Sapevatelo/Telefilm

Sapevatelo | Shakespeare’s Legacy. I tributi made in UK per le celebrazioni dei 400 anni dalla morte del Bardo.

C’è tanto da dire e tanto da dare a Shakespeare. Che lo si voglia affettuosamente definire Scuotilancia o si vogliano credere e venerare diverse tra le teorie sui suoi natali, il dato di fatto è uno solo: ciò che rimane a noi, la sua eredità, quella legacy imprescindibile che ancora oggi è fonte di ispirazione, è per noi prova concreta di un talento e di un’epoca che ci permette ancora di sognare.

Se Shonda infatti ha deciso di rimestare in fair Verona, e scomodare i Montecchi e i Capuleti per un post Romeo e Giulietta (sperando non ci faccia storcere il naso più del dovuto – maggiori info qui), in patria sappiamo che le cose si fanno con più fedeltà. Toccagli tutto ma non il tè alle 5…e Shakespeare.

Si diceva dunque, a 400 anni dalla morte del Bardo, la sua eredità è ancora viva fino ai giorni nostri, ed oltre ad essere sempre di ispirazione, è portata sugli schermi televisivi sotto varie forme, più o meno canoniche. Del resto, Shakey ci ha fatto piangere, ma anche ridere, ed è forse il fatto che riuscisse a vivere della sua arte ed animare le vicende con un’infinità di sfumature che, in onda sulle reti BBC troviamo tutti i tipi di tributi, dalle serate evento alle ‘serie’ più conclamate.

C’è spazio dunque per la commedia, per le risate sguaiate, pungenti ma anche con un intento scolastico nell’Upstart Crow dove David Mitchell, noto comico britannico, porta alla luce un panciuto Guglielmo alle prese con i suoi inizi. Vediamo un immagine meno glorificata del nostro amato Bardo, e possiamo apprezzare in chiave ironica quello che fu il suo sgomitare iniziale per essere riconosciuto come talento, in un epoca dove non c’era X-Theatre e dove, al cambio repentino della sovranità e delle teste coronate, finire dalle stelle alle stalle era un battito di ciglia.

E’ apprezzabile il fatto che, con ritmi da sit-com, si vada ad attingere dalla biografia di Shakespeare, iniziando già dal titolo nel citare una quote che Robert Greene rivolse a Shakespeare stesso, definendolo una sorta di arrivista,  che si glorificava con le piume altrui ma che poco aveva di artistico. L’invidia…’na brutta bestia.

Inoltre, si ricalcano proprio quei parametri shakespeariani canonici delle opere ma in chiave più leggera e umoristica, dalle trame e i sotterfugi, all’uso di veleni e perfino alle profezie ed intuizioni.
Insomma c’è tanto di vero, tanto di quasi didattico e accessibile a tutti in queste puntate da venti minuti o poco più, ma che divertono ed intrattengono e, per gli appassionati o studiosi di Shakespeare, potrebbero anche offrire un’ottima occasione di ripasso, che so, prima di un esame…!

Tra i volti più o meno noti, sono fiduciosa riconoscerete lei… in altri lidi bistrattata per la sua non proprio avvenente fisicità ma che ci strappa un sorriso e ci stupisce anche…non lasciandoci per nulla…seduti su un trono…di sale.

Sui tributi canonici e in pompa magna dedicati a WS, la seconda stagione di The Hollow Crown ha il pregio di presentare ciò che è anche difficile digerire con una eleganza discreta, ma che strizza l’occhio ai parametri di riferimento ormai imposti dalla HBO e che a noi spettatori moderni non dispiacciono. Nei tempi in cui anche il Macbeth cinematografico viene presentato come ‘ai tempi del trono di spade’ gli inglesi ci mostrano come da sempre il materiale del bardo sia cosa loro e come nello storico nessuno li batta.

Il tema non è semplice, sia storicamente, sia adattare un play per lo schermo televisivo, eppure, per quanto talvolta si possa pensare di annoiarsi, anche per chi è digiuno del testo teatrale, si apprezzano quelle che sono le performances degli attori che riempiono la scena, e lo sfondo diventa quasi solo un contenitore. Perché, è vero, vediamo di base gli splendidi castelli e le lande d’Inghilterra, Galles e Scozia ma è come se in quel momento fossimo al teatro, dove sappiamo le scenografie erano considerate un qualcosa di secondario. Dunque ci troviamo davanti a sentimenti esasperati ma che impattano nel vero senso del termine con la scena, connotando ogni singolo personaggio, senza renderli troppo artificiali, ma incarnando le diverse tipologie umane e facendoci subito provare simpatie e antipatie in maniera immediata, come ai tempi e come probabilmente WS avrebbe voluto.

Delle tre parti in cui è divisa questa seconda stagione di THC, che copre l’Enrico VI (pt 1 e 2) ed il Riccardo III, devo essere onesta, nonostante le doti di attore eccelse di Benedict Cumberbatch (che tutti noi ben conosciamo) ho trovato l’ultima parte forse la più pesante, a tratti lenta sullo schermo, mentre le prime due attanagliano lo spettatore allo schermo con una vivacità incomune. Va detto che il nostro ‘Sherlock’ tutto quel che fa, lo riesce a fare in maniera splendida. L’espressività che lo contraddistingue e il modulare la voce profonda, così come ‘modellare’ il corpo, piegandolo alle volontà stesse di un ruolo non facilissimo, rendono tutti entusiasti, spettatori e critica – tutti in estasi (fangirl incluse).

Nonostante, però, ogni episodio di THC si snodi per due ore e passa, scorrono in maniera inaspettata, ed è un alternarsi di volti noti, che tutti insieme si attorcigliano nello scontro tra le due fazioni della Guerra delle due Rose, non lesinando sangue, tradimenti e dispiaceri.  E perfino teste tagliate…zac!

A mio parere un plauso va fatto sia a Hugh Bonneville (Lord Grantham in DA) consacrato ormai nella sua solennità con un manierismo di uomo votato al giusto e al quale viene affidato il ruolo del Duca di Gloucester, ma soprattutto a  Tom Sturridge  che incarna le debolezze e fragilità di un sovrano complesso, Enrico VI, e lo porta allo spettatore come vibrante e sentimentalmente umano (qui uno sneak peek). La sua performance si inserisce di diritto di seguito a quella del suo predecessore, Ben Whishaw, che splendidamente aveva interpretato Riccardo II nella prima stagione, tra quei sovrani controversi intrisi di qualità più terrene e meno divine e/o regali.

Un plauso ulteriore anche a Sophie Okonedo, che nella multiculturalità plurale della odierna Inghilterra ri-modernizza e conferisce frizzantezza alla figura di Queen Margaret, con una performance efficace e sentita, diventando una maschera sorniona che va’ oltre giudizi di razza o colore, perché le umane virtù così come le debolezze sono trasversali e affliggono tutti in egual maniera, e lei se ne è fatta più che degna interprete.

 E così, nel congedarmi da voi pazienti lettori, in attesa di sapere se il Bardo in versione televisiva ancora vi muove il cuore e l’anima, vi lascio con un ulteriore divertente tributo al caro Will, che seppur non proprio recentissimo, sono certa vi accompagnerà in queste giornate di festeggiamenti e giubilo per tutto il regno.

Adieu!

-Notforyourears

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