ragazzi poveri, disperati, segnati dalle difficoltà che hanno affrontato. Può sembrare irriverente parlare dell’estetica degli attori, ma sono cose che vanno notate e curate per rendere al meglio.

Tirando le somme, credo che 3% meriti una possibilità. Le dieci puntate scorrono facilmente e senza grossi imprevisti. Dove manca di originalità ed imprevedibilità – la scelta della storia lo impone -, compensa con una regia molto dinamica – anche troppo per i miei gusti – e un buon livello di empatia con i personaggi, grazie a prove e luoghi comunque verosimili nonostante il futuro remoto dell’ambientazione.

Non sarà Westworld, ma c’è comunque un clima fantastico. (semicit.)

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