Blindspot

Recensione | Blindspot 1×21 “Of Whose Uneasy Route”

È una strana giornata di metà maggio: come se il diffuso maltempo non bastasse, ci è arrivata la notizia della crudele accetta che le reti hanno calato simultaneamente su svariate serie tv, lasciando il palinsesto a brandelli e il nostro cuore a pezzettini.
Quando si dice, la primavera.

Questa settimana, i nostri eroi si sono trovati ad affrontare un altro dei tanti cliché narrativi della televisione statunitense. Arriva sempre il momento in cui le persone si trovano bloccate in un posto, senza poter scappare, ritrovandosi a dover affrontare vari problemi e questioni in sospeso. Solitamente accade nei teen drama, che pagano il loro dovuto omaggio a The Breakfast Club: ricordate quando accade in Dawson’s Creek? E di conseguenza in One Tree Hill? Lo so che succede anche in telefilm di altro genere, ma fare paragoni “umilianti” è più divertente, mi capirete.

Rispetto al quelle passate, devo ammettere che questa puntata se la cava abbastanza bene. Anche se da una parte detesto quando gli sceneggiatori usano un pretesto lungo 35 minuti per far accadere qualcosa negli ultimi 5 e lasciarti col cliffhanger settimanale, dall’altra ho un debole per le puntate ambientate tutte nello stesso posto chiuso, senza esterni, a budget limitato. È difficile dire se anche qui abbiano usato meno soldi, perché le comparse non ci sono mai. Con molta coerenza, se all’FBI lavorano solo cinque di solito, mi pare scontato che nel palazzo di oltre settanta piani dove c’è il quartier generale del Bureau ci siano sì e no una ventina di persone, comodamente tutte in ascensore.

Una catena così lunga di espedienti da rendere tutto stucchevole, prevedibile ed edulcorato.

Voglio subito liquidare la parte relativa a Reade e Sarah. Mi piaceva che stessero insieme, ma il modo in cui Reade l’ha lasciata è stato talmente pietoso che non riesco a provare compassione per lui, quando lei lo allontana e lo rifiuta. D’altro canto, però, lei decide di andare a Portland (non si sa ancora quale delle due) proprio mentre il padre sta morendo. Quando si dice tempismo. In pratica la puntata ha voluto insinuare il dubbio/speranza che sarebbero tornati insieme (eravamo tutti col fiato sospeso senza poter dormire la notte per questa cosa), per poi dare una chiusura netta e definitiva.

Jane e Kurt tornano ad essere la macchina da battaglia ben rodata che conosciamo già, se non fosse che ormai ho preso abbastanza in “antipatia” Kurt, quindi qualsiasi cosa esca dalla sua bocca per me è pura aria fritta, recitata male. Jane continua a lavorarselo per bene, al punto che viene da chiedersi se sta facendo solo il doppio gioco o se piuttosto non sia davvero coinvolta. Fatto sta che, finalmente, i due nodi portanti del telefilm si incontrano: tutto ciò che Oscar ha chiesto a Jane di fare, dal GPS nella macchina alla chiavetta USB, ogni singola missione che Jane ha compiuto per lui come una pedina addomesticata, serviva a costruire un perfetto caso contro Bethany.

E l’agghiacciante verità, la consapevolezza di essere stata lo strumento perfetto per incastrare il suo capo, le si riversa tutta addosso mentre Weitz snocciola una per una le prove schiaccianti contro la Mayfair. Una complessa trama contro questa donna che, nonostante le sue ambiguità, in fin dei conti non ci sembra cattiva. O, per lo meno, ci sembra pentita, a differenza di Carter. Qui il telefilm ci pone in una posizione difficile, perché gli strati di verità e menzogna, di illegalità e giustizia, di corruzione e integrità si intersecano fino a farti confondere su chi ha torto e chi ha ragione; chi se l’è meritato e chi è una vittima del sistema. Le ultime scene sono ciò che mi fanno pendere per un bilancio positivo della puntata, perché al di là degli espedienti banalotti, il risultato c’è e pesa.

Siamo a ridosso del finale e abbiamo scoperto che Alexandra era sotto copertura per conto di chissà chi – un sospetto che personalmente avevo messo da parte episodi fa – e che Sophia in realtà lavora per la stessa gente di Oscar; siamo arrivati a chiederci chi è davvero la gente di Oscar, se dovremmo classificarli come “buoni” o “cattivi”, come fa la serie stessa con stranieri e americani. Voglio gustarmi questa scintilla di entusiasmo, perché ho paura che duri poco. Queste sono le stesse ottime premesse con cui la serie era partita. Come è affondata nel giro di pochi episodi all’inizio, potrebbe farlo ora con un finale stupido. E poche cose sono peggiori di un finale insoddisfacente dopo ventiquattro episodi. Accorgersi troppo tardi che non c’è carta igienica, sbattere il tallone contro lo spigolo del letto, la connessione internet veloce. Ma sicuramente il finale deludente le batte tutte.

Ah, ci sono! Forse una cosa arriva quasi ad eguagliare l’atroce delusione di cui parlo: vedere per la prima volta dopo episodi una comparsa come agente e vederlo morire dopo 1 minuto e 37 secondi (contati).

Screenshot_1

R.I.P agente a caso.

Vi lascio al promo della prossima puntata, If Love a Rebel, Death Will Render.

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