Film

Recensione | La Grande Scommessa

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Quando è iniziato a circolare il trailer di questo film, mi sono detta: ok, con un cast del genere si può trattare solo di un capolavoro o di una grandissima schifezza. Questo perché spesso, dietro grandi nomi schiaffati tutti insieme in una stessa pellicola, si nasconde un’insidiosissima storia vuota, classicamente targata Hollywood.

Dalle premesse, mi sembrava un film in stile The Wolf of Wall Street, solo con meno cocaina. Ci sono andata vicina: i ritmi sono serratissimi, tipici dei grandi titoli americani più recenti (penso ad American Hustle) in cui bisogna stare attenti ai particolari, cercare di tenere a mente circa venti nomi diversi e seguire la storia che scappa via e non ti aspetta.

Questo film fa tutto ciò e va oltre: vi spiattella in faccia la cruda realtà che si cela dietro la crisi finanziaria del 2007. Vi prende per mano e vi guida dietro le scrivanie di quei simpatici signori col vestito firmato che decidono se avrete un mutuo o meno; vi portano nelle menti di quegli esaltati che guardano uno schermo con le cifre che scorrono, urlando al telefono di comprare vendere.

Io, sinceramente, di economia non ci ho mai capito granché. Ok, ci so anche fare con i numeri, non sono la mia passione ma mi adatto. Di economia, invece, zero: Bund, differenziale, titoli, azioni, flusso di cassa, rating. Per cui, quando nel lontano – sì, non per farti sentire vecchio, ma è lontano – 2007 le cose andarono in malora anche qui e in tv la parola CRISI divenne così ossessiva da risultare urticante, non è che ci capii molto. Avevo 15 anni scarsi, ma volevo capire.
Mio padre cercò di spiegarmelo, forse, in realtà non ricordo. O forse era più impegnato a cercare una casa in una nuova città,  visto che l’azienda l’aveva trasferito. Eh, c’è la crisi. Così dicevano.
A scuola iniziai a capire un po’ di più la porcata che avevano fatto, grazie ad una professoressa lungimirante che ci spiegò cos’erano questi dannati mutui subprime. No, se volete sapere cosa sono potete andare su Wikipedia o, ancor meglio, andare a guardare questo film finché lo trovate nelle sale.

Mai, vi giuro mai, nessuno mi aveva fatto capire così bene come diavolo hanno fatto, quei signori eleganti ed esaltati di cui sopra, a rovesciare l’economia occidentale. E nessuno era riuscito a farlo tenendomi incollata allo schermo per due ore, dando vita a personaggi così credibili e ben costruiti da fare invidia a chiunque ci abbia provato prima. Non è una lezione di economia, è una lezione di vita e di storia, che tutti dovremmo conoscere. Vi sentirete una morsa allo stomaco, rendendovi così palesemente conto di come questa becera oligarchia finanziaria tenga in pugno la vita di tutti.

Infatti, se c’è una cosa che questo film insegna, è che le cose non sono cambiate, neanche dopo un dramma di proporzioni mondiali. Quella stessa professoressa, che mi spiegò cosa sono i titoli spazzatura di Bush jr, mi spiegò anche come il Dio Denaro fa girare il mondo e che c’è poco che noialtri possiamo fare.

O c’è Margot Robbie che vi accomiata gentilmente dopo aver spiegato i mutui subprime.

Ma allora, come rendere concetti così oscuri ed ermetici fruibili per il grande pubblico, che (giustamente) non se ne intende? Facile, spiegandolo. In questo il film è geniale: ci sono questi punti in cui la storia si fa più complicata, sigle incomprensibili volano qua e là, e loro – gli sceneggiatori – sapevano che il 90% del pubblico si sarebbe chiesto: ma che è sta roba?. Allora si fa una pausa e persone, più o meno famose, che non c’entrano nulla con la storia, vi spiegano in termini semplici, con metafore e storielle, cosa sta succedendo. Un esempio? Selena Gomez, che vi spiegherà – e voi lo capirete, fidatevi – cosa sono una roba chiamata CDO sintetici ad un tavolo da Black Jack.

Appunto, geniale.

La regia è molto particolare, bisogna abituarsi: Adam McKay ha optato per uno stile simil-documentaristico, con inquadrature strette e frequenti – forse un po’ troppo – sfocature per rendere il tutto concitato e vissuto. All’inizio avevo un po’ il mal di mare, ma poi ho capito. Non è uno degli stili che più preferisco, ma in questo genere di film ci sta, anche perché è usato nei punti giusti. Dove lo spettatore è chiamato a fare un piccolo sforzo di comprendonio, non ti incasinano la retina con inquadrature improbabili.
Il montaggio, d’altro canto, è forse una delle cose che rende il film più originale e fa da contrappunto al dramma messo in scena. Le premesse di questa crisi si trovano negli anni ’70, come ci spiega una brevissima ma necessaria introduzione. Da qui, si balza ai primi del 2000 e si procede verso il 2008. Per scandire il tempo che passa, il film è intervallato da originalissimi montaggi delle pietre miliari di ogni anno, specialmente riferite alla cultura di massa. Il tutto è simpaticamente pop. La musica fa lo stesso: capiamo che siamo nel 2005 quando dalla radio trasmettono i Gorillaz. Quelli di Feel Good. Un po’ vecchio sei – e sono.

Io sono uscita dalla sala come una persona maggiormente informata sui fatti, sebbene sapessi vagamente com’erano andate le cose, ora so tutto ciò che mi serve sapere per essere sinceramente indignata. È quel tipo di conoscenza che non ha nulla di meramente intellettualistico, ma che ti fa ribollire lo stomaco di rabbia consapevole e anche, forse, di impotenza. Sono state due ore spese bene, perché le riflessioni sul lato etico di questa sporca finanza che ci governa non mancano. In questo, Steve Carell – proprio lui, quel tipo spassosissimo di 40 anni vergine – è il personaggio che più mi ha toccato, perché trasmette la sofferenza umana che, anche chi ha vissuto il tracollo dall’altra parte – quella dei forti -, è arrivata a provare. Perché si parla per tutto il film di milioni e miliardi, ma in realtà si tratta di persone.

Sento che, tra qualche anno, la gente farà quello che sempre fa quando l’economia crolla. Daranno la colpa agli immigranti e ai poveri.

Ultima nota “negativa”, il doppiaggio di qualche personaggio. Come al solito sembra che nessuno sappia doppiare Christian Bale rendendogli la giustizia che merita e, anche se Carell e Brad Pitt hanno le loro storiche voci, quella di Bale e di Gosling stonano – come quella di qualche altro personaggio secondario, sui quali sono stati purtroppo meno attenti. E io ti vedo, lettore che preferisce i sottotitoli e la lingua originale, ti vedo perché sei un mio simile e ti capisco. Ma fai uno sforzo, è il caso di sentire tutto questo gran casino in italiano, se vuoi capirci seriamente qualcosa.

Nomination ai Premi Oscar 2016:

  • Miglior film a Brad Pitt, Dede Gardner, Jeremy Kleiner, Arnon Milchan
  • Miglior regia a Adam McKay
  • Miglior attore non protagonista a Christian Bale
  • Miglior sceneggiatura non originale a Adam McKay e Charles Randolph
  • Miglior montaggio a Hank Corwin

Ringraziamo: Citazioni film e libri

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