Film

Olimpiadi XXXI | Un’altra inquadratura

La trentunesima edizione delle Olimpiadi si è conclusa il 21 agosto 2016.

Durante queste due settimane, tra gli spettatori, c’è chi ha tifato atleti della propria nazione anche se non ne conosceva il nome, chi ha seguito i propri idoli e chi le ha lasciate passare.

La magia delle Olimpiadi è l’essere contemporaneamente sfondo e partecipazione, un filo conduttore che guida due settimane della vita del mondo.

Non è solo di sport ciò di cui si tratta, ma si tratta di atleti. Lo sport è fatto di persone che perseguono una passione e uno slancio vitale: è a questo che le Olimpiadi fanno da sfondo.

Uno sfondo condiviso con due film che raccontano lo sport in modo non convenzionale.

Gli allenamenti, la fatica, le vittorie e le sconfitte non sono importanti in esse stesse, è ciò che rappresentano che conta: sono strumenti di indagine sulla figurà dell’atleta in sé, nel bene e nel male.


Il primo film scelto è Unbroken, guerra, dolore, prigionia e dramma, ma intriso di vita.

La storia di Louis (Louie) Zamperini è raccontata tramite flashbacks. Conosciamo un Louie bambino italo-americano, una famiglia numerosa, le domeniche in chiesa, la mamma che non parla una parola di inglese e cucina degli gnocchi che sembrano nuvole, il papà severo che porta il peso di tutta la responsabilità e la lotta contro i pregiudizi. Sarà il fratello maggiore a determinare più di tutti la vita di Louie: gli insegnerà a incanalare tutta la sua energia ribelle nella corsa. Lo sport, da una valvola di sfogo, si trasforma in uno stile di vita che porta Louie fino all’ottavo posto assoluto e primo tra gli americani alle Olimpiadi del 1936 a Berlino, drammaticamente famose per essere state le “Olimpiadi di Hitler”, con l’obiettivo di vincere l’oro nel 1940 a Tokyo.

Il presente di Louis è la Seconda Guerra Mondiale, è ufficiale bombardiere dell’aviazione statunitense ed è assoldato per una missione di recupero insieme a ciò che rimane dell’aereo e dell’equipaggio scampati a un attacco degli Zero giapponesi. Il problema è l’oceano che li separa dalla meta in cui precipitano. Sopravvivono all’impatto solo tre membri dell’equipaggio, Louie, Phil e Mac. Tra stenti, squali e intemperie quest’ultimo morirà due settimane prima che gli altri vengano catturati dalla marina giapponese. Erano rimasti 47 giorni in mare.

Louis e Phil verranno torturati per ottenere informazioni, prima di essere separati. Louie sarà mandato al campo militare di Tokyo, quasi come scherzo caustico della sorte. Durante la prigionia, la stessa forza che permette a Louie di andare avanti, lo rende uno dei bersagli prediletti del caporale Watanabe, il responsabile del campo. Un uomo la cui frustrazione lo ha reso facilmente corruttibile dal sadismo, alla ricerca della sottomissione altrui che definisce rispetto.

 “La nostra vendetta é arrivare vivi alla fine della guerra.”

Nonostante riesca a tornare a casa, la vendetta non è ciò che trova Louie, ma il perdono attraverso la resilienza. Il leit motiv del film è ciò che il fratello gli diceva sempre, tra allenamenti e gare: “se resisti puoi farcela”. Louis resiste anche questa volta di fronte all’orrore e ai traumi subìti e rende Watanabe un carnefice rimasto senza vittima.

Unbroken è tratto dal libro di Laura Hillenbrand che si basa sulla storia vera di Louis Zamperini. Il titolo originale del libro era “Sono ancora un uomo. Una storia epica di resistenza e coraggio.”, quasi un ossimoro tra epicità e umanità.

Il film è diretto da Angelina Jolie e tra articoli, recensioni e, addirittura, promozione sembra la prima cosa da dire di questa pellicola, dimenticando quasi i fratelli Coen come co-sceneggiatori, il protagonista Jack O’Connell e il resto del cast, oppure elencandoli come a sottolineare un’aspettativa più alta sulla carta, delusa da Angelina. Alla regista viene imputata l’esibizione di un gusto per il male dagli stessi che esibiscono gusto nel criticare la celebre Jolie in quanto tale.

Chiudendo la parentesi, Unbroken è in effetti una distorsione di prospettiva perché racconta solo un punto di vista che esibisce il male nella guerra, nella crudeltà e nel sadismo, ma racconta che quello stesso male si può affrontare. Non a caso il titolo significa indistruttibile. Sta allo spettatore ricordare che, dopotutto, rimane un uomo.


Se Unbroken si può definire costruttivo, in quanto la filosofia dello sport è applicata alla vita, Foxcatcher. Una storia americana è radicalmente distruttivo.

“Voglio parlarvi dell’America e voglio dirvi perché lotto. Questa è una medaglia d’oro olimpica, l’ho vinta tre anni fa, nei XXII Giochi Olimpici a Los Angeles, California. È più che un semplice pezzo di metallo, è ciò che la medaglia rappresenta: le virtù necessarie per ottenerla.”

È Mark Schultz a rompere il silenzio con questo discorso, dopo due minuti e mezzo di immagini senza parole, che resteranno comunque attentamente dosate e soppesate per tutta la durata del film.

Foxcatcher è anch’esso una trasposizione da un libro, l’autobiografia “Foxcatcher. Una storia vera di sport, sangue e follia” dello stesso Mark Schultz.

Mark è un lottatore, medaglia d’oro alle Olimpiadi del 1984 e due volte campione del mondo, come suo fratello maggiore Dave. La loro storia è intrecciata con quella di John Du Pont, erede di una delle dinastie americane più ricche e prestigiose.

Il titolo arriva dal nome della tenuta Foxcatcher di propietà dei Du Pont, immensa e silenziosa, è la perfetta ambientazione per descrivere il rapporto tra i fratelli Schultz e Du Pont, innegabilmente possessivo, morboso e inquietante.

Insieme, queste tre persone costruiscono e allenano una squadra di lotta per le Olimpiadi di Seul nel 1988. Lo sport li ha uniti, così come le loro debolezze, nate da situazioni profodamente diverse, se non opposte, che si alimentano a vicenda, inconsolabilmente.

Non c’è niente di tangibile che spieghi un tale rapporto, esso è raccontato attraverso fatti all’apparenza normali che, intimamente, sono sentiti come angoscianti, oppure vicende assurde percepite come inevitabili. Come la medaglia, non è ciò che è narrato che è importante, ma ciò che rappresenta con tutto ciò che c’è dietro, nascosto.

L’incompletezza rende la storia viva. Quando mai nella vita è netta la differenza tra vincitori e vinti e la consequenzialità degli eventi si presenta perfettamente chiara?

L’apice dell’effetto di questo tipo di narrazione si raggiunge con il delitto, tragedia e sgomento lasciano posto alla consapevolezza di un’ineluttabilità ancora più orrenda.

Il triste vuoto lasciato da questa storia deriva dalle premesse e dalle circostanze di passione potenzialmente costruttiva che invece hanno portato a conseguenze devastanti.


Due biografie, più di quarant’anni di separazione, ugualmente incredibili, ma percorsi diammetralmente opposti, l’unica costante sono le Olimpiadi.

Ringraziamo: Citazioni film e libri

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