Blindspot

Recensione | Blindspot 1×20 “Swift Hardhearted Stone”

Oh, finalmente! Sono tornati. Mi mancavano.

I terroristi arabi, dico.

Quegli adorabili esserini con cui questo telefilm cerca di ricucire le ferite narcisistiche di Zio Sam. Stupidi da farsi catturare come mosche perché ehi, noi abbiamo le armi grandi e le macchine nere!

Fondamentalmente va tutto liscio durante l’intera puntata. C’è questa bambina, che il professorone diagnostica subito come autistica perché è così che accade nella realtà – nel caso non fosse chiaro, sto facendo dell’ironia spicciola quanto la sceneggiatura di questa serie – e che si rivela essere la figlia del più terribile terrorista islamico bla bla bla insomma, la colpa è sempre la loro.
Laddove la CIA ha fallito, i nostri cinque eroi sono riusciti: si fa subito a rintracciare tutti i personaggi associati all’organizzazione terroristica e a metterli al fresco. Di certo i disegni stupendi di Maya, la piccola, hanno fatto sì che tutto andasse a buon fine. Ha sicuramente dato un contributo più sostanziale lei in una puntata di quanto abbiano fatto altri personaggi fissi – sì Reade, parlo sempre con te.

Ma più o meno a metà episodio si pone il problema della sicurezza della bambina stessa. Eggià, perché se gli arabi brutti e cattivi sospettano che la piccola abbia parlato, di certo vorranno eliminarla.

Che si fa? Nuotiam, nuotiam mettiamola al sicuro da qualche parte.
Giustamente si pone il problema del disturbo della bambina, che alla fin fine sì possiamo definire autistica. Allora lo psichiatra ha un’idea brillante come i muri del quartier generale dell’FBI: andiamo a fare una gita in montagna, perché di certo gli arabi sono troppo stupidi per trovarci se ci infiliamo in mezzo a due alberi!

Come se non bastasse, a questo piano infallibile – io apprezzo la sensibilità del dottore, ma insomma! – si unisce la grande abilità tattica dell’effbiai o meglio, delle uniche cinque persone che ci lavorano. Ritorna sempre il problema che per non pagare le comparse hanno risparmiato sugli agenti che, per amor del cielo, sono merce sacrificabile e non c’è dubbio, ma sono la base di un qualsiasi procedurale – se vogliamo definire Blindspot una sorta di procedurale con spionaggio, ma non lo faccio perché credo che sentirei la risata di JJ Abrams fino a qui.
Non finisce qui: si decide di mandare una bambina così problematica, che al momento è il target di qualsiasi terrorista islamico, da sola nei boschi con uno psichiatra, una Patterson – è così tante cose che non è nulla di definito – e due agenti FBI. Sembra l’inizio di una barzelletta da cantina.

Ecco, sento le risate. Sono grasse e sguaiate, com’è giusto che siano.

Ma posso capire qual è la logica di questa “strategia”? E posso capire perché diamine se questa povera bambina è protetta da DUE soli agenti sono proprio questi due soli agenti a prendere la macchina per andare a cercare il kebab?

Quindi è chiaro che tutto vada a rotoli. Ma neanche ti dispiace, perché dopo un certo punto ti chiedi anche com’è che siano sopravvissuti alla vita sul campo per tutti quegli anni. Mi dispiace per la bambina o per chiunque abbia la sfortuna di essere “difeso” da questo branco di incompetenti, al massimo.

Comunque alla fine finisce tutto con un boom. Si fa esplodere la casetta del dottore per quattro persone col fucile spianato – ah, notare come gli arabi, nel perpetuare la loro stupidità, sono anche pessimi tiratori persino a pochi metri. Mi chiedo se gliela ripagheranno, la casetta in montagna.

Mi astengo da giochi di parole anglosassoni.

Menzione speciale va fatta per Patterson e i suoi corteggiamenti canini spudorati nei riguardi del dottor Robert, che dal suo canto risponde continuando a chiamarla col solo cognome perché una donna è già tanto che parli, mica vuoi darle anche, chessò, un nome proprio! L’abbiamo vista piangere e struggersi fino a dieci minuti prima sul povero defunto David, al punto che una puntata intera gira intorno alla sua assolutamente normale allucinazione, per poi vederla buttarsi al collo del dottore, senza che gli sceneggiatori si preoccupino di approfondire la dinamica che l’ha portata a rivolgersi verso di lui o senza farci vedere se, ma la butto lì eh, la ragazza si sia trovata in difficoltà scoprendosi invaghita di Robert. Ma forse anch’io non resisterei al fascino di un uomo che usa la sparachiodi come arma come un novello John Wayne.

Avete presente tutte quelle menate un po’ teen drama, un po’ italiane, dove la tirano in lungo e in largo con i conflitti interni dei personaggi? Ecco, vedete cosa succede se si decide di toglierli completamente: personaggi piatti quanto un foglio a4, for dummies.

Come al solito, a Bethany e alla parte più interessante del telefilm – riformulo: a quello che è effettivamente il telefilm – vengono riservati gli ultimi cinque minuti. Ora, così come avevo capito che dietro la storia dei terroristi  c’era proprio il capo anti-terrorismo nel momento in cui è entrato nella stanza, allo stesso modo avevo capito che Alexandra ci avrebbe lasciati per sempre dopo i primi 30 secondi della loro conversazione. Non sono un genio, semplicemente è scontato. È scontato che il colpevole sia sempre un alto impiegato del governo perché, se non fosse chiaro già da venti episodi, la corruzione è profonda; è scontato che quando due persone si riavvicinano gli ultimi dieci minuti di una puntata – specialmente la 21esima – e parte la musichetta intensa da sottofondo, uno dei due morirà. Come scrivere un telefilm banale, for dummies. Cavolo, potrebbe diventare una collana di successo!

E il coinvolgimento, lo stravolgimento, l’emozione di Bethany alla vista della morte, dove le mettiamo? Da nessuna parte, perché non esistono. Potrebbe essere l’idea per un nuovo volume.

Vi lascio al promo della prossima puntata, Of Whose Uneasy Route.

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