Sapevatelo

Sapevatelo | Amy…un vitadocumentario da nomination.

Di Amy Winehouse si è detto tutto, forse troppo. Non credo ci sia qualcuno che non abbia mai sentito le sue canzoni, usate ed abusate specie post mortem, o che non abbia in mente l’immagine iconica della ‘cofana’ dal gusto retrò e l’eye liner lunghissimo e marcato.
Amy Winehouse è stata un artista del panorama musicale di inizio anni 2000 che si è affacciata sulla scena ed è passata così velocemente, spegnendosi come un fiammifero, e tuttavia ha lasciato di se una traccia più che indelebile, molto più di una sbavatura di trucco.

Non sono mai stata una sua fan di quelle accanite, ma apprezzavo ed apprezzo, ascoltavo e ascolto tutt’ora la sua musica, perché noi, generazione di Mtv, infondo siamo cresciuti rimpinzandoci di video e cercando cose nuove, e quando si sentì Rehab per la prima volta, non si trattava di un ‘semplice’ e ‘pop-vuoto’ tormentone. Certo, seguirono singoli dal sound ricercato e certamente dall’impatto commerciale (vuoi lo zampino di Mark Ronson), ma Amy Winehouse era riuscita a fare qualcosa di più (e lo aveva già fatto anche con il primo album, Frank). Aria fresca in un momento in cui ci voleva. Aveva rotto quella patina pop zuccherosa che aveva dominato la seconda metà degli anni 90 e ci aveva riportato suoni jazz e r&b mettendoli tutti nel metro e cinquantanove che la contraddistingueva, tacchi e cofana esclusi.


La sregolatezza, la vita e la relazione tormentata sotto i riflettori, le performance dove era più ubriaca che altro negli ultimi periodi le ricordano tutti, ma quello che AMY il documentario di Asif Kapadia vuole fare è restituirci un immagine umana di Amy Winehouse attraverso le immagini di chi le è stato vicino: amici, familiari, guardie del corpo ed, ovviamente, anche quelle testimonianze lasciate ai media e le apparizioni televisive.

AMY è, però, uno sguardo più che altro intimista al percorso artistico e umano della donna che, partendo da una vita di incertezze e un avere a che fare con se stessa e le proprie debolezze, ha cercato un’espiazione nella musica, e comunque non ha saputo reggere il peso di tutto quello che è venuto dopo.

AMY ci fa capire come il sogno di una qualsiasi persona che voglia portare al mondo la sua musica, la sua passione e i suoi tormenti, deve volente o nolente scontrarsi con quello che la vita stessa da’ e toglie, con le sfide e le sofferenze che sono poi amplificate in un mondo che gira troppo vorticosamente. E nonostante si possa puntare il dito verso le abitudini sbagliate e verso le sostanze sbagliate, Amy è parte di quel genio e sregolatezza che hanno sempre accompagnato determinate personalità, perché è come fosse il loro destino.

Se fosse nata nell’ottocento, probabilmente, avrebbe sorseggiato assenzio a un tavolo con i Poeti Maledetti, magari facendosi passare per un uomo, invece la Amy che vediamo noi sullo schermo è stata ed è contemporanea, è familiare. E non solo per quei due anni anagrafici in più.

E’ la storia dell’amica che diventa famosa, che segue la tendenza dell’hip-hop e il soul agli inizi, poi come crisalide matura, sboccia verso un mondo che vuole accoglierla ma dal quale si sente sempre un po’ fuori.

La cosa bella di questo documentario è proprio il non essere eccessivamente retorico, non fare lo ‘Studio Aperto’ della situazione, tra pietismo e lacrime cercate. E’ attraverso immagini private, quasi ‘normali’, telefonate e voice over che costruiamo una nostra opinione di Amy, e seppur veicolata, il registra ha voluto fornire un ritratto completo, senza giudizi o condanne della ragazza Amy. Just AMY.

E’ vero che i genitori non hanno apprezzato per nulla questo documentario, forse perché, come in ogni famiglia che si rispetti, talvolta si preferisce che le realtà e le dinamiche familiari supposte rimangano behind closed doors. Eppure, quando si è sotto i riflettori, quando ciò che generi viene al mondo e su di esso muove i passi, non puoi non sentirti artefice o custode di quello che più hai di prezioso.

Io credo solo che, se una nomination agli Oscar nella sezione Best Documentary è arrivata un motivo c’è.

AMY non ha la pretesa di essere IL documentario, ma è un qualcosa che vorrei qualcuno facesse per me qual’ora dipartissi da questo mondo. E’ sentito ed ha rispetto.

Prendi tutte le mie foto, i video, i ricordi che hai di me. Quella passeggiata sulla spiaggia, la foto da ubriachi marci, la festa alla quale non volevamo andare ma ci siamo divertite da matti. Quella foto in cui faccio schifo e quella in cui sono venuta benissimo, quando ero più in carne e quando invece sembravo un grissino. Prendi tutto di me e mettilo insieme. Anche quel video col cellulare sgranato e schifosissimo del 2008. Tutto quello che hai di me, quello, sono io.

Io vorrei pensare che la stessa Amy avrebbe detto una cosa del genere, e non penso le sia poi dispiaciuto che, in punta di piedi, ci siamo affacciati sul bordo della sua vita, portando con noi una birra e uno shottino.

Alla salute, Amy.

-Notforyourears

Ringraziamenti: Amy Winehouse Italia

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  1. Pingback: Recensione | Oasis – Supersonic…non chiamatelo (solo) documentario. | parolepelate

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