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Recensione | “Lo straniero” di Albert Camus

Scrivere che un classico della letteratura del Novecento come Lo straniero ti sia capitato per le mani, può sembrare un sacrilegio. Affermare addirittura di intraprenderne la lettura – quasi – inconsapevolmente, può essere pari ad un’offesa. Paragonabile, forse, alla lettura de Il fu Mattia Pascal perché su eBook è gratis. Eppure è così che è andata, in entrambi i casi.

Confesso quindi come sia effettivamente capitato il mio incontro con Lo straniero: un libriccino che porta su il nome del suo autore, avvolto da una fascetta rossa.

Albert Camus.

So chi è, in modo indefinito, ma lo so. Perché quel nome mi ha colpito, in mezzo a tanti altri – più o meno – conosciuti?

Quel nome era evidenziato nella mia memoria, da un altro incontro casuale con la sua scrittura, in occasione di un qualche compito in classe – un saggio breve per la precisione – tra le cui tracce compariva anche lui: Albert Camus.

Un’altra cosa aveva attirato la mia attenzione, la sua fascetta rossa: introduzione di Roberto Saviano.

Tanto conosciuto, tanto discusso, Saviano, adesso. Deve essere una nuova edizione.

Lo straniero, quindi, mi è capitato tra le mani per controllare la data della sua stampa.

2015, edizione Classici Contemporanei Bompiani, nuova traduzione di Sergio Claudio Perroni.

Pubblicato nel 1942 a Parigi, Lo straniero è arrivato in Italia cinque anni dopo, edito da Bompiani e tradotto da Alberto Zevi. Unica edizione e traduzione, dal 1947 al 2015.

Una traduzione, quella del 2015, che non ha avuto risonanza come quella di Furore di John Steinbeck del 2013, edita anch’essa da Bompiani e tradotta Perroni. Una storia più interessante? Censura, dramma e crisi, giudicate voi: “Furore” di John Steinbeck

Chi leggerà Lo straniero per la prima volta, si renderà conto di come la lingua sia una conquista, e lo capirà anche leggendolo in traduzione.

Così afferma Saviano nella sua personalissima introduzione in cui descrive il suo rapporto con Camus, i suoi romanzi e la vita da scrittore. È un dialogo, perché una delle cose più straordinarie della letteratura è che rivive attraverso il lettore.

E a quelli che, come me, non si cimentano nella lettura in lingua francese, viene da sé fidarsi di Saviano e la scrittura di Camus rivive per noi attraverso la traduzione di Perroni.

Lo straniero è il romanzo d’esordio di Camus, che nel 1957 riceverà il premio Nobel per la letteratura, ed è ambientato ad Algeri, città familiare all’autore che ne tratteggia i colori, il mare e l’aria che si respira e il caldo che soffoca. Un clima che viene subìto dal protagonista Meursault e pare che sia la sua unica azione o reazione, se si può definire tale, in confronto alla sua vita passiva e inerte o, meglio, vissuta e raccontata come tale. È l’inerzia che pervade il romanzo:

Camus è riuscito in un’impresa impossibile: quella di descrivere l’esistenza come qualcosa che accade.

Assistiamo all’accadere della vita di Meursault, definito da se stesso un uomo normale, un impiegato di origine francese che vive ad Algeri. È il protagonista stesso che narra, come se anch’egli assistesse, escluso e ridotto ai minimi termini: estraneo. Non a caso il titolo originale dell’opera è L’étranger, la cui traduzione sarebbe, appunto, “estraneo”, ma se entrambi i traduttori hanno optato per Lo straniero un motivo ci dev’essere.

Il protagonista-narratore, di cui non conosciamo nemmeno il nome di battesimo, è spesso etichettato come eroe “assurdo” o “paradossale” perché la sua impassibilità e apatia di fronte a tutto ciò che non sia meramente materiale e, a volte, neppure quello, lascia il lettore interdetto e sgomento a presa diretta.

Credo che, se si vuole mantenere una sorta di etichetta, sia più corretto definirlo eroe negativo, nel senso che Meursault non è irrazionale, anzi, ha una coscienza lucida e la sua logica è precisa a tal punto da essere esasperante. Negativo perché è contrario a ciò che il lettore si è abituato o, forse, vuole: l’immedesimazione. Un personaggio fittizio, di solito, come apprezzamento lo si descrive come “umano” con debolezze, sentimenti e rimorsi, così riusciamo a pensare che non siamo soli. La solitudine è la condizione esistenziale che più temiamo, la morte è la condizione assoluta peggiore. Eroe è perché ci pone di fronte alla condizione che l’uomo non solo è estraneo agli altri, ma estraneo anche a se stesso.

Questo è un libro che va ben oltre le sue 157 pagine, non finisce lì: pretende riflessione, rifiutando il giudizio. Le due parti del romanzo sono divise dall’inesplicabile uccisione di un arabo da parte di Meursault.

La prima parte è la narrazione di tutto ciò che porta il protagonista a sparare quei quattro colpi di pistola e si apre con la morte della madre di lui, un incipit iconico: «Oggi è morta mamma. O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall’ospizio: “Madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti”. Non significa niente. Forse è stato ieri.». Durante questa parte veniamo a conoscenza di tutti i personaggi secondari con cui Meursault instaurerà rapporti inconsinstenti che sembrano solo sussistere all’inerzia imperante e la noia trascina il resto.

«Ed è stato come se bussassi quattro volte alla porta dell’infelicità.»

La seconda parte è la conseguenza della prima e l’antitesi al contempo: è, formalmente, il processo per il delitto commesso, ma sostanzialmente è il processo all’indifferenza dell’imputato. Per il primo Meursault è condannato a morte, per il secondo il giudizio è sospeso. Né assolto né colpevole, il giudizio è il nulla.

In modo inverosimile, ma naturale, davanti alla realtà della condanna e davanti alla morte, Meursault riconosce la sua appartenenza al mondo e al genere umano, alla sua indifferenza e al suo odio.

 

«Per oggi è finita, signor Anticristo.»

 

 

Ringraziamo: Citazioni film e libri

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