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Parliamone | GLAAD “Where We Are On TV”: Comunità LGBTQ, Donne Ed Etnie in Tv Nel 2016

GLAAD (Gay and Lesbian Alliance Against Defamation), organizzazione no-profit di attivismo LGBTQ che ha come obiettivo quello di promuovere e garantire una giusta rappresentazione della comunità allo scopo di eliminare l’omofobia e la discriminazione basata sull’identità di genere e l’orientamento sessuale, ha stilato anche quest’anno il suo “Where we are on TV”, un reportage che analizza la raffigurazione del mondo queer all’interno della televisione.

Quello che è emerso è che i personaggi LGBTQ siano di gran lunga aumentati, sia sui canali pubblici (broadcast tv) sia su quelli privati (cable tv) ma anche che il trattamento delle donne queer da parte delle diverse reti sia stato piuttosto deludente e che abbia lanciato un messaggio molto pericoloso.

La TV broadcast ha il 4.8% di personaggi queer quest’anno (43 su 895 series regular a cui vanno aggiunti 28 personaggi con un ruolo ricorrente), crescendo così dello 0.8%  rispetto al 2015 e stabilendo un nuovo primato in questo senso.  In particolare ABC ha il 7.3% di personaggi LGBTQ, FOX il 6.4%, The CW il 4.3%, NBC il 3.9% e CBS il 2.2%. Non c’è da stupirsi di questa suddivisione, infatti basta solo pensare alla grande quantità di rappresentanti della comunità che Shonda Rhimes porta sullo schermo ogni giovedì sera con i suoi show.

La TV via cavo è passato da 84 a 92 personaggi LGBTQ tra i series regalar a cui vanno aggiunti 50 ricorrenti. Tra questi Freeform ne conta 27 e Showtime 18. Anche qui non c’è da meravigliarsi visto che su Freerom vanno in onda The Fosters, serie che racconta le vicende di una famiglia composta da due donne, Shadowhunters, in cui una delle coppie principali e più amate dal pubblico è composta da due ragazzi e Pretty Little Liars, in cui una delle protagoniste è dichiaratamente lesbica e gli autori le affibbiano periodicamente una ragazza diversa, contribuendo ad una rappresentazione delle persone omosessuali non proprio idilliaca e fedele alla realtà.

Anche i servizi di streaming come Hulu, Netflix e Amazon confermano questo trend positivo con 45 personaggi queer protagonisti e 20 ricorrenti. Qui penso che  basti semplicemente citare Orange Is The New Black per rendere l’idea.

Nonostante questo andamento positivo però, ci sono degli aspetti che danno da pensare. Uno fra tutti riguarda i personaggi femminili LGBTQ e la loro rappresentazione sui canali broadcast, infatti quest’anno sono solo il 17% contro il 33% dell’anno scorso. “La televisione, quella broadcast nello specifico, ha fallito nel rappresentare le donne queer…uccidendole personaggio dopo personaggio” è scritto nel reportage. Riguardo questo Sarah Kate Ellis, presidentessa di GLAAD. ha dichiarato: “la morte di 25 personaggi femminili queer durante quest’anno spesso non ha avuto alcun senso per la trama ma è solo servita a riportare al centro della narrazione un altro personaggio (spesso eterosessuale cisgender). Questo manda un messaggio tossico e dannoso”.

Tra queste morti abbiamo Mayfair di Blindspot, Root di Person Of Interest, Poussey Washington di Orange Is The New Black, Sara Harvey di Pretty Little Liars ma soprattutto Lexa di The 100. Penso che quest’ultima sia una delle morti telefilmiche più iconiche degli ultimi anni. Ha scosso l’intero fandom e ha suscitato una reazione davvero forte. Uccidere personaggi importanti per creare dei twist è un po’ il leitmotiv di questo show, ma allora perchè questa ha fatto eccezione? Perché ha suscitato una mobilitazione così spropositata da parte dei fan? Credo che il motivo sia da ricercarsi nelle modalità in cui è avvenuta e in tutto il suo background. Si, perchè un conto è far fuori un personaggio che è arrivato al termine del proprio arco narrativo e non ha più nulla da dare, un altro è eliminarlo quando è ancora a metà del suo percorso. In The 100 la gente muore si sa, sono le regole del gioco ma con Lexa il gioco è stato tutt’altro che pulito. La morte è accettabile, il fatto che gli autori stessi rassicurassero i fan sul fatto che non sarebbe mai avvenuta, non lo è. Addossare la colpa ad un network (The CW) e ad un’attrice per aver accettato un altro ruolo, quando lei stessa ha dichiarato di aver molti mesi liberi e di poter girare entrambi gli show, è codardia da parte degli autori che non vogliono affrontare le conseguenze delle loro scelte creative. Quello che è successo con Lexa è esattamente ciò di cui ha parlato la presidentessa di GLAAD. E’ stata eliminata perchè il suo personaggio aveva preso troppo piede e aveva catalizzato l’attenzione su di sé, spostandola da quello che, secondo gli autori, avrebbe dovuto essere il cuore dello show. E’ morta in quanto personaggio LGBTQ? No, sicuramente no perchè in The 100 non esiste questo tipo di discriminazioni, per fortuna, ma è un personaggio queer che stava diventando importante, soprattutto agli occhi dei fan della serie, e che è stato fatto fuori. Coincidenza? Si, forse, ma sicuramente non è una coincidenza il fatto che la tensione romantica tra lei e la protagonista dello show sia stata sfruttata fino a pochi minuti prima della sua morte. Questo è queer baiting, nella sua forma più becera aggiungerei, ed è per questo che Lexa è diventata una sorta di simbolo per tutti i fan che sono stanchi di questo comportamento da parte di produttori e sceneggiatori.

I personaggi bisessuale sono saliti al 30% sulle reti broadcast e al 25% sulla tv via cavo. Hanno seguito questa crescita anche i personaggi transgender che sono in aumento su tutte le piattaforme. Come constatato da GLAAD, però, il problema sorge in come questi membri della comunità LGBTQ vengano rappresentati, infatti, essi spesso sono dipinti come persone inaffidabili, con scarso senso della morale e/o manipolatrici. Inoltre frequentemente vengono utilizzati solo per mandare avanti la storyline principale e non ne hanno una tutta loro. Nel reportage vengono definiti “carne da macello”. 

GLAAD si è anche occupato della rappresentazione delle persone di colore e ha riscontrato che personaggi di questo tipo sono il 36% sulla TV broadcast. Leader in questo senso è FOX, seguita da NBC e ABC. Lo stesso andamento si mantiene anche all’interno della rappresentazione della comunità LGBT, infatti, è cresciuta la percentuale di personaggi multirazziali su tutte le reti.

Un dato interessante è quello sulla percentuale di donne presenti fra i personaggi principali dei vari show. Esse, infatti, sono solo il 44%, nonostante la popolazione femminile degli U.S.A. superi quella maschile (51%). Ancora più allarmante è il fatto che di questi personaggi solo il 38% sia di colore. Purtroppo siamo ben lontani da una situazione paritaria in cui le donne hanno lo stesso spazio degli uomini. Non tutti sono Shonda Rhimes che della forza dei propri personaggi femminili, sia principali che non, ne ha fatta una vera e propria filosofia. Meredith Grey (Grey’s Anatomy), Olivia Pope (Scandal) e Annalise Keating (How To Get Away With Murder) sono ormai figure consolidate e amate, ma ci sono diversi personaggi secondari femminili altrettanti forti e validi, spesso anche di colore, come Miranda Bailey e Maggie Pierce (Grey’s Anatomy) o Michaela (How To Get Away With Murder). Nonostante questa tendenza alla valorizzazione quasi estrema della figura della donna, le serie di produzione Shondaland, però, non sminuiscono affatto il sesso maschile che è altrettanto ben rappresentato. In questo senso li possiamo definire show femministi, dove per “femminista” si intende la posizione o l’atteggiamento di chi sostiene la parità politica, sociale ed economica tra i sessi. Penso che questo sia il punto a cui si debba arrivare. Non dovrebbero esserci campi appannaggio prettamente maschile così come non si dovrebbe far passare il messaggio che le donne debbano essere privilegiate o che vadano sostenute a prescindere in modo acritico. Penso che si debba aspirare ad una situazione di assoluta parità in cui è normale che un chirurgo di successo o un avvocato di una certa fama sia donna e che, allo stesso tempo, queste figure non vadano mitizzate. Le donne sono persone e le persone non sono perfette, a prescindere dal sesso.

Infine, la percentuale in TV di personaggi che vivono con una disabilità, tra cui si considerano anche quelle non apparenti come l’HIV (Oliver di How To Get Away With Murder), il cancro (William di This Is Us ) e la malattia neuromuscolare (Lucious di Empire), è salita a 1,7% rispetto allo 0.9% del 2015.

Parlare di minoranze è senza dubbio molto difficile e spesso si rischia di incappare in qualche passo falso.  Uccidere un personaggio solo perchè queer è sbagliato esattamente come lo è non ucciderlo solo perchè rappresenta la comunità LGBTQ. In un certo senso è lo stesso discorso che viene fatto da Deadpool, nell’omonimo film, quando durante un momento di lotta, si ferma a chiedersi se sia più sessista picchiare una donna lì presente oppure non picchiarla. Va bene che i personaggi LGBTQ muoiano, è giusto perchè altrimenti godrebbero di un trattamento privilegiato e questo non sarebbe paritario, ma il tutto va fatto nel modo giusto. Se un personaggio LGBTQ esaurisce il suo arco narrativo e muore, questo non è un problema. I fan ci rimarrebbero male per la morte in sé ma non si arrabbierebbero considerandola una discriminazione. E’ lo sfruttamento dell’orientamento sessuale di un personaggio (o di una qualsiasi sua caratteristica che lo renda rappresentativo di una certa minoranza) a cui poi non viene dato un degno finale, che fa infuriare i fandom. Il problema non è mai la morte in sé e per sé; il problema è la morte fine a se stessa, immotivata ed è questo che gli autori dovrebbero smettere di fare. La strumentalizzazione di certe tipologie di persone è sbagliata e anche piuttosto stupida. Chi scrive e produce serie tv ha la possibilità e soprattutto il privilegio di rivolgersi ad un pubblico ampio, che va dai bambini agli adulti fino alle persone più anziane. Questo è sicuramente un grande potere, ma da grandi poteri derivano grandi responsabilità. Produttori, autori e sceneggiatori hanno il diritto e il dovere di lanciare messaggi positivi e non sfruttare questa possibilità, in nome di una ricerca ossessiva di uno o.1 in più nei ratings o di qualche migliaio di tweet da parte dei fan scioccati, è qualcosa di profondamente errato. Il mondo dell’intrattenimento è un business, forse uno dei più grandi che ci siano, ma questo non esclude la possibilità di avere prodotti di qualità che si basino su giusti principi e non solo su un mero discorso economico, che di fondo si riduce al banale “bene o male, l’importante è che se ne parli”.

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