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Sapevatelo | Il futuro secondo Black Mirror

Iniziando l’università da fuori sede ti scontri con molteplici novità che appartengono al mondo post liceale, delle quali ignoravi l’esistenza, ma che poi diventeranno il tuo pane quotidiano: scopri l’esistenza del tabacco trinciato, della musica indie italiana -della quale prima conoscevi solo la punta dell’iceberg-, dei cineforum, dei giovedì universitari in squallidi bar. Con il tempo ci fai l’abitudine, ti destreggi con disinvoltura tra la giungla di proposte e alternative, che hanno tutte però un punto in comune: l’essere di nicchia. Il pubblico ristretto di appassionati era il requisito essenziale per ogni attrazione o interesse. La nicchia che ho coltivato di più, soprattutto dopo il liceo, è sempre stato quello dei film e delle serie. Grazie a questo nuovo mondo ho scoperto nuovi registi, nuovi generi, aumentato il mio vocabolario cinefilo.

Come Trainspotting, Radiofreccia, Blow e i Cento Passi hanno segnato il periodo di scoperta liceale, all’università, se hai dei buoni coinquilini più esperti, vieni iniziato a film come Santa Maradona, Paz!, Ovosodo, per chi frequenta Napoli il must è Così parlò Bellavista, passando per titoli più esotici come E morì con un felafel in mano.

Per le serie, invece, la varietà di quelle semisconosciute era nettamente inferiore quando ero una matricola. Oltre Boris e Utopia, davvero poca roba. Eccezion fatta per una serie inglese, di soli tre episodi a stagione: Black Mirror.

Dopo aver visto i primi episodi, mi sono sentito come qualcuno che credeva di fare la fila per la giostra delle tazze rotanti al luna park e invece esce fuori da delle tremende montagne russe. Netflix oggi ci propone sei nuovi episodi della serie. Questo articolo lo scrivo per chi non conosce ancora Black Mirror ma vuole recuperarlo per vedere la terza stagione. Scrivo come se fossimo coinquilini in una piovosa sera autunnale, e al posto di scendere in piazza o sotto i portici per una birra al freddo, volessimo vederci qualcosa di interessante in streaming dopo cena, al caldo di una stufetta elettrica.

Il primo aggettivo che mi viene in mente per descrivere Black Mirror è geniale. La serie nasce nel 2011 e a distanza di cinque anni si conferma inarrivabile per originalità e contenuti.

Prima cosa da sapere: BM non segue alcuna trama, ogni episodio dura circa un’ora ed è totalmente slegato dagli altri. Finora sono uscite due stagioni da tre episodi l’una, più una puntata speciale per il Natale 2014. Tutti gli episodi hanno in comune solo il tema principale: l’impatto delle nuove tecnologie sulla vita.

Sono ambientati in futuri distopici, più o meno lontani dal mondo che viviamo. Le trame di ciascun episodio sono molto differenti tra loro, spaziando su molte sfaccettature dello stesso problema. Per la maggior parte degli episodi, sono presentate realtà molto verosimili e concordi alla nostra, con piccole ma profonde aggiunte, che ne hanno alterato alcune caratteristiche; ma la serie non tralascia mondi più soggiogati dalle tecnologie, oltremodo trasformati e in contrasto con il nostro presente.

BM non è semplice intrattenimento, non si può vedere a mente spenta e non se ne esce intatti alla fine della puntata. Ogni episodio è scritto per incrinare qualcosa all’interno della coscienza dello spettatore, per insinuare una paura, un dubbio nella sua mente. Vedere Black Mirror è un’esperienza dolorosa.

La serie si interroga sulle possibili conseguenze di un uso smodato e incosciente delle tecnologie e sui temi che ne derivano, come il diritto alla privacy, la depersonalizzazione dei social network, l’apparire che vince sull’essere, fino a scavare a fondo nella natura umana. Lo fa utilizzando l’assurdo, l’esagerato, per dimostrare come atteggiamenti e consuetudini che oggi reputiamo innocui potrebbero sfociare, se portati agli estremi, in cambiamenti radicali del modo in cui viviamo.

Analizza soprattutto il modo in cui la tecnologia può contrapporsi ai rapporti interumani, come può ostacolarli invece di facilitarli, sostituendosi a un contatto vero, deformando legami intimi. Non più un semplice mezzo, un oggetto, ma un vero e proprio fattore che gioca un ruolo attivo e negativo nei legami tra le persone.

Un altro aspetto dello stesso argomento, che viene messo al centro di quattro episodi su sette, è l’attaccamento morboso all’intrattenimento, soprattutto televisivo, senza che sia accompagnato da un briciolo di senso critico e di ragionamento. In queste puntate, si affronta il tema della tecnologia e del suo ruolo nell’influenzare le grandi masse. Il divertimento, l’audience, gli incassi, la notorietà diventano il motivo trainante ed il fine ultimo di ogni azione, per arrivare ai quali si utilizza ogni tecnologia disponibile, senza alcuno scrupolo morale o etico. Non sono presenti figure positive: solo vittime e carnefici, questi ultimi spinti dalla moda e dal denaro, sfruttano un pubblico inerme e inebetito, che non si chiede quale sia il prezzo che l’umanità sta pagando per soddisfare il proprio divertimento.

Senza entrare troppo nel dettaglio, vi propongo la trama principale di due episodi. La terza puntata della prima stagione s’intitola Ricordi pericolosi (The entire history of you). In un futuro del tutto simile al nostro, quasi ogni essere umano ha impiantato dietro l’orecchio un “grain“, una sorta di microchip che permette di registrare ogni evento vissuto, dalla nascita in poi, e di poterlo rivedere in qualsiasi momento, selezionandolo tramite un piccolo telecomando, rivivendolo in prima persona o proiettandolo su uno schermo. Utilizzato responsabilmente risulterebbe solo una sorta di videocamera più comoda da maneggiare (vedi Google Glass), ma avere la possibilità di rivedere e far rivedere ogni istante della propria vita, può rivelarsi una letale arma a doppio taglio, tra violazione della privacy e impossibilità di mantenere segreti.

L’altro episodio è il secondo della prima stagione, 15 milioni di celebrità, aperta e feroce satira nei confronti dell’intrattenimento moderno, dell’obbligo di massimalità imposto dalla società e del prezzo da pagare per tentare di uscire dall’omologazione. Il mondo presentato è francamente distopico, i cittadini devono passare la loro giornata a pedalare su delle cyclette che generano corrente elettrica, pagati con crediti virtuali utilizzabili solo per modificare il proprio avatar nel social network che condivide l’intera popolazione. L’unico modo per evadere da questa realtà è provare a vincere un talent show, effimera speranza utilizzata per tenere a bada le masse. In questa realtà distorta, due ragazzi cercheranno di affrontare il sistema, ritrovandosi a lottare contro dei mulini a vento.

Opere che criticano l’utilizzo smodato della tecnologia e il rischio che ne deriva sono state molte: ho rivisto lo stesso spirito in Hunger Games, Ex Machina, Snowpiercer, adesso lo rivedo nella nuova serie HBO, Westworld.

Ma il mondo claustrofobico e ansiogeno di Black Mirror è unico. Il modo cruento e senza filtri con il quale ci presenta il suo futuro, le conseguenze di ciò che oggi reputiamo quotidiano, l’assurdità che prende il sopravvento sulla ragione, ne fanno un’opera senza precedenti. Black Mirror è geniale perché è scritto in maniera tale da rendere ogni modifica alla nostra realtà estremamente plausibile.

Siete avvisati: Black Mirror fa paura.

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